Burn after reading

Ho sempre pensato che i fratelli Coen fossero dei sopravvalutati, per carità gente che sa fare il suo mestiere, ma non i geni che la stampa e la critica vogliono farci credere. Fanno parte di una strana generazione (insieme a Soderbergh per esempio) che viene elogiata per le continue incursioni nei vari generi (forse una fascinazione lasciata in eredità dalla carriera di Kubrick), ma soprattutto per l’alternare cinema d’autore con il più sfarzoso e telefonato Blockbuster,  si pensi a lavori come “l’uomo che non c’era” e “Non è un paese per vecchi” contro “Prima ti sposo, poi ti rovino” e appunto “Burn after reading”, non so come facciano a convivere queste due anime nello stesso autore/i, ma se si trattasse di una mera, venale, questione di soldi io li capirei, ma proprio non mi va giù che qualcuno pensi, anzi, accetti, che esistano due figli della stessa madre, uno scemo e uno no, uno da nutrire con la qualità e l’altro con i panini del MacDonald (se non si fosse capito parlo del pubblico)… oddio penso anche io che il cielo sia diviso in due metà, ma non accetto e non voglio accettare che tutti trovino naturale che ci sia questo immenso muro di Berlino, e che anzi si divertano un mondo ad attraversarlo come se nulla fosse.

Fatta questa premessa il film è uno Spy Movie che gioca coi luoghi comuni del genere e che si lascia vedere; tutto parte dal licenziamento di Osbourne Cox (John  Malkovich) dalla Cia, vinto dalla noia decide di scrivere un memoriale, la separanda moglie Katie Cox (Tilda  Swinton) fa una copia dello scritto e il cd finisce (e francamente non ho capito come, ma ammetto potrebbe trattarsi di una mia mancanza più che una falla della sceneggiatura) in una palestra, in cui lavorano lo stralunato Chad Feldheimer (Brad Pitt) e Linda Litzke (Frances  McDormand), una donna pronta a tutto pur di pagarsi alcuni interventi chirurgici, anche a ricattare un agente dei servizi segreti, a questi si intreccia il personaggio di Harry Pfarrer (George Clooney), l’unica figura davvero interessante nella storia. Il film come dicevo si lascia vedere, ma non ho trovato nessun elemento davvero entusiasmante.

Approfitto dell’argomento “autori eclettici” per dichiarare la mia più totale incazzatura  per il successo riscosso (anche nell’appena trascorsa notte degli Oscar) dal film “The Millionaire”. Danny Boyle è un mostro, un autentico genio dell’obbiettivo, e lui sì straordinario in qualsiasi genere che ha sperimentato, dall’horror di “28 giorni dopo” alla commedia “Millions”, dal thriller “Piccoli omicidi tra amici” all’avventuroso “The beach”, senza citare l’immenso “Trainspotting”, ma “The Millionaire” no eh… nel 2009 c’è ancora qualcuno che racconta una storia in cui un ragazzo e una ragazza riescono a superare tutte le sfighe possibili ed immaginabili solo grazie all’ammmore, e questo qualcuno è DANNY BOYLE… perchè mi hai fatto questo Danny? Sicuramente ha inciso il fatto che il film è per metà indiano e il plot standard delle pellicole di Bollywood è proprio quello, ma perchè farlo fare proprio a Danny Boyle?

Deluso vado a dormire, magari sogno, e spero non sia un sogno in cui l’amore vince su tutto, non lo sopporterei, sarebbe un incubo.

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