Vai e Vivrai (Va, vis et deviens)

“Vai e Vivrai” è un film del 2005 di Radu Mihaileanu, già regista del fortunato “Train de vie”. Premio del Pubblico al 55° Festival di Berlino e del Premio Cesar 2006 per la miglior sceneggiatura (scritta dallo stesso regista romeno e da Alain-Michel Blanc). Il film comincia in Sudan, fra le righe di una pagina di storia poco nota: l’Operazione Mosè, un’operazione internazionale che nell’84 portò in Israele diverse centinaia di etiopi di religione ebraica. Tra i veri ebrei falasha vi erano degli infiltrati, della povera gente che si era convertita per poter fuggire alla carestia, come il piccolo Schlomo (interpretato nelle varie età da Moshe Agazai, Moshe Abebe, Sirak M. Sabahat) e sua madre. Ma gli agenti del Mossad non erano così elastici da far imbarcare chiunque negli aerei per Gerusalemme, neanche se quel chiunque aveva attraversato il deserto e visto morire di stenti i propri cari. La madre di Schlomo rinuncia per sempre al suo unico figlio rimasto vivo per affidarlo ad Hana, una donna che con un solo sguardo capisce le intenzioni della donna, e le accetta. Hana e Schlomo si imbarcano, con l’aiuto di un medico che testimonia la maternità di Hana, anche se poche ore prima aveva chiuso gli occhi per sempre al vero figlio di Hana. In Israele Schlomo viene adottato da una famiglia progressista, la sua infanzia sarà marchiata dal senso di colpa di non essere realmente ebreo e di aver abbandonato la madre. Diventato prima ragazzo e poi uomo, Schlomo troverà la strada per la serenità che lo porterà laddove era partito.

L’autore affronta temi incandescenti senza mai scottarsi, un lavoro di precisione e di equilibrio che sbanda in un solo episodio; la gara di conoscenza e interpretazione bibblica, intrisa di retorica a stelle e striscie, non nei contenuti ma nel modus narrandi. Vai e Vivrai è una storia che tocca nel profondo senza usare, o abusare, i trucchi del cinema lacrimogeno. Ma soprattutto questo film è un omaggio, un monumento, alle donne; anche se il protagonista è un bambino/ragazzo, la colonna vertebrale della storia è costituita dalle tre madri di Schlomo, in particolare entra nel cuore la terza e più presente, Yael, interpretata da una bravissima e meravigliosa Yael Abecassis, la scena in cui presa dalla rabbia lecca la faccia di Schlomo per dimostrare alle madri dei compagni di scuola del ragazzo, che il figlio adottivo non ha nessuna malattia infettiva, è da pelle d’oca. Il tema del distacco dalla propria terra e il ritratto dell’universo femminile mi ha ricordato un altro film francese ambientato in mediorente, il film d’animazione “Persepolis”, di Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi; non spendo parole per descrivere o commentare Persepolis, anche perché non saprei trovarle. Chi lo ha visto sicuramente mi capirà.

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