Michele Lu Santu

Michele Carbone è detto Lu Santu, perché quando ammazza quelli che deve ammazzare, lo fa senza che quelli se ne accorgano. Non lo fa per essere più buono, lo fa perché spera che quando arriverà il suo momento, l’altro avrà la sua stessa accortezza. Uno con una vita normale si abitua all’idea di morire di morte naturale, e si augura che succeda nel sonno per non accorgersene, Lu Santu si è abituato all’idea di morire ammazzato, e si augura pure lui di non accorgersene. Lo ricorda ancora il suo primo omicidio, o meglio il primo a cui ha assistito; lo avevano mandato insieme a L’Animale a imparari lu mestieri. L’Animale era chiamato così non perchè fosse particolarmente crudele, ma perché era un incapace mezzo ritardato. Quel giorno doveva sistemare uno spacciatorillo di vicino Leuca, quello stava tranquillo seduto ai tavolini di un bar, L’Animale e quel bambino che sarebbe diventato Lu Santu, erano in sella a una vespa, accesa ma ferma. L’Animale era stato capace di sputtanare un caricatore senza prendere il tipo neanche di striscio, quello ovviamente scappò; lo ritrovarono in un vicolo, senza più il fiato neanche per ansimare, si limitava a grattare il muro. Lu Santu rivide ripetersi la stessa scena diverse volte , negli anni successivi, e capì che quel gesto era il coplo di coda dell’istinto di sopravvivenza, un disperato tentativo di arrampicarsi sul muro. Ma quel giorno a Leuca ancora non lo sapeva, la paura del condannato lo nauseò, solo la paura e non la morte in sè, anzi quella fu una specie di liberazione. E a dirla tutta non è che il suo metodo sia più romantico: uno è tranquillo, magari sta chiacchierando, magari parla dei figli e da un momento all’altro non è più vivo, senza aver avuto neanche il tempo di finire la frase. Non c’è nulla di romantico nello sparare, sarà per il fischio nelle orecchie e la puzza di bruciato a cui Lu Santu non si è ancora abituato, per il resto è un lavoro come un altro. Fa una smorfia Lu Santu, pensando a quella puzza. Fa una smorfia ma non se ne accorge. Il suo Suv beve l’asfalto della litoranea ionica verso la villa di Zu’ Ntoniu. C’è vento di tramontana, il mare è una tavola. Domani porterà il figlio Gregorio a pesca con la barca nuova. Vuole bene a quel bambino. In fondo è suo figlio, anche se non lo è: dopo dieci anni di tentativi, quando lui era da un pezzo che ormai si era messo l’anima in pace, arriva Rachele dicendo che è incinta. No. I miracoli non esistono, e se esistono non capitano a gente come lui. Nonostante il suo soprannome.

Lu Santu sfoglia una rivista di nautica mentre aspetta Zu’ Ntoniu sul terrazzo di casa sua. Arriva Goran, la guardia montenegrina del boss. Arriva a braccia aperte. La stretta amichevole di quell’uomo parla un’altra lingua rispetto alla prepotenza del suo fisico. Lo slavo gli chiede se vuole qualcosa da bere, in un italiano perfetto. Lu Santu risponde di sì, e nell’attesa si volta a guardare il mare. Sì. E’ un tempo ideale per uscire in barca.

-Come sta tuo figlio?

Gli chiede Goran alle sue spalle.

-Cresce, domani lo por

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4 pensieri su “Michele Lu Santu

  1. Molto bello, a metà strada tra la cronaca di Saviano ed il romanzo di Camilleri. E’ un racconto singolo o fa parte di un progetto più ampio? BigFab.

  2. Grazie Big, avevo paura che non si capisse il finale, ma non per mancanza di fiducia nel lettore… perchè magari uno vede una cosa scritta su un blog, con una frase tagliata a metà, e pensa si tratti di un copia/incolla venuto male. No non si tratta di un progetto. Una cosa lunga la trovi alla pagina “Quello non ero io”, ti ringrazio ancora. ciao.

  3. Ok, mi riprometto di leggerlo quest’estate. Pensaci, magari Lu Santu può avere un passato interessante, nel quale si annida il motivo della sua eliminazione, oppure Zu ‘ntonio può aver esagerato un tantino… di spunti ce ne possono essere, se ti interessasse continuare. Saluti.

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