La bellezza e l’inferno

“Questo libro va ai miei lettori. A chi ha reso possibile che Gomorra divenisse un testo pericoloso…”, questa è la dedica in copertina del secondo libro di Roberto Saviano, anzi del suo primo libro e mezzo: si tratta di una raccolta di scritti per la maggior parte già pubblicati su carta stampata e web. Cercando di formulare un pensiero sintetico sul libro, ho pensato a “La bellezza e l’inferno” come a un appendice a Gomorra e al romanzo non scritto sulla vita del suo autore,  materiale succulento per gli ammiratori dello scrittore, caricando la dedica anche di una precisa indicazione commerciale, una sorta di “solo per appassionati”, come quegli album di b-side che escono in versione limitata per i fan più accaniti e per i collezionisti. Ma quelle de “La bellezza e l’inferno” non sono b-side, per niente. Sono pillole di letteratura reale per una terapia d’urto. Il mostro di Gomorra rivive nelle pagine dedicate a Miriam Makeba (“Miriam Makeba: la rabbia della fratellanza”), alla tragedia de L’Aquila (“Quando la terra trema, il cemento uccide”), al business della coca (“La magnifica merce”), ai boss Zagaria (“Costruire, conquistare”), all’intossicazione della terra (“La peste e l’oro”). E poi ci sono i ritratti e le vite degli altri, del musicista Petrucciani (“Ossa di cristallo”), del calciatore Messi (“Giocarsi tutto”), dei pugili Russo e Valentino (“Tatanka Skatenato”), del leggendario Joe Pistone (“L’uomo che era Donnie Brasco”), del giornalista Siani (“Siani, cronista vero”), di Enzo Biagi (“Il guardiano del faro”), di Beppino Englaro (“Nel nome della legge e della figlia”), della coraggiosa madre di Peppino Impastato (“Felicia”). Ma c’è anche tanto Saviano uomo e scrittore, e non solo nell’immagine di lui in pantaloncini del Napoli e Peroni in mano mentre risponde al telefono e intuisce, tra rumori e singhiozzi, che il film di Garrone ha vinto un premio a Cannes (“Da Scampia a Cannes”), non solo nei vari e diffusi rimandi alla sua vita post-gomorra, nel bene e nel male (ad esempio “I fantasmi dei Nobel” e “Discorso all’Accademia di Svezia”), ma c’è tanto Saviano proprio dove meno te lo aspetti, quando parla di cinema e letteratura, quando racconta del film 300 e del fumetto da cui è tratto (“Questo giorno sarà vostro per sempre”), quando attribuisce al “Dispacci” di Michael Herr il merito di aver infranto la regola per cui la storia la scrivono i vincitori (“Apocalypse Vietnam”), e in quest’ultimo articolo specialmente, ma anche in altri, come nell’omaggio al documentarista De Seta (“Combattere il male con l’arte”), che Saviano confessa la sua formazione, il suo metodo, la sua estetica, insomma la stanza degli alambicchi (scusate l’autocitazione), dove umori e regole, sentimenti e metodi, diventano letteratura.

Illustrate le fattezze del secondogenito Saviano, dedico poche righe a quello che l’autore rappresenta per me. Su Saviano si è scritto tanto e si è detto di più; qualcuno lo ha osannato, qualcuno lo ha infamato, qualcuno ora lo snobba perché ormai lo conoscono tutti, qualcuno lo ama solo perché lo amano gli altri, qualcuno lo odia perché lo amano gli altri, qualcuno sostiene che ha una scrittura ampollosa, qualcuno pensa che abbia il dono della scrittura perfetta. Io posso dire che quando lo lessi per la prima volta, quando lo vidi e sentì parlare, non ebbi l’idea di un grande scrittore, non subito, la prima impressione fu quella di un ragazzo della mia età che stava facendo una cosa grande, dietro quella poco celata intolleranza verso gli abiti da sera, dietro il suo modo di gesticolare, c’era un ragazzo che sarebbe potuto essere mio amico, un collega di università con il quale si litiga di politica, un compare con il quale ci si scambia libri e si fa tardi la notte a parlare di cinema, un amico che si stima. Ultimamente ho letto che Saviano avrebbe confessato di essersi pentito di aver scritto Gomorra, le ragioni si conoscono ed è inutile ricordarle. Ma soprattutto è inutile sindacarle. Non so se è anche inutile dire, che per me, lui non è uno dei miei scrittori preferiti, ma un amico di cui vado fiero, e la stessa cosa vale per migliaia di persone. Non so se è utile dirlo, ma lo dico lo stesso.

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