Bastardi senza Gloria (Inglourious Basterds)

La trama dell’ultimo film di Tarantino, così come è stata raccontata dai media, non mi diceva nulla; un gruppo di soldati americani di origine ebrea, appunto i bastardi senza gloria, viene mandata nella Francia occupata dai nazisti prima dello sbarco in Normandia, per uccidere più ufficiali possibile e indebolire così il morale e la forza del nemico. Ma quale film di Tarantino, raccontato in poche parole, può definirsi vagamente interessante? Nel caso specifico, poi, il soggetto è anche errato; i bastardi senza gloria, comandati dal tenente Aldo Raine (Brad Pitt), anche se danno il titolo alla pellicola, non sono i soli protagonisti della storia. Tarantino ritrova il gusto per l’intreccio, di cui aveva dato lezioni accademiche in Pulp Fiction, senza abbandonare l’esercizio stilistico, magnificato nei due Kill Bill. La storia è divisa in cinque capitoli, ognuno è un omaggio a un mondo cinematografico; il primo richiama il western italiesco, il secondo il film di guerra, il terzo il noir francese, il quarto lo spy movie, e il quinto è un carosello del cinema a stelle e striscie, dal film d’azione alla commedia grossolana. Inoltre Tarantino si concede un’avventura non da poco; sfida, con la sua storia, la Storia. Catapultando, nel finale, l’occhio dello spettatore in un sogno orrendo, o in un dolce incubo. Tra gli attori il più interessante è Christoph Waltz, che interpreta il colonello Hans Landa, uno dei più affascinanti cattivi che il cinema di questi anni ricordi (e ricorderà). Oltre a due splendide donne; Diane Kruger (che interpreta Bridget von Hammersmark), e Mélanie Laurent, nei panni di Shosanna Dreyfus, forse la vera protagonista. Un elemento nella storia, però, stride con la mia estetica filmica; la presenza del cinema, non intesa come citazione stilistica, ma come cinema e basta. Mal sopporto, in una storia di celluloide, la presenza di registi, attori, sceneggiature e via dicendo… è come una donna (le settima arte), dotata di rara bellezza e intelligenza, che parla solo di sè, senza interesse alcuno verso il mondo fuori. Ma in Bastardi senza gloria, il cinema è anche la sala cinematografica, anzi soprattutto la sala, e pensare questo film senza questo elemento, sarebbe come pensare a un altro film.

E difficile trovare qualcuno che sia indifferente all’opera di Quentin Tarantino, quello che fa è talmente sopra le righe che non può lasciare indifferenti; o lo si apprezza o lo si disprezza. Una delle accuse, a mio avviso più inutili, che gli si fa, è quella di usare la violenza come pentagramma. E allora? Ogni autore ha il suo angolo del reale preferito, chi l’erotismo, chi il lutto, chi il paradosso, chi l’ingiustizia sociale, e così all’infinito. Tarantino declina la violenza, gioca col concetto stesso di violenza, e lo spettatore che sta al gioco, ma anche quello che si alza per andare via a metà proiezione, elaborano e scoprono una fetta della propria visione della realtà. Il cinema disturbante, scomodo, irritante, forse addirittura il brutto cinema, è essenziale e utile come il buon cinema.

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