Tutta colpa di Giuda

Film schizofrenico l’ultimo di Davide Ferrario, a metà tra un brutto film, patetico e recitato male, e uno all’altezza dei suoi grandi lavori. Irena Mirkovic (interpretata da Kasia Smutniak, che gode già di un discreto curriculum ma che probabilmente, in buona parte del pubblico, è e rimarrà solo uno dei più bei volti degli spot telefonici), regista teatrale di origine bosniaca, viene incaricata dal cappellano del carcere di Torino, Don Iridio (Gianluca Gobbi), di mettere su uno spettacolo con i detenuti, la regista accetta ma è incerta sulla messa in scena, successivamente Don Iridio proporrà un musical sulla Passione di Cristo. Dicevo film con due volti; il primo è quello girato tra le mure del carcere, recitato da veri detenuti, e l’altro è quello vissuto fuori dalle celle, dal cortile e dal teatrino del penitenziario. Il primo film soffre per l’amatorialità interpretativa dei detenuti, peggiorata poi dall’interazione con attori professionisti che nuoce al realismo degli uni e degli altri, ma soprattutto per la parte propriamente del musical, che ho trovato davvero imbarazzante. Il secondo film, invece, è estremamente interessante, specie nel personaggio del direttore del carcere Libero Tarsitano (al quale presta il volto il bravo Fabio Troiano, lanciato dallo stesso Ferrario con “Dopo mezzanotte”), personaggio mai banale e al quale si devono alcune massime notevoli (“Mirkovic lei sa nuotare? Allora conosce il significato dell’espressione fare il morto. Qua facciamo tutti il morto a galla sul mare dei giorni che non passano mai, e se ti agiti vai a fondo. E muori”, “Parlano tanto di certezza della pena, ma qua l’unica certezza è che qua peniamo tutti…”). Mi sono chiesto a lungo come sia stato possibile che Davide Ferrario, regista di culto per la mia generazione e non solo (“Tutti giù per terra” è un film, oggettivamente, perfetto) sia più volte scivolato durante i centoventi minuti de “Tutta colpa di Giuda”, la risposta mi è stata suggerita da alcune scene sui titoli di coda, in cui i detenuti, che sono ripresi ma non recitano più, rientrano in carcere salutando il regista dopo aver visto su un piccolo monitor, l’ultima inquadratura della giornata. La risposta è il tempo. Ci sono un paio di inquadrature che sembrano rubate durante le prove, con una videocamera di fortuna, e probabilmente è così; Ferrario aveva a disposizione i suoi attori per pochi minuti al giorno, non aveva il tempo di reinventarsi neorealista, ciò che doveva fare lo doveva fare col cronometro. Fatto sta che il maestro Ferrario, che può permettersi ben altre cagate col suo curriculum, poteva risparmiarsi quelle musiche (che pure sono state supervisionate da un ex Csi), e quei maledetti, fottutissimi, balletti.

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