Questione di cuore

Che brutta cosa i titoli; sono come le apparenze, l’abito del monaco. Magari a uno sfugge il film o il libro della vita solo perché il titolo gli aveva fatto capire qualcos’altro. Oppure il titolo è parte integrante dell’opera? Forse sì, ma se così fosse un autore dovrebbe essere completamente libero di scegliere il titolo che preferisce, mentre temo che nel cinema valga la filosofia del marketing, e il titolo diventa l’etichetta di una bevanda. Secondo voi Charlie Kaufman e Michel Gondry avrebbero mai scelto per il loro bellissimo “Eternal sunshine of the spotless mind”, il titolo italiano “Se mi lasci ti cancello”? Io penso di no, anche se in qualche modo l’abberazione tricolore era più calzante alla storia di quanto lo fosse il titolo originale. Ma veniamo al film dell’Archibugi, il titolo in questo caso gioca col significato lato e letterale della parola cuore (ma è comunque preso dal romanzo da cui il film è liberamente tratto, “Una questione di cuore” di Umberto Contarello): lo sceneggiatore settentrionale Alberto (Antonio Albanese), e il meccanico romano Angelo (Kim Rossi Stuart), si ritrovano accanto nel reparto di terapia intensiva del Policlinico capitolino, due uomini completamente diversi, per istruzione, per storia personale, per modo di fare, di pensare, perfino per quadro clinico, eppure la loro amicizia nasce con la naturalezza di un fenomeno fisico, le loro solitudini si attraggono come due corpi, soli, nello spazio. Il soggetto di Umberto Contarello, adattato per lo schermo dalla stessa Archibugi, è un capolavoro, senza mezzi termini. Con una storia così si potrebbe perdonare una regia mediocre, ma non serve, perché funziona tutto, a partire dall’interpretazione dei due protagonisti. Un film che gronda umanità, come lo era, curiosamente, il film d’esordio alla regia di Rossi Stuart (“Anche libero va bene”), e come quel film è un ritratto vero della Roma vera, aldilà dei luoghi comuni, anzi, nonostante i luoghi comuni. Indimenticabile.

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