Il suo primo caffè

Quello era il suo primo caffè da circa un anno, il suo primo caffè in un bar vero. Sono quelli i piccoli piaceri che attende con ansia chi è stato privato della libertà. Ma lui non si emozionò più di tanto, forse perché lui al suo primo caffè da uomo libero non ci aveva pensato molto, non ne aveva avuto la possibilità, lui non era stato in carcere, era stato in coma. Un anno prima era finito con la moto sotto un camion, in autostrada, stava andando da lei, voleva farle una sorpresa. Gli avevano detto che la sua guarigione era stata un piccolo miracolo, ma lui non aveva da raccontare nessuna esperienza di premorte, nessun tunnel di luce, nessuna visione, in fondo la sua vita era stata sempre abbastanza mediocre, e continuava ad esserlo anche nella straordinarietà. «Ho avuto problemi e non ti ho potuto chiamare», una voce alle sue spalle, era un uomo in giacca e cravatta, con una mano raccoglieva gli spicci che la cassiera aveva lasciato come resto, e con l’altra reggeva il telefono all’orecchio. Il bar era pieno di gente, e di frasi, ma quella in particolare attirò la sua attenzione: la parola “problemi” era una delle sue preferite, la parola “problemi” era il suo passpartout sociale, e sembrava esserlo anche per l’uomo in giacca e cravatta, non c’è di meglio per troncare un discorso, perché la gente è troppo impegnata a contemplare i propri di problemi, per ascoltare quelli degli altri, e se lo fa è solo perché attende il proprio turno per sfogarsi. Ora finalmente lo avrebbe potuto dire senza mentire, effettivamente aveva avuto dei problemi… o forse no, i problemi non li aveva più, lui era vivo, e per giunta aveva risolto per sempre quelli economici, di problemi, infatti sembrava che nell’incidente il camionista avesse torto marcio. I mesi di recupero erano filati lisci e non si era portato dietro nemmeno un graffio. In quegli stessi mesi, qualche volta, aveva pensato alla morte, non fu un pensiero spontaneo, glielo aveva suggerito lo sguardo degli infermieri, che avevano negli occhi come una specie di punto di domanda ogni volta che qualcuno usciva dal coma; quell’esperienza al limite della vita non gli era servita per chiarire la sua idea sulla religione o sull’aldilà, ma nelle settimane di immobilità dopo il risveglio, aveva concluso che tecnicamente alla gente non frega un cazzo se c’è vita dopo la morte, anche perché la risposta è scontata, certo che c’è, ogni microsecondo finiscono migliaia di vite e l’umanità va avanti comunque, la gente vuole sapere se c’è coscienza dopo la morte, che è tutto un altro discorso. Guardò la tazzina e si accorse che il caffè era finito. Si avvicinò alla cassa e indicò il telefono senza fili poggiato tra lo scaffalino delle mentine e il cruciverba della ragazza, ma quella non capì. -Posso fare una telefonata? – Spiegò lui. La tipa annuì lentamente, confusa e un po’ spaventata da quell’uomo dallo sguardo strano e senza telefonino. Lui tirò fuori quel numero dalla tasca, anche se non ne aveva bisogno, aveva immaginato quel momento da quando era uscito dal coma.
-Pronto?
-Chi è? – Domandò lei.
-Sono io. – Rispose lui.
-Ah… senti un po’ chi si fa vivo… dove sei stato tutto questo tempo?
-Ho avuto problemi – Tagliò corto lui.
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