L’apocalissernet

Questa notte ho sognato la fine del mondo… di internet. L’apocalissernet. Tipo una Chernobyl quantistica, o un tipo che al Cern di Ginevra rovescia il suo caffè lungo su un computer che era meglio restasse asciutto, un hacker che senza volerlo del tutto mette a punto l’ebola informatica, insomma qualcosa che manda in pappa tutti i server collegati in rete. Lo so che non è possibile, ma immaginatelo. Buona parte delle nostre informazioni, in pratica della nostra conoscenza, andrebbe persa, sarebbero salvi i dati salvati su memorie non collegate in rete, i backup, ma quei dati non sarebbero facilmente condivisibili perché non esisterebbe più il web. Sul mio hard disk esterno ho salvato un centinaio scarso di mp3, un due o tre film mediocri che dimentico sempre di cancellare, tre o quattro file di istallazione di programmi antiquati, questo sarebbe il mio misero apporto alla ricostruzione del mondo moderno. Temo che le probabilità di una rivoluzione sarebbero scarse, la fantasia perversa di veder crollare i palazzi delle carte di credito, e di resettare debiti e crediti come nel finale di fight club è appunto una fantasia nella fantasia, per la ragione prima esposta. Eppure gli scenari apocalittici, anche da parte di esperti insospettabili, all’alba del presunto millenium bug, si sprecarono. Un tale scenario fantascentifico farebbe tirare il fiato al mondo della musica e del cinema meno di quanto si pensi, perché la pirateria c’era anche prima del web, ma riportebbe per intero nelle mani degli editori tradizionali la pubblicità, intesa sia come promozione commerciale che come manipolazione della realtà. E a distanza di dieci anni da quel disastro che non c’è stato (se sventato o infondato la risposta agli esperti), sarebbe oggi interessante studiare gli effetti microsociali e le nevrosi dell’apocalissernet; molta gente, e io compreso, perderebbe il nord del proprio sapere, ovvero wikipedia, e poi tossici in crisi d’astinenza da facebook, e blogger frustrati dal mutismo imposto che ad un certo punto danno di matto e cominciano a scrivere sui muri di casa, tipo in shining. Chissà se ha mai pensato a tutto questo Salvatore Cobuzio, chissà se ha mai pensato di rimanere senza lavoro, perché lui, nella rete, fa il piccolo genio del male. Uno che non per provocazione, ma solo per denaro, manipola la realtà percepibile dagli schermi di un computer, per fare un esempio; avete presente la ditta Kirby? Quella che vende le aspirapolveri? Bene, un giorno si è rivolta a questo esperto di marketing per ripulire la propria immagine, e lui ha pensato di abbattere i forum in cui si parlava male dell’azienda con un bombardamento di visualizzazioni, facendone collassare i server e mettendo offline i siti, in maniera che se uno cercava su google informazioni sulla Kirby ne aveva una visione parziale ed epurata dai pareri negativi. Salvatore Cobuzio è anche quello che ha trasformato in una notte i gruppi facebook a sostegno dei terremotati dell’Abruzzo in gruppi di fan di Berlusconi. Queste e altre azioni sono raccontate in un suo romanzo semiautobiografico pubblicato dalla Fazi, “Il testamento di Salvatore Siciliano”. Cado con tutte le scarpe nel viral marketing di questo prodotto, conscio di ciò, semplicemente perché ritengo interessante la visione che dà della rete, lo stesso autore dice: “leggete tutto quello che trovate online con spirito critico. Internet non è un’invenzione come la lavatrice”.

Postilla di quattro giorni dopo: 9 maggio, il Corriere pubblica un articolo in cui l’ex consulente antiterrorismo di Clinton e Bush, Richard Clarke, parla di un potenziale attacco terroristico finalizzato al sabotaggio dei maggiori provider e all’apocalisse informatica, o come la chiama lui, la “Pearl Harbor elettronica”. Un colpo che porterebbe morte e distruzione in tutti gli Stati Uniti, con incidenti aerei, scontri ferroviari e più di 150 città al buio. Questo è lo scenario che descrive nel libro “Cyber War: The Next National Security Threat”, scritto insieme a Robert Knake, membro anziano del «Council on Foreign Relations».

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8 pensieri su “L’apocalissernet

  1. simone

    beh, forse fa parte tutto di una strategia…??
    e se fosse tutto inventato ?? anke l’intervista?
    non credo che sia stato fatto sul serio quello che descrive l’intervista, credo invece in una bella azione di marketing virale…se l’obiettivo era quello di farci parlare del libro, non possiamo non ammettere che c’è riuscito.

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