Quello non ero io – quattordicesima puntata

 

opera di Erica il Cane, 2010, Santarcangelo di Romagna (Rn)

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Guido facendo bestemmiare il motore della Coupè. Spero che questa sia la direzione giusta; l’ospedale più vicino è il San Camillo, almeno credo. Samuel non dà segni di vita, ha la faccia sfasciata. Sfasciata come la fiancata di una macchina dopo un incidente. Sfasciata come la mia macchina se non riesco a sorpassare in tempo quel furgone… l’ho trovato così, dentro la chiesa, ci stava mettendo troppo e quindi sono andato a controllare. È la quarta volta in tre mesi che vedo Samuel a terra, in una pozza di sangue, del suo sangue. Questa volta però non si tratta di due cartoni sul naso. Ma non morirà, non può permetterselo cazzo… io l’ho salvato dalla selezione naturale, e non può andarsene così come uno stronzo qualsiasi.

La prima volta che ho visto un morto avevo otto anni.
Io sono cresciuto nella provincia di Matera, in un piccolo agglomerato di case chiamato Tiretola, annegato tra le piantagioni di pomodori. L’estate venivano camionate di coltivatori a giornata, arrivavano la mattina presto e poi andavano via al tramonto, con dei camioncini scassati, peggio di quello che una volta sì e una volta no passava per portarmi alla scuola elementare di Metaponto. I fatiator erano per la maggior parte pugliesi, ma c’era pure qualche tunisino, molti erano allegri, o almeno ci provavano. I caporali erano spesso vecchi, zoppi e grassi, e non facevano niente se non guidare il camioncino, uno di loro mi offrì la mia prima sigaretta.
Una volta decisi che mi sarei alzato presto per vedere l’arrivo dei primi raccoglitori di pomodori della stagione. Non mi svegliai in tempo, ma ci andai lo stesso. Quando arrivai però, c’erano solo il caporale e due carabinieri, i contadini si erano dileguati, tutti eccetto uno, steso a terra su un fianco. Era un vecchio chiamato Totò, ed era morto di infarto. Non ricordo molto del cadavere, non mi fece molta impressione, non il cadavere, ma un’altra cosa sì; la distanza che il caporale e i carabinieri mantenevano dal corpo, lo guardavano, gli giravano intorno, ma non si avvicinavano più di tanto, come se da un momento all’altro potesse scoppiare, come se da un momento all’altro Totò potesse scattare in piedi e saltargli al collo.
Qualche mese dopo vidi anche il cadavere di Tonino. Tonino era un agricoltore che vendeva i suoi stessi ortaggi girando per Tiretola con un Ape Piaggio. Lo trovarono addossato ad un ulivo, seduto, con la testa all’indietro, in un’insenatura del tronco, da lontano sembrava decapitato. Era morto d’infarto pure lui, ma io pensavo che l’avesse ucciso mia nonna, anzi ne ero sicuro. Mia nonna odiava quel uomo, quando passava per la viuzza sterrata su cui dava casa nostra, lei recitava un rosario di insulti incomprensibili, a mezza bocca. Chissà, magari era stato un suo amante, o molto più probabilmente non lo era stato mai, e proprio per questo lo odiava. Pensavo che lo avesse ucciso lei Tonino, barando sulla santa monaca. La santa monaca era una specie di rito divinatorio, uno dei tanti che le vecchie col velo nero di Tiretola praticavano; mia nonna non era ancora una masciel, ma sulla santa monaca era ritenuta imbattibile. Se c’era qualcuno che stava male, i famigliari venivano da mia nonna per sapere se era il caso di preparare il funerale, allora mia nonna si metteva davanti alla finestra e cominciava a recitare il rosario, ininterrottamente, per ore, finché fuori, oltre la finestra, non passava qualcuno, se era un uomo o una donna il malato guariva, se a passare da quelle parti era un animale o un bambino, allora il Signore aveva deciso di chiamare a sé il poveretto. Quando chiesi a mia nonna se per caso morivano tutti perché i vicini avevano due cani e un numero imprecisato di gatti, fui costretto a bere un bicchiere di aceto e a pregare tutta la notte per i morti della nostra famiglia. Mia nonna conosceva esattamente quanti anni di purgatorio ci fossero per determinati peccati e quante e quali preghiere servivano per abbreviarne la permanenza. Era una cosa che mi affascinava; una volta pensai che sarei potuto andare dai vecchi in fin di vita e promettergli che avrei pregato per loro per dieci, venti, anche trent’anni anni, tanto io di tempo ne avevo. Lo pensai e basta, peccato, avrei tirato su un sacco di soldi.

Continua…

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