Quello non ero io – sedicesima puntata

 

"tobacco explosion" by David Ellis

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È mezzogiorno, e non è l’ora ideale per percorrere il Grande Raccordo Anulare, anzi, per provare a percorrerlo. Se cerco di ricordare come ci sono arrivato mi si visualizza in testa quel bordello che fanno i vecchi televisori quando perdono la frequenza, mi pare che gli antennisti la chiamino nebbia, o neve. E la nebbia diventa ancora più incasinata se cerco di ricordare dove volevo andare. Di certo non volevo, e non voglio, andare a casa. Non che abbia paura; se c’è qualcuno che mi vuole fare un servizietto come quello riservato a Samuel, non penso sia così idiota da farlo in pieno giorno in un megacondominio all’interno di uno dei quartieri più popolosi di Roma. Non penso sia così coglione. Lo spero per lui… e lo spero per me; nel senso che spero di meritare nemici più intelligenti. Non voglio andare a casa perché so già che finirò a guardare gli inserti speciali dei dvd nell’attesa che mi venga in mente qualcosa da fare, per poi ritrovarmi sul divano alle quattro di notte, ancora vestito di tutto punto a fumare la quarantesima sigaretta. Allora lascio che a guidarmi sia la lenta corrente del Raccordo, e l’istinto animale delle 16 valvole della Coupè.

Ogni uomo sa indicare il momento in cui da moccioso cacasotto è diventato adulto; la maggior parte fa coincidere quel momento con la prima scopata, altri col primo cazzotto dato o ricevuto, e non manca chi indica la morte del padre o di un amico. Ogni uomo sa indicare quel momento, e se non lo sa fare allora è ancora un moccioso cacasotto.
Il mio momento è stato quando ho comprato la mia prima auto; una Lancia Delta seconda serie 2000 cc a benzina, quattro cilindri 142 cavalli, era del ’95 ma era come nuova, alla faccia di Carlito che diceva di non comprare macchine italiane perché sono le più facili da rubare a da piazzare. Ho sempre avuto macchine italiane io; prima la mitica Delta, poi un’Alfa 145 milleotto di cilindrata, amore breve ma intenso, e infine la Coupè, amante fedele.
Se devo ricordare qualcosa del passato, per collocarla nel tempo penso a quale macchina avevo. Gli altri pensano alle case in cui abitavano, ai lavori che facevano, alle donne che scopavano, io alla macchina che guidavo. Ad esempio so dire con precisione che Spud uscì dal carcere due giorni dopo che comprai la Coupè.
-Segnati quest’indirizzo…
Mi disse al telefono, senza neanche dire ciao. Era il nuovo indirizzo di Carlito, presso un residence di Ostia, e quella sera ci saremmo rivisti per la prima volta dopo la retata della Digos. Io arrivai in ritardo; la concessionaria mi aveva promesso alcune modifiche gratuite, non cianfrusaglia coatta da corse clandestine all’Eur, ma roba di classe, che infatti poi mi volevano far pagare. Quando arrivai erano già ubriachi. Carlito aveva fatto crescere i pochi capelli e portava dei Ray Ban anni settanta con le lenti marrone chiaro, come quelli di Johnny Deep in “Paura e delirio a Las Vegas” di Terry Gilliam,  si era ritirato dai furti, si limitava a tenere d’occhio gli appartamenti di Ostia Lido per poi fare delle soffiate alle giovani leve sulle case da ripulire, era una specie di custode al contrario. Spud era ingrassato di quel grasso malato che solo il carcere sa produrre, ma sul viso aveva ancora i segni della fame antica, della fame e della rota, ed era insolitamente elegante. Bradpitt non era cambiato molto, almeno esteriormente, probabilmente dentro bruciava, bruciava dalla rabbia e dalla voglia di rivalsa: dopo la retata si era trasferito a Milano, in poche settimane di bella vita aveva sperperato tutti i risparmi, tentò di fare prima il modello, poi il puttano per signore, alla fine finì a lavorare nel call center di una compagnia telefonica, da dove fu cacciato quando scoprirono che s’inculava i numeri delle carte di credito dei clienti.
-Possiamo tornare…
Mi disse Bradpitt. A pensarci quella frase mi fa incazzare ancora oggi: tornare da dove? Io non me ne sono mai andato.
-Possiamo tornare.
Ripeté.
-Spud ha avuto la parola d’onore di Federico Diana… al gabbio ha conosciuto il nipote, che poi si chiama come lui… era dentro per percosse e lesioni personali… sicuramente un testa di cazzo, ma quello che importa è che ha portato a Spud la parola d’onore dello zio…
Mi informò Bradpitt, mentre Spud annuiva serioso come un bambino che finalmente viene preso sul serio.
Federico Diana, altrimenti detto Sentenza, come il personaggio interpretato da Lee Van Cleef ne “Il buono, il brutto, il cattivo”, era l’anziano luogotenente di una famiglia casertana che gestiva una fetta romana del mercato di droga. Avevamo sentito parlare di lui quando lavoravamo nel settore, ma nessuno di noi lo conosceva. Lui invece sì, ci conosceva, e sembra che gli eravamo pure simpatici, ma non poté nulla quando gli altri boss decisero di incastrare Spud; nei propri territori O’ Sistema campano non ostacola la libera attività imprenditoriale nel campo degli stupefacenti, ma al contrario la incentiva, purché si tratti di vendita al dettaglio, purché i grossisti rimangano loro, quando il nostro giro d’affari cominciò a diventare corposo sicuramente qualche commercialista di Casal dei Principi si accorse che i conti non tornavano.
-Perché ci avrebbero mandato gli sbirri e non c’hanno ammazzato?
Chiesi.
-E perché si dovevano sporcare le mani con noi quando la pula lo faceva gratis al posto loro? Non eravamo mica affiliati o roba del genere che potevamo fare nomi, o che ci dovevano sbudellare come messaggio politico… eravamo solo quattro stronzi che gli rubavamo un po’ di clienti…
Mi sembrò una tesi più che razionale. Ad ogni modo Sentenza voleva prendersi tutta la piazza di Roma Sud, sbaragliando i concorrenti, a Spud aveva proposto di occuparsi dello smercio di fumo e pasticche nel quartiere Tuscolano; a distanza di tempo i pischelletti della zona si ricordavano ancora di noi, per loro saremmo stati una garanzia, meglio noi che quattro albanesi o marocchini che nessuno conosceva.
Dissi semplicemente no, volevo insultarli, ma dissi semplicemente no; ero confuso, non riuscivo a focalizzare le parole da pronunciare, allora dissi semplicemente no. No grazie, io non ci sto. Guardavo quelle carcasse piene di alcol che a loro volta mi guardavano; non erano i miei ex-soci, non potevano essere loro, loro non si sarebbero mai abbassati a fare i tirapiedi di un camorrista di serie B, io non li conoscevo quei tre falliti.
Dissi no e me ne andai. Ma era un “no” che significava “addio”, “addio” e “andate a farvi fottere”. Soprattutto la seconda.
Federico Diana detto Sentenza, fu trovato morto tre mesi dopo il nostro incontro; gli avevano sparato nella pancia, e prima che potesse morire dissanguato gli avevano staccato la pelle dalla faccia. Per lui i killer si erano mossi, segno che lui contava, che sicuramente contava più di noi… e date le conseguenze la cosa non mi infastidì più di tanto.

Continua…

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Quello non ero io by Barabba Marlin is licensed under a Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported License.
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2 pensieri su “Quello non ero io – sedicesima puntata

  1. Sul moccioso cacasotto hai descritto un universo di persone in poche righe.
    E poi, “Er Sentenza”, ci chiamo un amico mio che durante le partite di calcetto fa l’arbitro prima che il giocatore. 😉

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