Quello non ero io – ventesima puntata

 

opera degli Os Gemeos

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Siamo nell’area di servizio Casilina Ovest; ho pisciato e ora faccio la fila per un caffè.
Samuel potrebbe essere stato colpito di sorpresa, o alle spalle, non ricordo la direzione del taglio che aveva in testa, c’era un fottio di sangue, non si capiva un cazzo, e poi anche se lo avessi visto… che cazzo ne so io? Mica sono uno di quei super agenti di sto cazzo della sbirreria scientifica americana… per me un cranio aperto è un cranio aperto, cioè una cosa che è meglio non vedere.
Le variabili sono troppe, o sono io che non ci capisco niente, in entrambi i casi c’è solo una cosa da fare: aspettare che Samuel si svegli. Perché si sveglia. Non può non svegliarsi.
Bevo il caffè e compro l’acqua; due bottiglie, non una, ma due, metti che a Miss Tirana gli faccia schifo bere dalla stessa bottiglia dove ho bevuto io, certo comprare dei bicchieri sarebbe più comodo… ma in questo momento ho altri cazzi per la testa.
L’albanese è rimasto in macchina, non è sceso neanche per pisciare, spero che quella bottiglia la beva tutta: gli faccio scoppiare la vescica ma non mi fermo più.
Controllo il telefono. Non ci sono chiamate o messaggi. Ricontrollo il messaggio dell’appuntamento, di quel maledetto appuntamento, e noto una cosa che mi era sfuggita: “fiamme”. Dopo l’orario e l’indirizzo ci sono parecchi spazi, tanto da dover scorrere necessariamente il testo, e alla fine c’è scritto “fiamme”. Non ci devo pensare. Non ci devo pensare. Non ci devo pensare. Scrivo velocemente un messaggio a Renato dicendogli di andare a trovare Samuel all’ospedale, lascio il telefono sul cruscotto e chiudo lo sportello. L’albanese mi punta la mano addosso come un mendicante, ma dentro la mano c’è già una moneta, da un euro.
-Per acqua.
Mi dice.
-Ma fammi il piacere…
Metto in moto la Coupè.
-Tu prendi soldi!
Diventa aggressivo.
-Ehi Albania, sta calmo… dammi sta cazzo di moneta e facciamola finita…
-E io ha nome…
Mi fa lui.
-Ah sì? E quale sarebbe?
-Denis.
-Denis… ti chiami Denis… scusa se te lo dico, ma hai proprio un nome da frocio.
Sono le tredici e cinquantuno e fuori ci sono ventotto gradi, qui in questo imprecisato punto dell’emisfero boreale tra Pontecorvo e Cassino.
Ingrano la retro, sono quasi uscito dal parcheggio ma un fuoristrada della Bmw mi costringe a frenare, mi sorpassa, non importa…lo riprendo dopo.

Una volta a Tiretola ci sono andato con Bradpitt. Gli ho offerto asilo politico; aveva scopato con la donna sbagliata. Era la moglie di uno degli orefici più quotati a Roma. Un coglione; uno che avevamo spellato a poker insieme all’Americano, uno con la pancia, la villa, un sacco di soldi ma neanche un briciolo di personalità. La moglie invece era… come dire… nettamente più interessante; una bella donna, più giovane di lui, non una ragazzina ma sicuramente più giovane di lui. Aveva avuto un passato come presentatrice in una rete televisiva locale, una di quelle con interminabili televendite di creme dimagranti al pomeriggio. Lei però si presentava dicendo di essere una giornalista. Dubito che lo fosse davvero; e comunque non era certo la dialettica la sua qualità migliore, non era certo per quella che Bradpitt cominciò a perderci le notti.
Fatto sta che si incontravano in via dei Cessati Spiriti, più di qualche volta entrai in ufficio nel momento sbagliato, penso di aver visto quella donna in tutte le posizioni possibili che una donna può assumere su un divano. All’inizio non capivo perché scopavano proprio lì, potevo capire che non potevano a casa di lei, ma perché non a casa di Bradpitt o in un cazzo di albergo? Ebbi modo di scoprire che il motivo era grottesco come un film di Sergio Martino; la signora si eccitava di brutto se lo faceva in posti e modi plebei, dietro una siepe della Caffarella, sulle dune di Capocotta, in macchina a Tor Bella Monaca, o sul nostro divano in via dei Cessati Spiriti. Forse qualche amico del gioiellaro panzone aveva le stesse abitudini e li vide, o forse a parlare fu un cliente che sperava di ottenere così un trattamento di favore, ad ogni modo uno dei pischelletti che veniva a comprare il fumo da noi, ci disse che Alex andava in giro dicendo che si sarebbe fatto un portamonete con lo scroto di Bradpitt.
Se esistessero le liste di collocamento della malavita, Alex sarebbe iscritto come picchiatore, ma in realtà era molto di più; era un free lance delle azioni punitive, uno che a pagamento diventava il peggior nemico di chiunque. Si vociferava fosse legato a qualche organizzazione criminale, di sicuro era una risorsa umana insostituibile per la categoria degli usurai. Io non l’ho mai visto, non lo aveva mai visto neanche Spud, che pure conosceva tutta la feccia capitolina. So che aveva un aspetto inoffensivo, ma potrebbe essere una leggenda, una come le tante che si raccontavano su di lui nel quartiere, come il fatto che una volta spaccò quattro costole a uno solo perché lo aveva tamponato, come il fatto che una volta andò a pestare un carabiniere direttamente in caserma, come il fatto che una volta fece mangiare a un tipo un cucchiaino di sale per ogni euro di debito che aveva. Quest’ultima storia poi, sembrava ispirata ad una scena de “La Mazzetta” di Sergio Corbucci, ma qualcosa mi diceva che Alex non doveva essere un raffinato cinefilo, non ce lo vedevo… anche quel nomignolo, Alex, dubito fosse una citazione da “Arancia Meccanica”, forse si chiamava Alessandro, molto più banalmente, forse non era un tipo molto originale, del resto non si possono avere tutte le qualità…

Continua…

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