Secondi fini

In questi giorni torna con vigore il tema del Web come incarnazione, anzi, incircuitazione, dello spirito democratico. Il discorso non è così semplice; se è vero che il mezzo permette una partecipazione quasi globale, è anche vero che la circolazione dell’informazione è influenzata dall’attività di poche fonti, almeno in Italia (ma parlare di uno stato nazionale come realtà a sé stante non è forse già un fallimento del sogno internettiano?). Nel nostro Paese ci sono almeno 5 grandi fonti alle quali è affidato il 90% dell’informazione, 5 information gates (non so se esiste l’espressione, ma suona bene ed è spacciabile come gergo tecnico, il che dà al mio ragionamento una marcia in più alla macchina della persuasione, euristica dell’esperto si dice in gergo, questo però non inventato), tra i quali Repubblica.it e il sito di Beppe Grillo. La scintilla parte da questi siti per poi far esplodere le polveri di blog, facebook, twitter e via dicendo. E quando un’informazione nasce dal basso, non di rado, essa diventa ufficiale solo quando viene ripresa dagli information gates. Discorso diverso per la satira, i video, l’e-cazzeggio, che fanno a meno della canonizzazione dei gates, come se il cittadino elettronico italiano fosse sempre pronto a scherzare col vicino al bar, ma per parlare di cose serie si affida a fonti che ritiene serie, e con le sue legittime ragioni, si pensi alla bufala pseudoscientifica del terremoto a Roma dello scorso maggio. Altro gate è Wikipedia, che in Italia è fonte primaria di sapere digitale, eppure bisognerebbe prestare attenzione all’affidarsi ciecamente a tale fonte, perché la struttura del sapere aperto di Wiki non mette sufficientemente al riparo da voci inventate, come testimoniano clamorosi scivoloni, come quello di Ségolène Royal che l’anno scorso citò l’inesistente naturalista e umanista Léon Robert de L’Astran.

Ma ora veniamo a noi e al senso del titolo di questo post; tutto quello che ho scritto finora era solo per darmi un tono e poter strillare senza sensi di colpa tutta la mia indignazione verso quella categoria di utenti che pubblica pagine o interi siti copiaincollando articoli in inglese tradotti con Google Traslate, senza prendersi nemmeno la briga di trasporli in italiano corrente. Se c’è qualcuno tra di voi (perché spero che qualcuno di voi mi stia leggendo) che pensa di fare una cosa geniale e utile alla comunità internettiana, a voi va la mia più sincera compassione, tutti gli altri che lo fanno per guadagnare 2 centesimi l’anno con Ad-Sense sappiate che vi schifo, occupate server e domini abusivamente, siete i venditori di pacchi nell’autogrill del villaggio globale, siete utili come un buco di culo su un gomito (citazione da Kill Bill di Tarantino, perché io specifico quello che cito, io).

P.S. uno psicologo informatico mi saprebbe dire perché il traduttore di Google si rifiuta di tradurre l’espressione “Keep it real” (nella foto)?

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3 pensieri su “Secondi fini

  1. rasoiata

    La penso paro paro, e sfido il traduttore di Google nella traduzione in altra lingua.

    Detto ciò, pare che anche i nostri “governanti” comincino ad avere un occhio di riguardo per la rete, e vedrai che a breve tenteranno di riproporre il bavaglio.

    Si stanno accorgendo che siamo noi a fare informazione, non più Mimun.
    Complimenti per la celerità.

    Ciao

  2. > e vedrai che a breve tenteranno di riproporre il bavaglio.

    è la prima cosa che ho pensato dopo l’esito del referendum, ma per ora li vedo ancora troppo intontiti dai cazzotti, staremo a vedere, ed eventualmente a impedirlo

  3. In teoria potrebbe avere senso se la partecipazione alle traduzioni fosse numerosa, in questo modo alcune locuzioni potrebbero trovare una traduzione decente. Ma io, personalmente, non gliela faccio.

    E, altrettanto personalmente, confesso: ho inserito il nome di un amico mio tra i fondatori di una sconosciuta squadra di calcio Ecuadoregna.

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