Alle 23:45 di un lunedì

Scorreva i canali televisivi, premendo con un ritmo lento ma preciso il tasto del telecomando, lo impressionava la quantità di canali che il decoder aggiungeva a sua insaputa; un tempo la tecnologia era più educata, per gli aggiornamenti i dispositivi dipendevano dal titolare umano, o quantomeno chiedevano il permesso. Pensava questo mentre scorreva i canali, senza riuscire a comprendere gli scampoli di programma che vedeva, ma in almeno la metà di essi aveva riconosciuto le immagini degli scontri di sabato, della manifestazione nazionale che si era trasformata in guerriglia urbana, quella manifestazione a cui lui stesso aveva partecipato. Poi il suono del citofono. Fece un piccolo salto sulla poltrona, realizzando che era in una specie di trance, poi guardò l’orologio; erano le 23:45. Non lo cercava mai nessuno a casa, figuriamoci alle 23:45 di lunedì; si erano sicuramente sbagliati. Strascicandosi in ciabatte si diresse verso la porta: – Chi è? – Chiese alla cornetta.
– Igor –. Si sentì rispondere. Igor? lui conosceva un solo Igor, e non poteva essere lui; non lo sentiva da anni.
– Leo ci sei? – Insistette la voce. Leo… le quotazioni dell’errore e della coincidenza crollarono immediatamente, e poi la voce di quell’uomo in strada, che giungeva al suo orecchio svariati piani più su grazie a un sistema nervoso artificiale fatto di fili, elettromagneti e condensatori, era compatibile a quella dell’Igor che conosceva lui, il suo amico Igor, che non sentiva e vedeva da quasi dieci anni. Non sapeva cosa dire e allora schiacciò il pulsante; quel pulsante che chiudendo un circuito elettrico permetteva l’apertura di una porta situata 15 metri più in basso. La porta del suo appartamento, però, l’apri con la chiave.
Sentì Igor entrare nell’ascensore.
Pianterreno.
Aveva conosciuto Igor al Brancaleone; Leo non ricordava con chi ci era andato, ma chiunque fosse era rimasto a ballare, mentre lui passeggiava per la palazzina occupata. In una stanza c’era una poltrona sfondata con davanti un televisore e una playstation prima versione chiusa in un cubo di plexiglass, con solo due buchi per far passare i fili dei joypad. Aveva bevuto abbastanza per non preoccuparsi di sembrare uno sfigato;  si sedette e giocò a Street Fighter. Aveva sempre odiato quel gioco, ma era l’unico a disposizione. – Fai una mezzaluna e premi due volte la x –. Disse una voce alle sue spalle; si voltò istintivamente per guardare in faccia il suo suggeritore, e la distrazione fu fatale a Blanka, che venne giustiziato da un Hadouken di Ryu. Dopo una birra scoprì che si chiamava Igor, che aveva la sua stessa età e che come lui era uno studente di Scienze Politiche.
Primo piano.
Non c’era storia; con le ragazze Igor ci sapeva fare molto di più. E poi si era intrufolato in quella specie di eldorado del sesso chiamato Progetto Erasmus. Ogni giovedì, alla casa dello studente, c’era la festa delle studentesse straniere. Per Leo fu un corso intensivo di lingua, intesa sia come idioma straniero che come sesso orale; durò quasi un anno, e fu l’unico corso che Leo avesse mai seguito con disciplina. Poi Igor decise di passare dall’altra parte, e fece sei mesi in Spagna. Leo abbandonò progressivamente le serate, concedendosi solo la frequentazione di Helka, una ragazza finlandese alta il doppio di lui; Helka aveva verso di lui un atteggiamento materno, lo accudiva con i suoi caffè lunghi e le sue pietanze al microonde, che si concedevano tra un ripasso di storia contemporanea e un film di Lynch.
Secondo Piano.
Quando Igor tornò in Italia, Leo si era messo in regola con gli esami, ma era rimasto ingiustificatamente indietro con le droghe. Su un prato di Villa Borghese si divise il suo primo e ultimo acido della sua vita con Igor, che invece in terra castigliana era diventato ammiraglio di navigazioni lisergiche. Per un’ora non sentì niente, poi cominciò a vedere gli oggetti in movimento seguiti da una scia, come un video di bassa qualità al rallentatore. Si scoprì stupefatto, ora finalmente capiva il senso del termine “stupefacente”. Ma lo stupore finì presto, soverchiato dalla sensazione di violentare il proprio cervello, di distruggere irreversibilmente quella macchina meravigliosa, e non poteva fare altro che guardare impotente quella distruzione. Eccolo: il bad-trip. La cosa peggiore del bad-trip è che quando ci stai dentro non ti sembra un bad-trip, ma una lucida presa di coscienza, è tutto il resto della tua vita che per contrasto diventa un’illusione. Poi venne una scimmia, una scimmia dal volto tremendamente umano, un vecchio che aveva visto la storia del mondo; era la natura che lo confortava, che gli ricordava che non era da solo, che nulla finisce davvero. E non era un’allucinazione, era una scimmia vera, dello zoo di Villa Borghese; Igor lo aveva portato lì, mentre lui sudava freddo Igor lo aveva guidato nel bioparco, gli aveva anche pagato il biglietto, forse aveva intuito l’uragano che gli vorticava nella testa, o forse no, aveva solo voglia di guardare sotto acido le scimmie, ma ad ogni modo, il suo amico Igor, gli aveva salvato la salute mentale.
Terzo Piano.
Da quando Igor era tornato non si vedevano più come un tempo; Leo si chiudeva in casa almeno tre settimane prima dell’inizio delle sessioni d’esame. C’era un motivo per il quale Leo era così ossessionato dagli esami, anzi due; il primo era la borsa di studio, senza la quale non avrebbe avuto i soldi sufficienti per mantenersi. Il secondo motivo era il militare; se non faceva un determinato numero di esami all’anno gli toccava la naja. Ce la fece, fu regolare e sfruttò il rinvio per motivi di studio finché la leva obbligatoria non venne abrogata. Meno costante fu Igor, che un anno dopo il suo soggiorno a Madrid se ne fece uno a Viterbo a spese del Ministero della Difesa. Da allora la loro amicizia andò sfumando. Si videro per una birra dopo il Car, e si sentirono telefonicamente un paio di volte. Mentre presumibilmente Igor comprava succhi di frutta allo spaccio militare e sfogliava riviste porno, Leo conosceva altre persone, leggeva libri, vedeva film e soprattutto cominciava con l’attivismo politico, quello vero, quello duro e puro. Si persero così, involontariamente, trascinati dalla vita.
Quarto Piano.
Le porte dell’ascensore si aprirono. Igor gli andò incontro e gli strinse la mano. – Passavo da queste parti, e ho pensato di venirti a salutare  –. Lo disse come uno che aveva provato quella battuta ossessivamente, scandendo le parole, ostentando leggerezza. Era lui. Era ancora lui. Quello di un secolo prima, i capelli non erano più lunghi, ma erano ancora folti e neri, un velo di baffi sotto il naso, l’abbigliamento essenziale. Il tempo lo aveva risparmiato, era solo più magro, aveva le guance scavate, gli occhi appena più stanchi. Leo fissava quel volto, e non era semplicemente un volto, ma un portale spaziotemporale verso un periodo della sua vita tanto lontano da sembrare sognato, immaginato. Fissò l’espressione del suo volto finché non vi notò una crepa; erano fermi sull’uscio, senza dirsi niente, da un tempo imprecisato. Leo gli fece segno di entrare.
– È sempre uguale qui, eh? – Disse Igor guardandosi intorno. Già, casa sua. Quando era studente quella casa era stata per lui motivo di vergogna; mentre gli altri studenti fuori sede pagavano fior di quattrini per un posto letto, lui aveva quel monolocale gratis grazie a uno zio senza figli, e che desiderava solo un nipote dottore. La laurea arrivò e lui rimasi lì. Lavorava part-time, neanche sempre, e non si sarebbe potuto permettere altri appartamenti o sensi di colpa.
– Hai mangiato? – Gli chiese Leo.
Igor fece segno di sì con la testa.
– Allora ci facciamo una birra, eh? Ti va una birra? – Insistette Leo.
– No, ti ringrazio Leo, sono passato solo a salutarti…
– Ma dimmi un po’, che fai nella vita?
Igor abbassò lo sguardo, e si sforzò di sorridere, ma era un sorriso asimmetrico, con un solo angolo della bocca.
– Leo… hai fatto un bel po’ di casino sabato…
– Sei diventato uno sbirro…
Leo era essenzialmente un fifone. Aveva varie qualità ma tra queste non vi era il coraggio. Poteva sembrare il contrario a vederlo spaccare vetrine con un casco in testa, ma quello era un altro discorso, si trattava dell’esercizio di un ruolo, un artifizio, come il balbuziente che smette di incespicare recitando una poesia. Insomma, Leo era un codardo, e non avrebbe mai pronunciato la parola sbirro con uno sbirro vero davanti. Ma quella volta lo fece. Perché quello che aveva davanti non era davvero uno sbirro, era il suo amico Igor, in un certo senso era un atto di stima, e Igor lo riconobbe, dedicandogli un sorriso, questa volta sincero.
– Sei sempre stato perspicace, il più intelligente… – gli disse Igor, poi portò una mano avanti, come a ritmare un discorso che si apprestava a fare – Fatti un viaggio, ma non prendere l’aereo, evita la macchina, l’ideale è il treno. Spegni il telefono, anche se la scheda non è intestata a te. Non contattare in nessun modo i tuoi compagni. L’inchiesta verrà chiusa presto, resisti sei mesi al massimo, e poi vola basso per un po’.
– Igor, io non ce l’ho con te, ma davvero non ho nulla da perdere… dicono che ci stanno rubando il futuro, ma la verità è che ci hanno inculato il presente… da sempre. Io sono stanco Igor, sono schifato, incazzato nero.
– Lo dici a me? Leggevo Marcuse e mi facevo gli acidi, e ora sto nella Digos. Ciao Leo… stammi bene.
Igor gli diede un buffetto ed uscì dall’appartamento. Dieci anni e il loro incontro era durato un minuto, neanche il tempo di chiudere la porta. Sentì l’ascensore scendere e portarsi via Igor.
Quarto piano. Terzo. Secondo. Primo. Pianterreno.
Pochi passi appena percettibili e il rumore lontano del portone. Poi il silenzio. Un silenzio irreale. Leo chiuse gli occhi, inspirò profondamente, ed inspiegabilmente ebbe l’impressione di sentire il profumo delle lenzuola di Helka, e per un attimo, ma solo per un attimo, la sua nausea si alleviò. Chissà quanto ci vuole per arrivare in Finlandia in treno, pensò Leo, chissà se esiste ancora l’inter-rail.

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