Dannazione

Madison Spencer è una ragazzina di tredici anni. Grassottella, insicura e ricca da fare schifo. Ma soprattutto morta, e all’inferno. Questo il punto di partenza dell’ultimo romanzo di Palahnuik. Non è la prima volta che lo scrittore di culto strizza l’occhio al soprannaturale, già lo aveva fatto con “Ninna Nanna” e “Diary” (mentre “Rabbia” è più inquadrabile nel filone fantascientifico, anche se incluso insieme agli altri due titoli in un’unica trilogia), e con qualche accenno in “Cavie”, ma mai la scelta era stata tanto plateale, ma soprattutto tanto grottesca, a partire dalla morte della protagonista; un’overdose di marjuana, ma nessuno muore di marjuana, e infatti c’è dell’altro, perché nulla mai è come sembra nella letteratura di Palahniuk. Considerate le premesse avevo paura che “Dannazione”, dopo il deludente “Senza Veli”, sancisse la (pur fisiologica) parabola discendente di uno degli scrittori più visionari dei nostri tempi, ma così, fortunatamente, non è. Siamo lontani dai fasti di “Soffocare” e “Survivor”, ma la lucida follia dell’ex meccanico di Portland è intatta. Ogni capitolo si apre con un appello di Madison a Satana, e il tenore è a volte quello che si riserva a un direttore d’albergo, a volte a una rockstar. L’immagine dell’inferno non tradisce le aspettative iconografiche più pulp, ma presto si rivela meno invivibile del previsto, fino a giungere alla considerazione che all’inferno, tutto sommato, non si sta poi così male, se non altro, come sosteneva Mark Twain, per la compagnia. I diavoli, per quanto ributtanti, si rivelano dei poveri diavoli, declassati e relegati a mansioni umilianti, dopo essere stati divinità e idoli di religioni dimenticate, che Palahniuk descrive minuziosamente attraverso la lente dell’antropologia culturale a cui mai rinuncia. Ma ovviamente non c’è nulla di esoterico nelle pagine di “Dannazione”, perché il regno in cui avviene il racconto altro non è che un’allegoria; il vero inferno di Madison è l’adolescenza, e “Dannazione” è il primo romanzo di formazione di Chuck Palahniuk, un romanzo di formazione allucinato e perverso, il Breakfast Club dei morti.

“Dannazione” può anche lasciare perplessi, forse addirittura deludere qualche fightclubbista, personalmente ho trovato più interessanti le pagine terrene, e considerata la natura del testo potrebbe intendersi come un parziale fallimento, ma una cosa è innegabile; ci sono pochi scrittori in giro disposti a reinventarsi ad ogni romanzo (e di conseguenza a rischiare editorialmente, come nel caso del controverso “Pigmeo”), per offrire ai propri lettori una merce sempre più rara: l’imprevedibilità.

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