Phascolarctos cinereus

Era la fine degli anni ottanta, o i primissimi scampoli del decennio successivo, ero a casa di mia nonna a guardare la tv, e stranamente non davano un film con Jerry Lewis. Nell’ineffabile meccanismo che regola l’universo, c’era questo curioso effetto che mi materializzava a casa di mia nonna ogni qualvolta, nella fascia dieci-mezzogiorno, era prevista una pellicola del tipo Ragazzo tuttofare o Il Cenerentolo, e dubito che ci fosse un rapporto di causa-effetto, o che mia madre fosse segretamente in contatto con un responsabile dei palinsesti e stessero compiendo su di me un qualche tipo di esperimento pavloviano. Ad ogni modo, come già detto, quella volta non guardavo un film con Jerry Lewis, ma un documentario; in questo documentario, ad un certo punto, un koala scende dal suo eucalipto e arranca alla ricerca di un altro condominio vegetale. Mia nonna passò dalle parti del teleschermo ed esclamò: «Che carino quel cane!». «No nonna» le dissi io, «non è un cane. È un koala». La madre di mia madre guardò bene lo schermo e poi sentenziò perentoria: «No, è un cane». Rimanemmo per un tempo imprecisato a fissarci negli occhi sorridendoci, ma dietro quel sorriso io pensavo «Povera nonna, così ignorante che non sa nemmeno cos’è un koala», e mia nonna probabilmente pensava «Povero bambino, così stupido che non sa nemmeno riconoscere un cane»
Ieri un amico mi raccontava come suo nipote fosse stato beccato dalle maestre d’asilo mentre baciava in bocca una compagna. Non riuscivo a comprendere cosa ci fosse di così scandaloso, mi è stato risposto che non è un comportamento opportuno, soprattutto nei riguardi dei genitori della bambina; ok, mi sono fatto rispiegare la faccenda e… no, avevo capito bene, suo nipote non aveva baciato in bocca la madre della bambina, e quello sì sarebbe stato inopportuno, ma proprio la bambina, e ovviamente la cosa era stata consensuale, ciò nonostante al maschietto veniva riservata la reprimenda più severa; una concatenazione di elementi scontati per chi mi parlava, ma non per me, come quella frase finale, che da bambino avrò ascoltato mille volte e con la quale anche quel playboy col pannolino ha dovuto fare i conti: “Sei troppo piccolo per queste cose”. Ascoltando il suono di quelle parole mi è tornato in mente l’episodio che ho raccontato prima, e ho pensato che se mia nonna mi avesse detto “sei troppo piccolo per queste cose”, qualsiasi fossero le cose per cui ero troppo piccolo, mi sarei chiesto per quale diavolo di motivo quella vecchia talmente esperta del mondo e della vita da conoscere quattro animali al massimo, avesse accesso a delle attività a me precluse. O molto più semplicemente avrei fissato mia nonna e le avrei sorriso, pensando “sì, come no…”, e lei rispondendo alle mie pupille e ai miei denti da latte avrebbe pensato “certo che i bambini si bevono proprio tutto…”.
Poi ci sono sicuramente mocciosi che dicono “sì nonna, hai ragione tu, quello è un cane”, e ci credono sinceramente, nonostante la scritta in sovraimpressione ripetuta 10 volte e il commentatore che si sgola: “non crederle, è un koala! Uno stracazzo di koala! K-o-a-l-a!”. Immagino che quei bambini, crescendo, diventino quel genere di adulti che ti guarda con sospetto quando dimostri di sapere qualcosa che loro non sanno. “Studi chimica?” ti senti chiedere con diffidenza da questi individui perché magari, chiacchierando del clima e del caldo, ti è scappato che i metalli col calore si dilatano. Non sono stupidi o ignoranti, generalmente sono persone determinate e ferrate nei loro campi, ma sfugge alla loro comprensione come qualcuno possa interessarsi a qualcosa  senza che da tale studio possa trarsi un guadagno tangibile. Loro non capiscono, e quindi hanno paura. Io invece odio loro, come la burocrazia o i balli di gruppo. E così quando a quello dei metalli dico che no, non studio chimica, e un po’ per sdrammatizzare e un po’ per vaffanculo sto per aggiungere che sarebbe stato più appropriato chiedermi se studiavo fisica, quello se ne esce con un “Allora come lo sai?”. Per anni ho combattuto con l’incubo di questa domanda, non sapevo mai darvi risposta, per me era l’equivalente concettuale dell’oblio; non ricordo in quale cazzo di occasione ho appreso che i metalli si dilatano col calore, o quando ho letto che la capitale della Somalia è Mogadiscio e così via. Dopo anni di meditazione penso di aver trovato la risposta corretta, che tra l’altro, come spesso accade, era anche la più semplice: “Perché mi piace sapere le cose”. Finora mi è capitato poche volte, ma quando ho avuto la fortuna di mostrare la mia pietra filosofale, ho percepito nel mio interlocutore uno spiazzamento totale, con mio sommo piacere, perché c’è solo una cosa che mi piace di più di sapere le cose: destabilizzare quelli che mi guardano con sospetto quando dimostro di sapere qualcosa che loro non sanno.

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Un pensiero su “Phascolarctos cinereus

  1. è la differenza che c’è tra l’imparare e lo studiare. Se a scuola si insegnasse ad imparare, invece di obbligare allo studio, ne sapremmo molto di più.

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