Breve racconto autobiografico da 64 kb

Da bambino andavo spesso a giocare da un compagno di scuola, scuola elementare ovviamente, un bravo ragazzo figlio di coltivatori diretti. Erano molto poveri, ciò nonostante era l’unica persona che conoscessi che possedeva un Commodore 64, che all’epoca chiamavamo semplicemente computer, oddio, l’avverbio usato non rende bene l’idea, perché all’epoca il termine computer incuteva un religioso rispetto, tanto per rendere il concetto in quegli anni si usava un adagio, poi lentamente tramontato con l’aumentare della complessità dei processori, che suonava più o meno così: “i computer non sbagliano mai”. Seppure le prestazioni di quel dinosauro dell’informatica oggi sarebbero uguagliate da un telefonino di fascia bassa da spento, a noi il fenomeno di quei pochi pixel sullo schermo a cui attribuivamo i significati di uomini, mostri, armi e mondi interi e che obbedivano ai nostri comandi attraverso l’inclinazione di una sorta di cazzo di plastica a due bottoni, costituiva la prova che un futuro fantascientifico ci aspettava dietro l’angolo. Fatto sta che un giorno, mentre attendevamo il loading di una cassetta, sentimmo dei rumori provenire dall’orto, il mio amico andò a controllare, io lo seguii, e ci si presentò la seguente scena; il suo cane, un vecchio volpino attaccato a una catena, girava freneticamente in tondo ringhiando contro il nulla, mentre a pochi centimetri un gatto bianco giaceva inerme con la testa in una pozza d’acqua appena tinta di sangue. Io chiesi se quel gatto fosse di uno dei vicini, e lui mi rispose di no, che era il loro gatto, e che era cresciuto insieme al cane, insieme al suo assassino. Poi mi disse di tornare in casa, un velo di tristezza gli coprì gli occhi ma tentò lo stesso di sorridermi, di essere cordiale; aveva la mia stessa età, ma in quel momento mi parve più adulto degli adulti, che sapesse della vita molto più di quanto ne avessi capito io, e di quanto ne avrei capito in futuro. Stupidamente pensai che quella tastiera, a cui attribuivo poteri magici e che intimamente gli invidiavo, lui se la meritasse molto più di me. Tornammo in casa e facemmo il record a Golden Axe.

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12 pensieri su “Breve racconto autobiografico da 64 kb

  1. Oh mamma che dire si mi sa che in quello sguardo c’era qualcosa. Per il resto mi hai fatto tornare in mente le ore passate davanti alla TV ad aspettare il loading del gioco.
    SHIFT and RUN/STOP
    prima o poi devo scrivere unpost sul mitico commodore

  2. Io avevo Intellivision, passavo le notti a fare record a “Asteroid”, ma le partite erano cosi’ lunghe che quando non ce la facevo piu’, svegliavo mio fratello che all’epoca aveva 5 anni, e io 11, e gli imponevo di continuare la partita fino a che non mi sarei risvegliato.

    Ciao
    Zac

  3. Ahahah, questa da te raccontata è un chicca Zac, che fa luce su una delle più grandi invenzioni dell’umanità: la possibilità di salvare una partita. Mi pare di ricordare che prima che apparissero i primi dispositivi con memoria di massa, una primordiale console aveva inventato un sistema per non mandare in vacca le ore e ore di duro lavoro se bisognava andare a letto, era una nintendo o un sega, dava un codice alfanumerico alla fine di ogni livello, quel codice inserito all’inizio di una nuova partita ti faceva cominciare dall’ultimo livello raggiunto, qualcuno se lo ricorda e mi può dare conferma?

  4. Io avevo l’atari e con mio fratello ci giocavamo per ore a asteroid e anche a quel gioco di cui non ricordo il nome, noi lo chiamavamo il castellano perchè erano gli omini che giravano per il castello e dovevano mangiare per non morire e, anche se non eravamo nemici, ci rubavamo il cibo, io e mio fratello. Lui adesso è in Africa e io in Spagna e mi hai fatto, Barabba, sentire nostalgia con questo post.

    (volevo lasciarti questo http://preciseparole.wordpress.com/2011/11/26/chi-scrive/ che è un po’ quello che penso di quella cosa lì di cui si parlava in altro luogo del web)

  5. ma sei proprio sicuro che sia stato il cane?
    Ecco, fosse stato un vero gioco il gatto si sarebbe rialzato in piedi, con una nuova vita da consumare.

  6. La schermata blu del commodore… per me era tabù… apparteneva a mio fratello e lo potevo usare solo una volta a settimana per gentile concessione… bei tempi.

    Nei bambini, in particolare in quelli dotati di forte sensibilità e sofferenza, ci cela una strana consapevolezza panica e spiazza anche il più anziano saggio secondo me. Cmq^^ sono capitata qui per caso e… mi piace!! Ciao!!!

  7. mai avuto il Commodore ma sempre scroccato agli amici. Penso che quando vai a parlare di tempi di caricamento e cassette coinvolgi fino al midollo tutti quelli della nostra generazione… E quando per sbaglio il caricamento falliva? E magari a te serviva l’ultimo gioco del nastro? E dovevi ricominciare da capo? 😉
    Comunque grande Golden Axe. Specie con la femminuccia.

  8. Ciao gran bel post e gran bel blog. Sono un appassionato di videgame che ha visto passare tra le sue mani tanti “computer” e tante console. Vi racconto un aneddoto. La mia prima copia di Street Fighter 2 era per C64.
    Ricordo perfettamente che inseriii la cassetta nel mangianastri per il caricamento alle 11:00 del mattino di una domenica. Il gioco si avviò intorno alle 13:00. A quel punto stavo per iniziare la prima partita quando mia madre mi ha chiamato a tavola e mi ha obbligato a spegnere tutto. Comunque bei ricordi davvero. Il gatto secondo me è vittima di un topo di campagna mentre il bimbo saggio deve tutto a Golden Axe. In Golden Axe il giocatore più “in vita” cedeva sempre l’ampolla magica al più debole. Golden Axe ti fa crescere saggio.

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