Pensateci prima

Rancho Palos Verdes, CA

Qualche giorno fa, con degli amici, ci siamo trovati alle due di notte a leggere epitaffi famosi su internet. Vi giuro che tutto è partito da una discussione normale, da gente grossomodo sana di mente; se non ve ne siete mai occupati non potrete credere alle epigrafi non convenzionali che ogni tanto si possono leggere… se l’ironia da sempre è giudicata sintomo di intelligenza, l’autoironia di grande intelligenza, l’ironia post-mortem (o più propriamente il gallows humor) è segno di immensa devozione verso l’ironia e quindi per l’intelligenza umana, se non per la battuta in sé quantomeno per la scelta del tempo comico definitivo. Se non avete mai pensato alla vostra epigrafe tombale perché la cosa vi fa tristezza, oppure perché non farete in tempo a scriverne una in quanto avrete altre cose da fare, tipo morire, potete scegliere un epitaffio già pronto che trovate di seguito, ovviamente non chiedo niente in cambio, giusto la vostra anima…

“Non piangete per me, ho finalmente la scusa perfetta per non fare un cazzo” (per pigri cronici).

“Mai stato così comodo, ci passerei l’eternità” (per pubblicitari e televenditori).

“Sono momentaneamente non vivo, ma farò ricorso” (per avvocati rampanti).

“Ho solo delocalizzato la mia produzione di vita” (per manager senza scrupoli).

 “Scusate se non mi alzo” (per i maniaci delle buone maniere).

“Polvere eravamo e polvere torneremo… e neanche una banconota da arrotolare” (per cocainomani pessimisti).

“Vi ho battuti sul tempo” (per i malati della competizione).

“</life>” (per programmatori e patiti di informatica).

“Nacque, visse e si biodegradò” (per ambientalisti convinti).

“A quanto danno la reincarnazione?” (per scommettitori incalliti).

“Che cazzo leggi?” (per sociopatici e attaccabrighe).

“Almeno questa frase l’ho pubblicata” (per eterni aspiranti scrittori).

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11 pensieri su “Pensateci prima

  1. Ecco,
    giusto per la precisione,
    fra le mie passioni vi sono i copricapi, su taluni dei quali verso colore e scritte, poi li risciacquo, li “fisso”, e poi son pronti per essere indossati senza che il colore ti coli sulla fronte.
    Ebbene, l’anno scorso a Venezia, quando non sei potuto venire, avevo un cappellino con due scritte:

    Fronte: “DON’T TRY”
    Retro: “HUNGRY OF LOVE”

    Dopo un’ora tutti mi chiamavano Hank, e devo dire che (dato che il pass “actor” mi faceva scolare tutto il possibile gratis) ci somigliavo parecchio.

  2. Che particolare quesito,
    attualmente ne avro’ una decina, ma ne avro’ prodotti almeno cinquanta, il problema e’ che spesso mi capita di uscire con il copricapo e tornare senza.

    Uno, forse quello con la storia che vale la pena di raccontare, lo comprai nel 2000 a Camden Town, poi lo “trattai” e soprattutto non lo persi per anni.
    Tornai a Camden Town credo nel 2005, ovviamente con il copricapo descritto, e lo persi dentro a un pub.
    Era ritornato sul luogo di nascita.

    C’avevo dipinto una frase sanguinante, diceva:

    “I’M a BITCH”

    Hasta
    Zac

  3. Ecco, il fatto che dai vita a copricapo come un genitore e poi li lasci andare liberi per il mondo dà al tutto un’aura di poesia che non avevo intuito dal primo racconto, dovresti aggiungere una targhetta al loro interno con scritto tipo “questo cappello non appartiene a nessuno se non a chi voglia indossarlo” o qualcosa del genere, una forma di street art

  4. I’ll be right back (torno subito) è quella che mi piace di più (ma non credo più alla reincarnazione purtroppo). Oltre alla mancanza di epitaffi trovo scarna e insufficiente la ritualizzazione funebre. La messa è un rito passivo, lo si subisce ma non si partecipa. Nei paesi angosassoni hanno riti più partecipatorii dove si possono ricordare eventi, tratti caratteriali, e altro del deceduto. Si mangia, si beve (soprattutto) e si ricorda il defunto. A volte si ride, balla e si sta bene. Ma si partecipa in comunione con altri che condividono la perdita. Questo mi piace di più che un prete che manco conosce il defunto che sperpera parole astratte di cui non c’è certezza alcuna.
    (scusa sai ma perchè Bukowsky diceva don’t try? a cosa si riferiva?)

  5. riguarda quello che in un corso di scrittura verrebbe definito il suo metodo creativo: non provarci. “Cosa fai? Come scrivi, come crei?” Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l’immortalità. Aspetti, e se non succede niente, aspetti ancora un po’” (cit.)

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