Il ragazzo alla fermata dell’autobus

— Lo vede quel ragazzo alla fermata dell’autobus?

L’uomo in giacca e cravatta seguì con lo sguardo la direzione indicatagli, e per un attimo strinse gli occhi, a causa della forte luce solare, che come per un sortilegio si fermava giusto all’ingresso della falegnameria senza osare penetrarvi.

— Intende quel signore?

Chiese l’uomo in giacca e cravatta al vecchio artigiano.

— Già… quel signore — Rispose con un sorriso appena accennato il vecchio. — Ha quarant’anni, su per giù, e da più di trenta lo vedo ogni giorno lì, alla fermata dell’autobus, me lo ricordo col grembiule e la cartella quando era alto poco più della metà. Me lo ricordo con i capelli lunghi e la prima barba sul volto. Me lo ricordo, ed è come se fosse ieri, con lo zaino in spalla, quelli di quando uno se ne va per un viaggio che non sa quando finirà. Me lo ricordo col suo primo abito elegante… come il suo — disse rivolgendo lo sguardo all’uomo in giacca e cravatta — me lo ricordo quando ha cominciato ad assomigliare a un uomo, ed è una cosa strana, che se uno ti chiede cos’è che cambia che fa sembrare uno un adulto, tu non sai che rispondere, qualcosa cambia, ma non sai cosa.

L’uomo in giacca e cravatta stava in silenzio, attendeva una conclusione che evidentemente sarebbe arrivata.

— Beh, io quel ragazzo, anzi, quel signore, non so neanche come si chiama, strano no?

L’uomo in giacca e cravatta non apparve turbato o imbarazzato, e il falegname pensò che doveva avere ancora i genitori in vita, quindi abituato agli attacchi di malinconia tipici dei vecchi. L’uomo in giacca e cravatta continuava a tacere, così il falegname si fece coraggio e gli disse che la sua cassettiera non era ancora pronta, che sì, è vero, gli aveva detto che sarebbe stata pronta la mattina, ma la colla non si era asciugata in tempo, è per via dell’umidità, spiegò. L’uomo chiese l’orario in cui sarebbe potuto tornare, poi salutò educatamente ed uscì nella luce.

Chissà se ci ha creduto alla storia della colla, pensò il vecchio. La verità è che il mobile non era ancora pronto, ci aveva lavorato, molto, ma i suoi occhi e le sue braccia non erano più quelli di una volta. Ci aveva lavorato anche di notte, tanto ormai non dormiva quasi più, abbassava la saracinesca del laboratorio e levigava, sempre più lentamente, ascoltando la radiolina portatile. Gli piacevano le trasmissioni in cui si parlava, anche se spesso non capiva di cosa, o quelle sportive: conosceva a memoria i nomi dei campioni del calcio internazionale, del Barcellona, del Chelsea, del Paris Saint German, a volte li ripeteva, invece di canticchiare ripeteva i nomi che gli piacevano di più, anche se avrebbe avuto qualche difficoltà a trascriverli. È strano come le radio portatili siano rimaste più o meno le stesse nonostante i computer, i televisori piatti e i telefoni che fanno tutto, pensava il vecchio. Un giorno decise di comprarne una nuova, prese la sua Fiat Uno e andò verso il grande negozio di elettrodomestici, quello di cui aveva trovato il volantino nella cassetta delle lettere. Aveva deciso di comprarne una con uno schermo digitale, una di quelle che puoi salvare le stazioni come i canali della televisione, ma poi si era quasi commosso davanti ai modelli standard. Gli facevano simpatia, gli sembravano buoni: una rotella per il volume e una rotella per le frequenze. La semplicità non può essere mai malvagia, pensò il vecchio. Così comprò un modello che non era poi tanto diverso da quello che già possedeva, e che funzionava ancora benissimo. Quando uscì nel parcheggio si accorse di una grande insegna, il nome di una ditta che aveva cambiato per sempre, facendolo quasi estinguere, il lavoro che faceva da cinquan’tanni: Ikea. Erano anni che si diceva ci sarebbe andato, quindi posò in macchina la radiolina e si fece ingoiare dal colosso scandinavo. Legno di scarsa qualità, se non infimo truciolato, cerniere deboli, incastri di dubbia tenacia, insomma prodotti scadenti. Eppure, pensò il vecchio, se non avesse fatto il falegname, se la sua vita fosse stata diversa, se fosse stato anche lui un giovane uomo con moglie e figlie piccole, probabilmente anche lui avrebbe comprato in quel supermercato del mobile. Nella sua vita la possibilità di prendere moglie o avere dei figli non era stata mai un’ipotesi realistica, anche se sua madre, povera donna, lo sperò fino al suo ultimo giorno. Con una donna ci era stato l’ultima volta almeno trent’anni prima, una del mestiere. Aveva avuto solo professioniste, tante, tante che  a contarle si perdeva il conto, ma solo a pagamento. Aveva smesso di andarci di colpo, forse fu quando morì il padre e alla falegnameria dovette pensarci solo lui. Comunque non gli mancava così tanto fare sesso con una donna, non gli serviva poi a molto, gli dava la stessa sensazione di quando hai fame e ti ingozzi d’acqua. L’unica persona capace di placare la sua fame era poi partita per la Sicilia a fare il carabiniere, si chiamava Remo, si sposò con una del posto ed ebbe cinque figli. Fino al duemila ogni tanto il vecchio lo vedeva ancora, tornava una volta all’anno dalla Sicilia, e ogni volta che lo vedeva il vecchio non provava attrazione fisica, ma un’enorme tenerezza. Dal canto suo Remo probabilmente aveva dimenticato quella follia di giovinezza, o aveva voluto dimenticare. Remo nel duemila ebbe un infarto e morì. Il vecchio mandò un telegramma alla famiglia ma non ebbe mai risposta. Fu questo il pensiero che accompagnò l’ultima scartavetrata, per pulire uno sbuffo di vernice sulla cassettiera dell’uomo in giacca e cravatta, che come se avesse aspettato quel gesto definitivo dietro l’angolo, apparve nel laboratorio. L’uomo era più loquace rispetto al mattino, mentre pagava spiegò al vecchio di aver vinto quella cassettiera in un’asta fallimentare, e stando ai documenti era un pezzo del 1940. Millenovecentoquaranta, l’anno della sua nascita, pensò il vecchio, e per un attimo ebbe quasi la convinzione che quel vecchio mobile sarebbe stato l’ultimo a conoscere i suoi attrezzi.

Quella sera comprò in rosticceria il pollo con le patate. Dopo essere tornato a casa e aver consumato la cena, si versò nel bicchiere il suo solito nocino. Sentì  la debolezza posarglisi sulla testa e poi sulle spalle, delicatamente, come una ragnatela che cade dal soffitto. Si mise a letto e realizzò, con non poco stupore, che quella sera non avrebbe avuto difficoltà ad addormentarsi. Nel buio delle palpebre chiuse rivide il ragazzo della fermata dell’autobus, lo vide crescere in pochi secondi, da bambino di dieci anni diventare prima ragazzo, poi uomo e infine vecchio, un vecchio col suo volto: alla fine diventava lui. Allora è così che finisce, si disse, ed è una cosa strana, che se uno ti chiede cos’è che cambia che ti fa capire che sta per finire, tu non sai che rispondere, qualcosa cambia, ma non sai cosa. Alla morte ci aveva pensato spesso, soprattutto dopo che era toccata a Remo, gli sarebbe piaciuto rivederlo, come gli sarebbe piaciuto riabbracciare sua madre, e suo padre, ma ora sperava che quello che immaginava nei momenti di sconforto si rivelasse vero, ovvero il buio, il nulla. Perché un’altra vita ancora, pensò, sarebbe stata troppo faticosa.

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11 pensieri su “Il ragazzo alla fermata dell’autobus

  1. oddio, uno del 45 è vecchio…mi preoccupa questa storia. Diciamo che è avanti con gli anni.
    Il mese scorso in montagna scherzavo con i miei: mio padre si avvia per gli 87 e mia madre ne a dieci di meno.
    Li prendevo in giro perchè quando parlavano dicevano:
    “Oggi andiamo a trovare la vecchietta che c’è su al maso” – “Guarda quei vecchietti laggiù” e via discorrendo. Insomma, i vecchi erano sempre gli altri.
    “Quelli sono più giovani di voi” dovevo ripetere ogni volta.

    E le radioline. E’ proprio strano, sono sempre uguali e c’ è perfino chi le usa ancora per ascoltare le partite alla domenica, come se il tempo per loro si fosse fermato

  2. 🙂 ma per il protagonista della storia la vecchiaia è una condizione dell’animo e non anagrafica, come il “ragazzo” alla fermata dell’autobus che in realtà ha 40 anni

  3. qualche giorno fa sul giornale c’era scritto. “ragazzo di 45 anni”. Ci sono buone probabilità di arrivare fino ai 120 in buona salute

  4. Esimio maestro,
    son tornato dalle ferie e mi sono regalato quest’ennesima, fatale, superlativa, pagina di letteratura, al solito sei impareggiabile.

    Hai scritto Barcellona , Chelsea, PSG.
    Se ambientavi il racconto piu’ indietro avresti scritto
    Borussia Moenchengladbach, Leeds e Benfica, anche questo e’ un segno del tempo.

    Ne aproffitto qui:

    Il mio attacco e’ Totti, Vucinic, Jovetic, Immobile.

    Mi son preso anche Basta e Hernanes

    A parte i soliti noti ti segnalo:
    Borja Valero
    Neto
    Kucka
    Romero
    William
    Granqwist

    Attenzione a Pinilla del Cagliari che puo’ segnarne una caterva.

    Ti sconsiglio di prendere giocatori del milan e stai attento anche a quelli della Roma, che Zeman cambia formazione ogni ora.

    Ciao
    Zac

  5. che ora che ci penso è in tema col racconto, visto che in dialetto salentino (ma sono pronto a scommettere anche in altri idiomi) “cascione” indica la cassapanca e per estensione un vecchio mobile ingombrante

  6. Bellissimo, complimenti.
    Il desiderio che la morte sia il buio, il nulla mi ha fatto venire in mente un bell’articolo di qualche giorno fa di Galimberti in cui si parlava del diverso approccio che hanno verso la morte la cultura cristiana e quella greca.
    La prima che vede la morte come un evento a cui non rassegnarsi, in quanto ritenuta una rinascita. La seconda che, invece, la considera per quello che è: la fine naturale di un essere vivente. Il nulla, appunto.

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