Pietà

Il cinema sudcoreano è ormai una certezza per i cinefili di tutto il mondo, ma non solo, dagli studi di Seoul spesso vengono fuori pellicole di genere indirizzate a chi non necessariamente ha un palato fine. Sull’abecedario del cinema, quello sudcoreano lo troveremmo alla lettera V; vengeance and violence, vendetta e violenza. È curioso come il tema della vendetta abbia imperniato tanto il cinema coreano, si pensi alla trilogia di Park Chan-Wook (Mr Vendetta, Old Boy, Lady Vendetta), all’efferato I Saw the Devil di Kim Ji-Woon o a La Samaritana dello stesso Kim Ki-duk, per citare quelli di maggiore successo e risonanza nelle nostre sale. Penso che questa caratterizzazione di una cinematografia nazionale attorno allo stesso tema sia abbastanza peculiare, escludendo il cinema di propaganda penso che solo il tema del sogno americano, del successo, ebbe una tale pervasività nella sua cinematografia di riferimento, ma in quel caso era funzionale alla struttura culturale della società in cui nasceva, mentre la vendetta dei film sudcoreani è spesso disfunzionale, si pensi alla critica verso il sistema giudiziario (ad esempio in Lady Vendetta), forse la parentela più stretta, a sorpresa, la vendetta di celluloide coreana la trova nella pietas del neorealismo italiano (anch’essa culturalmente disfunzionale), quindi non sorprenda che l’ultimo film di Kim Ki-Duk, vincitore del leone d’oro 2012, si intitoli appunto Pietà.

Pietà rientra a pieno titolo nel filone della doppia V sopra descritto. Un riscotitore dell’usura sottopone dei poveri artigiani in crisi a delle torture fisiche e psicologiche, che, metto in guardia, molti potrebbero ritenere insopportabili, a tale attività, inevitabilmente, è collegato il congegno ad orologeria della vendetta. Seppure ciò che attiene strettamente le due V sia notevole e ben girato, il telaio che le tiene insieme è apparso a chi vi scrive, assai fragile, a partire dall’evoluzione psicologica del protagonista, troppo repentina e patetica, passando al comportamento delle vittime (inverosimilmente sottomesso), fino ad arrivare ad alcuni dialoghi che, mi spiace scriverlo, definirei quasi dilettantistici; mi riferisco in particolare al primo dialogo del film, un dialogo che nella vita vera non sarebbe mai avvenuto, perché ciò che si dicono i personaggi evidentemente già lo conoscono perfettamente, ma il dialogo avviene comunque a favore di pubblico, per comunicare una premessa che altrimenti sarebbe stata più complessa da veicolare.

Ciò nonostante, con i suoi limiti, Pietà rimane un bel pugno nello stomaco, ma, per quanto mi riguarda, Kim Ki-Duk è ancora molto lontano dalla perfezione espressa da Park Chan-Wook, suo conterraneo e quasi coetaneo collega.

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2 pensieri su “Pietà

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