Un macaco mi ha chiesto una cartina

Da bambino ero affascinato dalla convinzione di mia nonna che i suoi gatti sapessero auto-curarsi, mangiando all’uopo erbe selvatiche. Crescendo ho scoperto che non vi era nulla di superstizioso nella convinzione di mia nonna; è un fatto noto, accettato e spiegato dalla scienza non solo per i felini. Meno noto è però il fatto che gli animali sanno anche drogarsi. Tale affermazione è ovviamente soggetta a un problema definitorio che non è il caso di affrontare in questo breve post, ci accontenteremo di intenderla come la propensione ad assumere sostanze con effetti nervosi ed inebrianti. Gli etologi hanno da sempre preso nota di alcuni curiosi comportamenti del regno animale in questo senso, ma li hanno sempre bollati come anomalie senza mai un serio dibattito; la mole di dati raggiunti oggi invita però a ripensare tale posizione. Se infatti è facile indicare alcune assunzioni come accidentali (il locoismo del bestiame) o indotti e condizionati dall’uomo, come la dipendenza dei gatti e dei topi delle fumerie di oppio o il tabagismo di alcune scimmie addomesticate, altri fenomeni lasciano poco spazio a queste ipotesi; si tratta di comportamenti organizzati, addirittura rituali, come il distacco di alcuni elefanti maschi adulti dal branco per mangiare dei frutti alcolici (gli elefanti in questione percorrono anche 30 km in un giorno per recarsi dove si trovano i frutti fermentati della palma malura, e dopo essersi letteralmente ubriacati effettuano qualcosa di molto simile a una danza), oppure come le manguste, animali prevalentemente carnivori che in determinate situazioni come la morte del partner (Siegel 1989) mangiano i semi di Ipomea Violacea, contenenti ergina, una molecola simile all’Lsd, da secoli impiegata dalle popolazioni tribali del Messico, spesso, curiosamente, proprio in concomitanza a dei lutti, o ancora come i mandrilli del Gabon, che mangiano radici di Iboga (l’ibogaina è un potente allucinogeno attualmente sotto la lente della comunità scientifica perché avrebbe sull’uomo un inspiegabile effetto di reset sulle dipendenze, è inserita in dei protocolli di sperimentazione nella disintossicazione da eroina) se sfidati o minacciati da un altro maschio, il mandrillo che ha mangiato l’iboga gira intorno all’avversario per una o due ore, poi quando probabilmente è raggiunto dall’effetto psicotropo si getta nella lotta.

A chi vuole approfondire l’argomento suggerisco di leggere “Animali che si drogano”* del dott. Giorgio Samorini, etnobotanico nonché “scienziato delle droghe”, sicuramente la voce più autorevole della comunità psichedelica italiana. L’oggetto di questo breve saggio lo trovo estremamente interessante non solo perché ci permette nuovamente di riflettere sull’imparzialità della scienza nei confronti della morale dominante (nel caso specifico etologia e proibizionismo), ma ci invita a riconsiderare l’attività enteogenica nella storia dell’uomo connotandola di carattere biologico e non solo culturale (solo e soltanto per comodità esplicativa nel post ho inteso il primate Homo sapiens come estraneo al “regno animale”). In parole povere il saggio dimostra come non vi sia nulla di innaturale nel consumo di sostanze con effetti psicoattivi, innaturale è invece la repressione tout court di tale naturale attività, le società odierne dovrebbero preoccuparsi non tanto del consumo in sé ma del consumo irresponsabile, promuovere la riduzione del rischio, che è cosa assai diversa.

* potete scaricarlo in versione Pdf dal sito personale di Samorini, qui

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5 pensieri su “Un macaco mi ha chiesto una cartina

  1. Questa è una buona riflessione. ‘Scienza delle droghe’ è un neologismo praticamente usato solo da Samorini. Farmacologia è un termine altrettanto adeguato, meglio ancora Farmacognosia.

  2. Farmacognosia… grazie, non conoscevo il termine, penso che Samorini utilizzi l’espressione “scienza delle droghe” perché vi aggiunge un approccio antropologico che la farmacognosia (mi pare di capire da una lettura generica sul web) non considera, non a caso Samorini ritiene che il primo scienziato delle droghe sia stato Paolo Mantegazza che era appunto un antropologo

  3. mi pare di capire che gli animali in questione si “droghino” solo in determinate situazioni, quindi non sono dipendenti. Non umani tendiamo invece ad assumere atteggiamenti compulsivi e diventare dipendenti da tutto, anche delle slot machine

  4. Non è una deriva della natura umana in sé, ma delle società moderne; senza andare oltreoceano anche nella culla della civiltà europea, ovvero l’antica grecia, ogni anno uomini e donne di ogni estrazione sociale partecipavano a un rito noto come “misteri eleusini”, in cui, ormai sembra pacifico, si assumeva una bevanda di menta e orzo, ma quest’ultimo probabilmente infettato dall’ergot, ovvero dal fungo parassitario unica fonte naturale di dietilamide dell’acido lisergico, ovvero LSD, a questi riti parteciparono anche le maggiori menti dell’antichità, come Platone.

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