Le cronache di quello che dovrebbe essere rum ma mica sono tanto convinto + inserto: “Ognuno scelga il suo nome”

Secondo esperimento di psiconautica da discount. Questa volta gli input chimici sono stati raccolti in un’unica continua somministrazione no-stop; la fonte di fitocannabinoidi è stata la stessa del primo report, mentre quella dell’etanolo è stata sostituita con un rum che son sicuro che chi lo produce si vergogna anche a regalarlo, dico solo che il fegato non mi ha fatto vertenza perché ha trovato gli sportelli sindacali chiusi, causa manifestazione nazionale della Fiom. I miei reni, invece, sono evidentemente dei crumiri e si son dati allo straordinario selvaggio, quindi questo report sarà intervallato dalle pause dedicate alla minzione. Eccipienti: il supporto glicemico è stato garantito da due Magnum Ghana, davvero notevoli, comprendo che la vena di cacao utilizzata possa non incontrare i favori di tutti, ma un gelato che in una società discriminante come la nostra si chiama come uno stato africano merita almeno il beneficio della prima volta.

Prima pisciata: Sto leggendo l’ultimo libro di Saviano. Mi dispiace che una parte di chi qualche anno fa lo osannava ora lo snobbi o lo prenda per culo tramite social, non perdonandogli probabilmente di essere diventato troppo popolare, un oratore televisivo, un’icona nazional-popolare. Se fossi un amico di Saviano gli direi che non può farci niente, che arriverà addirittura un tempo in cui perderà per strada il distintivo di intellettuale, che gli preferiranno un opinionista semianalfabeta, ma arriverà anche un tempo in cui tutti si riempiranno la bocca con sue citazioni, usate quasi sempre a sproposito, come accade oggi con Pasolini. Sono le tre fasi di evoluzione dello scrittore di Arbasino-Flaiano; giovane promessa, solito stronzo e venerato maestro. Perentorie come le tre fasi dello sviluppo sessuale in Freud. Questo direi se fossi amico di Saviano, e non mancherei neanche di ricordargli che pur avendo la stessa età io i capelli ce li ho ancora, ma questo lo direi soprattutto perché sono stronzo e mi piace mostrare agli altri il mio talento.

Seconda pisciata: Mi viene in mente la storia dei delfini che dormono solo con un emisfero cerebrale alla volta, mentre l’altro si occupa di nuotare. Non mi stupirebbe se tra qualche anno, qualche scienziato che se ne occupa dirà: “ehi aspettate non è esattamente così, non è che l’emisfero dormiente sia proprio dormiente, e non è che quello sveglio sia proprio sveglio; diciamo che è in uno stato Vito Crimi”. Thomas Khun, forse il più grande filosofo della scienza (fottiti Popper!), sosteneva che la scienza è una serie di cerchi concentrici; in quelli più interni la conoscenza scientifica si determina, in quelli più esterni la si apprende, le pubblicazioni di riferimento dei cerchi interni sono le riviste di settore, quelle dei cerchi più esterni i manuali, ciò che sulle circonferenze più lunghe appare consolidato, in quelle più ristrette è in continua discussione. Se poi parliamo di neurologia la faccenda diventa ancora più precaria; ogni decennio viene spostata un po’ più in là la presunta età in cui il cervello umano smetterebbe di svilupparsi, ed è solo di questo decennio la scoperta di staminali (con relativa possibilità di ricambio cellulare) nell’ipofisi umana. Forse un domani si scoprirà che nel cervello, oltre ad un’attività chimica ed elettrica, ve n’è una quantistica, qualsiasi cosa voglia dire, e allora Jung avrà la sua rivincita su Freud (eccolo che ritorna; è colpa del mio reflusso gastro-cerebrale, che mi fa tornare su pensieri semi-digeriti), con il godimento di chi come me tifa di default per gli outsider. Un tale scoperta produrrebbe anche una serie di dibattiti, a dire il vero mai  sopiti, sul concetto di coscienza, che ora non c’ho voglia di affrontare perché mi sta salendo la fattanza.

Terza pisciata: Rutto. Ho sempre invidiato chi sa ruttare a comando, ma ancora più figo sarebbe il superpotere di far ruttare gli altri a proprio piacimento. Il capoufficio ti fa una ramanzina? Improvvisamente comincia a gracidare come una rana. Un carabiniere fa il gradasso? Comincia a singhiozzare ruttini da infante. Quel politico corrotto che odi da una vita? Nel bel mezzo di un comizio comincia a riprodurre la linea di talkbox di “Around the World” dei Daft Punk. Poi mi viene in mente un’altra cosa, una cosa che mi ha sempre affascinato; quelle famiglie, tendenzialmente progressiste in cui i figli chiamano per nome i genitori. Probabilmente ciò aiuta il figlio a smarcarsi dall’autorità genitoriale, chissà cosa ne penserebbe Freud… eh niente, è proprio na brutta piaga sto reflusso… comunque propongo un upgrade: i figli chiamino i genitori con i nickname che questi usano su twitter, su wordpress o nei loro forum di scambisti preferiti. Ma io sui nomi so sempre stato fissato, chissà perché, ho scritto anche un racconto una volta, quando torno lucido lo linko.

Quarta pisciata: mi gira la testa, è meglio che mi metta a letto. Forse in questo periodo sto bevendo troppo; il prossimo weekend mi riprometto di non bere. Se manterrò il proposito mi premierò bevendo lunedì, martedì, mercoledì e giovedì.

Il giorno dopo: Dunque il racconto di cui sopra, intitolato “Ognuno scelga il suo nome”, del 2009, non è mai stato pubblicato su questo blog; mi era stato inizialmente richiesto per una rivista che, dato che sono fortunato, decise di chiudere prima che venisse pubblicato il mio contributo. La responsabile della rubrica narrativa, Morena Fanti, decise comunque di pubblicarlo sul suo blog personale, e per ricambiare la cortesia non l’ho mai pubblicato qui limitandomi al link. A quattro anni di distanza penso che i reati di trasgressione del bon ton letterario siano prescritti, quindi ne approfitto per aggiornare l’archivio di racconti di questo sito… ah dimenticavo, la foto è tratta da Ovosodo di Virzì, il nesso col post lo può capire solo chi ha visto il film, tutti gli altri facciano atto di contrizione:

Ognuno scelga il suo nome:  Fernando dice che sa fare la più buona sangria senza frutta del mondo. Quando gli dici che la sangria senza frutta è solo vino, si mette a ridere e dice che hai ragione.
Sonia è nata in Spagna. Al polso porta un vecchio orologio che ha il doppio dei suoi anni, ma le piace lo stesso.
Salvatore ha una esse tatuata sulla spalla destra. Gli mancavano due esami per laurearsi in filosofia.
Roberto ha sessant’anni, problemi con le gengive e una vista incredibile.
Anna beve fino a quattordici caffè al giorno.
Enrico racconta di aver avuto cinquanta donne, racconta.
Gloria dice di aver avuto un solo uomo, dice.
Ugo è uno stronzo, e basta.
Fernando, Sonia, Salvatore, Roberto, Anna, Enrico, Gloria e Ugo, sono solo dei nomi, e il mio, di nome, è Massimo, Dionigi Massimo Maria Deldubbio. Sì, lo so, non è granché, anzi è proprio un nome del cazzo, ma questo mi è toccato. La gente dovrebbe fare più attenzione ai nomi; per me un nome influenza la personalità più dei traumi sessuali o dell’allineamento dei pianeti nel momento del parto. Io, i bambini li chiamerei con dei codici numerici, tipo 9026490, poi quando fanno diciotto anni si scelgono il nome che vogliono. Sarebbe bello, ma soprattutto democratico. Se avessi potuto, io avrei scelto Libero, ma siccome non potevo l’ho dato a un gatto. Una volta mi fece commuovere: si stava leccando, io mi avvicinai e cominciai a fare dei rumori scemi con la bocca, tipo quando si succhia il brodo, lui si bloccò la prima volta, con la zampa vicino al muso e con le sottopalpebre che si ritiravano piano, mi guardò come per chiedermi cosa volessi, poi riprese a pulirsi, e io ripresi a doppiarlo, lui si bloccava, io smettevo, lui riprendeva e io pure, in un fraseggio sempre più serrato, finché all’improvviso Libero mi dà una pizza in faccia, sì, proprio uno schiaffo, con la zampa in piena guancia, senza unghie, un sberla… era gagliardo Libero; tutti hanno avuto un animale che sapeva amare come e più di un umano, ma un gatto che si incazzava e menava come una persona ce l’avevo solo io. Poi un giorno se ne andò, ma non nel senso che morì, proprio se ne andò via, non tornò più a casa, e capii che forse dovevo farmi due passi pure io. “Dove vai? non sai fare un cazzo” così mi disse mio padre, e aveva ragione, però in quel momento, più che spiegare le mie ragioni, ragionavo sul fatto che era la prima volta che sentivo dire “cazzo” a mio padre. Nel piano trentennale dei miei genitori, dovevo essere io quello bravo, quello che avrebbe portato avanti la professione di commercialista di mio padre, e mio fratello in un angolo dell’ufficio a fare meno casini possibile. Poi è toccato a lui fare quello importante; i miei hanno speso una fortuna per farlo diplomare prima e laureare poi, è stato un buco nero di fondi famigliari, e uno che nasce sotto questa stella non può fare il commercialista, è come uno che non si è mai lavato i denti che si mette a fare il dentista. Il giorno in cui mio fratello fece tre anni in uno, io me ne andai in Grecia. Il clima era fantastico, ma non mi divertivo per niente, e prima che finissero i soldi di nonna comprai un biglietto per Stoccolma. Un freddo bestia, ma stavo bene, mi presero a lavorare in una caffetteria, e dopo due mesi andai ad abitare con una cameriera, Izel. Non è un nome svedese, ma turco, e forse fu il fatto di avere due nomi del cazzo che ci fece innamorare. Ad ogni modo, Izel, un giorno se ne andò, ma non nel senso che morì, se ne andò via, come il gatto Libero. Chiesi la liquidazione e andai svernare a Milano, che non è come dire Miami, ma a gennaio è sempre meglio di Oslo. Vivevo in un centro sociale, cazzeggiavo e andavo in giro. Ogni tanto mi guadagnavo qualche soldo facendo il palo ai magrebini che vendevano il fumo. Al csoa feci amicizia con Dario, un tipo a posto: di giorno lavorava nell’ufficio affari legali di una nota azienda, e la sera veniva al centro sociale a spaccarsi di tutto quello che gli passavano i pusher, quelli specializzati nel settore chimico. Andai ad abitare a casa sua. Pensava a tutto lui, io continuavo a cazzeggiare e andare in giro, in pratica mi aveva preso come una specie di animale da compagnia. E a me andava benissimo. Poi un giorno se ne andò, ma non come Izel e Libero, nel senso che morì: lo trovai sul letto, blu in faccia, e vomito dovunque. Come sempre mi capitava quando uno se ne andava, io partii. Ma quella volta tornai a Roma. E ci rimasi. In pratica sono il segretario di quel coglione di mio fratello. Ma quando ho del tempo libero torno sempre dai miei amici, e i miei amici rispondono ai nomi di Fernando, Sonia, Salvatore, Roberto, Anna, Enrico, Gloria e Ugo. E Dionigi Massimo Maria Deldubbio. Tutti nomi diversi, tutte storie diverse. Ma tutte diversamente simili. Anche se io, a differenza loro, una casa ce l’ho. Io, a differenza loro, non vengo chiamato barbone… però non sarebbe male… se avrò un altro gatto lo chiamerò Barbone. Sì, lo chiamerò così. Se avrò un altro gatto e non avrò paura che un giorno vada via.

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