La grande bellezza

La grande bellezza si palesa in sparuti sprazzi sepolti da strati sedimentati di bla bla bla. La grande bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Come declama Jep Gambardella nell’incipit di una sua opera che corrisponde all’explicit del film. L’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino, in concorso a Cannes 2013, è l’elogio della nostalgia; cosa vi ha fatto di male la nostalgia? Recita Romano (Carlo Verdone) in uno spettacolino off messo in piedi grazie all’amico Gambardella (Tony Servillo). Ma la nostalgia di Sorrentino/Gambardella non è uno sterile struggersi, ma è fonte di energia vitale, come se senza nostalgia non potesse esserci futuro. “Vuole sapere perché mangio le radici?” chiede al protagonista suor Maria, “Perché le radici sono importanti”. Grazie a questa chiave nel pentagramma del film si articolano i palazzi della Roma antica e le performance di teatro sperimentale, sfrenate feste su un terrazzo vista Colosseo e le precise regole di un funerale necro-chic. Qualcuno ha sostenuto che il protagonista di questo film sia Roma, che La Grande Bellezza sia la nuova Dolce Vita. Io non la penso allo stesso modo; Roma è stata un’ottima location, ma non l’unica possibile, sarebbe potuta essere qualsiasi altra città con un forte passato (vedi nostalgia) e un presente complesso, magari in declino, e le analogie con la Dolce Vita sono innegabili, ma a mio parere ancora più forti sono le affinità con Otto e mezzo. E non è neanche vero che, come sostenuto dal pur bravo Boris Sollazzo, il film racconti una società di privilegiati, altolocata, che riguarda uno sparuto numero di personaggi: se è vero che quella è l’impressione che il popolo delle feste sulle terrazze vuole dare, lo stesso conta un numero insospettabile di infiltrati, di cinquantenni che si presentano come scrittori pur non avendo mai scritto nulla, e che dividono con studenti fuorisede un appartamento sulla Prenestina, o di nobili decaduti presi a nolo per 250 euro a serata.

La Grande Bellezza ha una scrittura di rara perizia che potrebbe non apparire nella sua complessità ai più: il conflitto, condizione necessaria per ogni storia, vibra a frequenze liminali tra il conscio e l’inconscio, e a chi non ha un orecchio narrativo allenato il film potrebbe apparire solo come una serie di scenette divertenti che però alla lunga diventano ripetitive. La regia è quella a cui Sorrentino ci ha abituato, potente ma non prepotente, e comunque sempre asservita allo spirito della scena. Servillo si diverte con un personaggio solare, seppur tormentato, agli antipodi rispetto al tenebroso Titta di Girolamo, nel film Le conseguenze dell’amore dello stesso Sorrentino, probabilmente la prova attoriale che lo ha consacrato e che lo ha reso quello che è ora, ovvero l’attore italiano in attività più quotato. Accanto a lui, oltre al già citato Carlo Verdone, una pletora di personaggi secondari di prestigio e cammei, come Carlo Buccirosso, Isabella Ferrari, Fanny Ardant, Sabrina Ferilli, Roberto Herlitzka, Iaia Forte, Giorgio Pasotti, Serenza Grandi, Antonello Venditti e Lillo De Gregorio.

Insomma Sorrentino torna al grande cinema dopo la deludente prova di This Must Be the Place, e con Umberto Contarello che con lui aveva scritto la sceneggiatura del film interpretato da Sean Penn, firma una storia che un domani potrebbe essere annoverata tra i classici.

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