Nous étions jamais vraiment Charlie?

Dico la mia riguardo la vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto di Accomuli/Amatrice.

Guardate la copertina in basso, mostra un uomo che chiede “Papa dove sei?” e varie parti umane dilaniate rispondono “Qui, qui e anche qui”, sullo sfondo la bandiera belga. L’uomo caricaturizzato è il cantante belga Stromoe, e uno dei suoi brani più famosi è proprio “Papaoutai” (contrazione di “Papa où t’es”), tra l’altro il padre del cantante è disperso, presumibilmente morto, nella guerra civile del Ruanda. Secondo voi la vignetta era contro Stromoe? E’ questo l’errore che si è fatto nell’elaborare la vignetta su Accomuli/Amatrice: pensare che un gesto di satira debba essere necessariamente contro qualcuno. Per quanto mi riguarda quando ho visto la vignetta incriminata ho pensato che fosse solo black humor, il cui scopo, vi evito di andare su Wikipedia, è di “causare l’ilarità attraverso la violazione di regole non scritte di buon gusto” , e sul violare le regole non scritte del buon gusto la vignetta ci è riuscita benissimo, sul provocare l’ilarità? Probabilmente no, non saprei, ma in questo caso si tratterebbe solo di un lavoro riuscito a metà.

Ma ha sintetizzato meglio la cosa lo scrittore e disegnatore belga Hugo Poliart all’indomani della vignetta su Stromoe: «Charlie Hebdo resta libero di fare dell’umorismo quando vuole, come noi siamo liberi di non ridere. Tutto il resto è tempo perso sui social network».
Inoltre Poliart gioca con Charlie Hebdo, di cui non conosco la reazione ma presumo non irritata, su Twitter, con, quello sì, un esempio riuscito di black humor: «Come reagire all’umorismo della copertina di Charlie Hebdo? Pff… Non possiamo nemmeno sparargli in testa, lo hanno già fatto».heb

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Tre cose che ho imparato guardando i film americani in lingua originale (sottotitolati), anziché doppiati.

pepperoniPizza1. Il tipo di pizza più diffuso negli USA è la Pepperoni Pizza (in foto), che non è la pizza coi peperoni bensì la diavola, la pizza col salame piccante.
2. Ehi Amico! L’intercalare più noto e caratterizzante delle pellicole a stelle e strisce è in realtà meno confidenziale: Man (uomo) e non Friend (amico). Guy invece indica un individuo X non meglio specificato, quello che in italiano potrebbe essere tradotto come tipo/tizio, o con l’odiosissimo “omino”, ma più frequentemente viene tradotto come “ragazzo”.
3. Come sapete tutti “Ciao” è la parola italiana più conosciuta al mondo, ed è stata anche adottata da diverse altre lingue, quello che, forse, non sapete (almeno io non lo sapevo), è che negli USA (e anche in UK) “Ciao” è un saluto di congedo, ovvero sinonimo di “goodbye”, ma non di hello.

Si dice che l’Italia abbia la migliore scuola di doppiatori al mondo,  non entro nel merito, almeno non per quanto riguarda il livello attoriale/interpretativo, ma da un po’ di tempo noto un peggioramento netto per quanto riguarda l’adattamento dei testi: qualche tempo fa ho visto “the art of steal” di Jonathan Sobol, un film mediocre, ma non è del film in sé che voglio parlare, ma della versione italiana, ed è una cosa che mi ha fatto impazzire: la storia gira intorno a un colpo, un furto/truffa con al centro il secondo libro che Gutenberg avrebbe stampato dopo la Bibbia, un libro che la Chiesa si prodigò a far sparire, il vangelo di Giovanni. Aspetta un secondo: il vangelo di Giovanni? E perché? Il vangelo di Giovanni è uno dei vangeli canonici. E infatti nell’originale era il vangelo di GIACOMO! Il presunto fratello di Cristo (e vi assicuro che mentre scrivo sto urlando lo stesso nome, e non perché abbia bisogno di autodettarmi le cose…). Perché? Perché cazzo? Ah, un particolare che rende la storia ancora più ridicola: nel film, quando esordisce nel racconto la storia del vangelo di GIACOMO, il regista ci mette pure un inserto video (timecode 26:00), di cui allego fotogramma, e in cui si legge chiaramente il nome J A M E S. Le opzioni che mi vengono in mente sono due: o chi si è occupato della traduzione della sceneggiatura ha sbagliato nonostante la didascalia da sussidiario, ed è una cosa assai triste, oppure lo/gli stesso/i hanno pensato che il pubblico medio è talmente stupido ed ignorante che si sarebbe “stranito” nel sentire pronunciare il vangelo di Giacomo, e hanno optato per il più familiare Giovanni, ed è un’ipotesi ancora più triste.

james

Per Vizio di Mente – Reprise

La notizia è passata un po’ in sordina, sintetizzata come “decreto per la chiusura degli opg” presentato dal governo giusto un mese fa e approvato dal Senato il 10 aprile di quest’anno. Ma il decreto n° 24/2013 non è il primo atto che prescrive la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari; infatti la commissione giustizia del Senato aveva già approvato nel 2012 la chiusura degli stessi entro la data del 31/3/2013, mentre il decreto succitato ne rinvia gli effetti al 1/4/2014. Per coloro che non sanno cosa sia un Opg, incollo questo breve articolo scritto nel 2010:

Ci sono dei detenuti, o meglio, dei soggetti affidati alla custodia dello Stato, che non hanno mai usufruito, e mai potranno farlo, di amnistie e indulti; sono gli internati negli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari), che paradossalmente sono considerati dalla legge innocenti, pur avendo commesso materialmente un reato non sono imputabili per “vizio di mente”, incapaci di intendere e di volere, e la detenzione negli Opg è interpretata come una forma di tutela del soggetto e della società, e non di pena. La legge 180, quella che ha chiuso i manicomi, è una norma in materia sanitaria, mentre gli Opg rispondono alla giurisdizione penitenziaria, in sintesi, come molti sostengono, gli Opg sono gli ultimi manicomi, nello specifico manicomi criminali. In Italia ve ne sono 6; Aversa (Ce), Barcellona Pozzo di Gotto (Me), Castiglione delle stiviere (Ma), Montelupo Fiorentino (Fi), Napoli, Reggio Emilia. In totale 1547 internati contro 1322 di capienza massima. Per quanto le condizioni dei detenuti in carcere siano drammatiche, quelle degli internati lo sono di più. In Opg si finisce con una condanna-non-condanna di 2, 5 o 10 anni, di volta in volta prorogabili se il soggetto non presenta miglioramenti sostanziali. Si esce solo quando si è guariti, quando si è guariti da soli; il giornalista Dario Stefano dall’Aquila, agli inizi del 2007, fece una “irruzione civica” nell’Opg di Aversa insieme all’allora deputato di Rifondazione Francesco Caruso, vi trovò uno scenario pre-basagliano, con soggetti in grave stato di salute, fisico prima che mentale, nell’ospedale di Aversa il personale medico-psichiatrico non era assunto, gli psichiatri avevano delle consulenze a ore, dividendo il monte ore per gli internati si aveva una media di 12 minuti a settimana di assistenza psichiatrica. Dodici minuti. Un “soggiorno” in Opg di 2 anni può trasformarsi in una privazione a vita della libertà. “Fine pena mai”, come dicono gli ergastolani. E questo senza avere alcuna colpa. O meglio, la colpa c’è, ed ha l’aspetto di uno strato di lerciume depositato negli anni e nascosto sotto il tappeto della decenza. Non è vero che quello del disagio mentale è un vicolo cieco. Non è vero che il manicomio criminale è l’unico strumento in caso di reati compiuti da soggetti psicotici. La metà degli internati ad Aversa è lì per reati contro il patrimonio, non per delitti, soggetti non pericolosi, soggetti accoglibili in strutture a misura d’uomo, come previsto per i “disagiati non penali”. Solo nel 2003 la Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale la parte dell’articolo 222 del codice penale che imponeva al giudice di non adottare strade “alternative” all’Opg, come la custodia a comunità qualificate, come succede per i tossicodipendenti. Una superficialità legislativa dovuta al fatto che il malato psichiatrico, sottoposto o meno a processo, è comunque colpevole di un reato, quello della malattia; i matti, insieme ai vecchi, ricordano al resto del mondo la miseria e la precarietà della condizione umana. I nazisti li uccidevano, noi ci limitiamo a ignorarli.

Didascalia alla foto: il soggetto ritratto è Michael “Charles Bronson” Peterson, da molti ritenuto il più famoso detenuto inglese, a lui è dedicato un film di Nicolas Winding Refn intitolato per l’appunto “Bronson”. Detenuto difficile e violento venne, come spesso capita, “parcheggiato” in un manicomio criminale per potersene liberare per sempre, in quanto quello della prigione dei pazzi è l’unico vero modo di “buttare la chiave”.

Sono solo canzonette – reprise

Ripropongo questo vecchio post, all’epoca in cui fu pubblicato andava in onda X-Factor, mentre ripubblico invece è in corso la kermesse sanremese; da sempre la canzonetta, ma anche la cultura occidentale tutta, attribuisce al cuore un valore simbolico enorme, attribuendogli i sentimenti e le emozioni più nobili. Eppure è solo una pompa idraulica. Questo post parla dell’origine di questo equivoco, e in nome della democrazia (almeno linguistica), promuove il riscatto di un altro organo interno, ingiustamente snobbato.

L’altro giorno mi è partito involontariamente un colpo di telecomando e mi sono ritrovato su X Factor, il format internazionale che ha l’obbiettivo di creare una nuova pop-star, o una cazzata del genere. C’è una cosa di quella visione che mi ha violentato: l’abuso della parola “emozione”. Dunque, io nella maggior parte dei casi aborro l’uso del termine in questione, per vari motivi che non vi spiegherò, e non ve lo spiegherò perché voglio in realtà parlare di un altro imperdonabile abuso linguistico. Vi siete mai chiesti perché associamo il muscolo cardiaco al sentimento noto come amore? Io sì, e finalmente ho scoperto perché. Bisogna tornare molto indietro, ai tempi di Ippocrate di Coo, quattrocento avanti Cristo. Ippocrate è stato il primo medico in senso moderno, a lui si devono i concetti di diagnosi e prognosi, lo studio anatomico sui cadaveri e addirittura la cartella clinica, anche se è più comunemente noto per il “giuramento”, un manifesto deontologico a cui si devono attenere anche i medici contemporanei. Il modello fisiologico di Ippocrate è noto come teoria umorale: lo stato psico-fisico del paziente è stabilito dall’equilibrio di quattro umori, la bile gialla, la bile nera, il flegma e il sangue. Ognuno dei fluidi ha sede in un organo e determina un temperamento: la bile gialla nel fegato e provoca la collera, la bile nera nella milza ed è responsabile della malinconia, il flegma risiede nel cervello e genera beatitudine e calma, infine il sangue dipende dal cuore e a lui si associano, come sappiamo, le passioni. Quindi la fortuna di tanti poetastri, nonché la forma di alcuni cioccolatini, viene decretata da una teoria priva di fondamento di 2500 anni fa. Ma anche l’associazione tra ira e fegato discende dalla medicina di Ippocrate. Ma c’è un organo che proprio non ce l’ha fatta ad affrancarsi, forse perché il temperamento che gli attribuiva Ippocrate è quello meno desiderato; la milza. Se immaginassimo un mondo in cui la milza rappresentasse per la malinconia quello che il cuore rappresenta per l’amore, dovremmo riscrivere la storia. Ma intanto cominciamo con le canzonette. Cercando su google scopro che almeno tre brani hanno come titolo “Malinconia” (uno di Luca Carboni, uno di Riccardo Fogli e uno di Califano), almeno uno di loro avrebbe potuto intitolare il brano come la sacca di sangue riposta nel nostro addome, superando così il problema dell’omonimia, mentre il brano del ventennio “Vivere senza malinconia” di Bixio, poi parodiato da Jannacci, diventerebbe “Vivere senza milza” che mi sembra anche un bel messaggio per chi ne ha subito l’asportazione chirurgica, decisamente da far vedere a uno specialista è l’“Azzurra milza” di Toto Cotugno, più poetica e misteriosa è la “Milza d’ottobre” di Dalla. Se poi ampliamo le proprietà biologico-semantiche  dell’organo fino a comprendere il concetto di “tristezza”, la lista dei brani da riscrivere si fa ben più lunga; da quello che sarebbe anche un ottimo nome per una rivista medica, ovvero “Milza moderna” di Patty Pravo, al saluto che le rivolge il reuccio Claudio Villa con “Buongiorno Milza”, tormentato è invece Astrud Gilberto che si strugge in “Milza ti prego va via” (per giunta il verso “dipingerò la mia stanza di rosso prefigura probabilmente un cruento tentativo di asportazione in ambito domestico), e Biagio Antonacci sembra aver risolto il problema firmando “Ciao Milza”, e così ad libitum…

Han van Meegeren deve morire! Han van Meegeren è un eroe!

Il ritorno di Berlusconi e le sue giravolte mediatiche mi divertono, e mi divertono i cosiddetti esperti di comunicazione, impegnati a quantificare l’apporto che l’ex premier darà al suo partito in termini di incremento elettorale, e c’è chi addirittura scommette sul ribaltone. Mi diverte, anche e soprattutto perché non ci credo. Berlusconi e i suoi spin doctor adottano un vecchio approccio, quello di considerare la “folla” come più stupida del più stupido dei suoi membri, ed estremamente volubile. Su quest’ultima caratteristica posso essere d’accordo, ma serve dall’altra parte un rovesciamento di significato, il cui valore, nel caso di Berlusconi, sarebbe inevitabilmente compromesso per tutte le volte che ha gridato al lupo. Un caso emblematico di rovesciamento dell’opinione pubblica lo troviamo nel finale dell’avventura su questa terra di Han van Meegeren, un falsario d’arte, anzi, il falsario d’arte.

Olanda, fine ottocento, il padre di Han è un rigido professore di matematica che ha pensato per suo figlio lo stesso destino, ma Han, sin dalla più tenera età, dimostra interesse e passione solo per il disegno, così quando è il momento di scegliere la facoltà universitaria le tensioni tra padre e figlio raggiungono il culmine, a sbrogliarle sarà la madre, che troverà una salomonica mediazione tra la facoltà di matematica e la scuola d’arte: Architettura. Così Han si trasferisce a Delft per studiare, o almeno è quello che dovrebbe fare, in realtà passa la maggior parte del suo tempo per musei, è visceralmente attratto dalla pittura fiamminga del seicento, in primis proprio da quello che è passato alla storia come il maestro di Delft: Jan Vermeer. Dopo l’ennesimo litigio col padre che si rifiuta di prestargli dei soldi, Han viene convinto dalla sua fidanzata a partecipare a un concorso di pittura, lo fa con un acquerello che vince all’unanimità, segue una mostra personale, tutti i suoi quadri vengono venduti in poche settimane, anche grazie ai favori del critico De Boer che si innamora del suo tratto, i due diventano amici, e Han fa anche amicizia con la moglie di De Boer, Johanna, ma non è proprio amicizia… i due divengono amanti e De Boer medita vendetta, attende la nuova mostra di Han e questa volta gli riserva una stroncatura epocale; la sua carriera è per sempre compromessa. Il tempo passa e la frustrazione di Han aumenta, per lenirla fa ricorso ad alcol e morfina, e ad aumentare esponenzialmente è anche il suo desiderio di rivalsa, così arriva la decisione; si prenderà gioco del mondo della critica e produrrà un falso, ma non un falso qualsiasi, non una copia di un’opera esistente, dipingerà un quadro come lo avrebbe dipinto solo il grande Vermeer, un quadro che a vederlo qualsiasi critico non potrà che attribuirlo al maestro di Delft, una trovata che avrà un effetto epocale nella storia del falso artistico. Ad aiutarlo saranno gli insegnamenti di un professore d’arte, un tradizionalista del pennello che prese a cuore Han quando questi era solo un adolescente e dopo che ne aveva intravisto l’enorme talento, tra le altre cose gli insegnò a fabbricare i colori come facevano i pittori fiamminghi, compreso il prezioso blu oltremare ricavato dai lapislazzuli. Per spacciare l’opera Han inventa una storia, quella di una vecchietta olandese che trasferitasi in Italia, nello specifico a Como, è costretta a vendere i gioielli di famiglia, ma la sua identità deve rimanere anonima per via di una legge del regime fascista che impedisce alle opere d’arte di varcare i confini nazionali, così Han si presenta come suo delegato. Il primo colpo va alla grande, Han ne ricava un sacco di soldi coi quali soddisferà la sua sete di sfarzo, comprerà anche una villa nel sud della Francia, che poi abbandonerà ai primi venti di guerra. Al primo falso ne seguiranno altri, che Han produrrà con sempre meno dovizia, distratto dalle donne e dalla bella vita, ma ricavandone guadagni sempre maggiori. La sua produzione non si ferma nemmeno all’alba del secondo conflitto mondiale, quando a un suo finto Vermeer si interessa il nazista Himmler che poi cederà il quadro a Hermann Göring, numero due del Terzo Reich che contendeva a Hitler il primato della collezione privata più preziosa d’Europa. La guerra finisce e due poliziotti bussano alla porta di Han, lui pensa subito che qualche compratore si sia accorto della falsificazione, ma non è così; è in corso il processo di Norimberga e stanno repertando i tesori dei nazisti, in particolare hanno trovato un quadro di Vermeer al quale è associato il percorso di vendita, percorso che parte proprio da lui, da Han van Meegeren. Han rifila la storia della vecchietta su quel ramo del lago di Como, ma non è sufficiente; Han viene messo sotto processo per collaborazionismo, reato per il quale era prevista la pena di morte. L’opinione pubblica non ha dubbi, soprattutto dopo che emerge la ricchezza di Han, dopo che si viene a sapere che mentre il popolo olandese moriva di fame lui banchettava coi soldi degli assassini nazisti: Han van Meegeren deve morire! Han è combattuto, non sa se dire la verità, e anche se la dicesse non è sicuro che gli crederebbero. Alla fine cede e confessa, lo fa in privato a Joop Piller, un ufficiale che si era dimostrato particolarmente umano con lui, concedendogli in quelli che potevano essere i suoi ultimi giorni, qualcosa di molto simile a un’amicizia. Ma Piller stenta a credergli, Han chiede che venga fatta la prova dei raggi x sul quadro di Goering, o su qualsiasi altro dipinto che aveva venduto negli anni precedenti, ma non c’è tempo e probabilmente neanche la volontà da parte degli inquirenti, ma gli viene concessa una prova d’appello, una perizia tanto incredibile quanto questa storia tutta: durante l’udienza, che in via eccezionale si tiene nel dipartimento di belle arti, Han è davanti a una tela, in mano un pennello e nel sangue un po’ di morfina per placare i tremori dell’astinenza. Dopo le prime pennellate gli esperti presenti in qualità di periti tremano: quello che si palesa sotto i loro occhi è un Vermeer, sono talmente sconvolti che alcuni di loro pensano che anche La ragazza con l’orecchino di perla possa essere un falso-originale realizzato da Han van Meergeren. Han salva la pelle, e non solo: da mostro nazionale si trasforma in eroe, aver fregato i nazisti gli vale quel titolo che per tutta la vita aveva inseguito: artista, e il popolo olandese, lo stesso che lo voleva vedere appeso al cappio, da quel momento in poi lo chiamerà maestro.

Ora qual è la differenza tra Han van Meegeren e Silvio Berlusconi? Entrambi hanno truffato, entrambi amanti della bella vita e nella caduta di entrambi c’è lo zampino della Germania . Ma il primo era un falsario il cui talento è passato indenne attraverso il fuoco dei vizi e dei tormenti, il secondo è un bugiardo patologico la cui attività è resa grottesca da un’avanzata demenza. Il primo vendeva arte, seppur spacciandola come di qualcun altro, il secondo vende fumo, e neanche di quello buono.

p.s. le informazioni sulla vita di Han van Meegeren sono tratte da “Il genio criminale. Storie di spie, ladri e truffatori” di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi.

Un macaco mi ha chiesto una cartina

Da bambino ero affascinato dalla convinzione di mia nonna che i suoi gatti sapessero auto-curarsi, mangiando all’uopo erbe selvatiche. Crescendo ho scoperto che non vi era nulla di superstizioso nella convinzione di mia nonna; è un fatto noto, accettato e spiegato dalla scienza non solo per i felini. Meno noto è però il fatto che gli animali sanno anche drogarsi. Tale affermazione è ovviamente soggetta a un problema definitorio che non è il caso di affrontare in questo breve post, ci accontenteremo di intenderla come la propensione ad assumere sostanze con effetti nervosi ed inebrianti. Gli etologi hanno da sempre preso nota di alcuni curiosi comportamenti del regno animale in questo senso, ma li hanno sempre bollati come anomalie senza mai un serio dibattito; la mole di dati raggiunti oggi invita però a ripensare tale posizione. Se infatti è facile indicare alcune assunzioni come accidentali (il locoismo del bestiame) o indotti e condizionati dall’uomo, come la dipendenza dei gatti e dei topi delle fumerie di oppio o il tabagismo di alcune scimmie addomesticate, altri fenomeni lasciano poco spazio a queste ipotesi; si tratta di comportamenti organizzati, addirittura rituali, come il distacco di alcuni elefanti maschi adulti dal branco per mangiare dei frutti alcolici (gli elefanti in questione percorrono anche 30 km in un giorno per recarsi dove si trovano i frutti fermentati della palma malura, e dopo essersi letteralmente ubriacati effettuano qualcosa di molto simile a una danza), oppure come le manguste, animali prevalentemente carnivori che in determinate situazioni come la morte del partner (Siegel 1989) mangiano i semi di Ipomea Violacea, contenenti ergina, una molecola simile all’Lsd, da secoli impiegata dalle popolazioni tribali del Messico, spesso, curiosamente, proprio in concomitanza a dei lutti, o ancora come i mandrilli del Gabon, che mangiano radici di Iboga (l’ibogaina è un potente allucinogeno attualmente sotto la lente della comunità scientifica perché avrebbe sull’uomo un inspiegabile effetto di reset sulle dipendenze, è inserita in dei protocolli di sperimentazione nella disintossicazione da eroina) se sfidati o minacciati da un altro maschio, il mandrillo che ha mangiato l’iboga gira intorno all’avversario per una o due ore, poi quando probabilmente è raggiunto dall’effetto psicotropo si getta nella lotta.

A chi vuole approfondire l’argomento suggerisco di leggere “Animali che si drogano”* del dott. Giorgio Samorini, etnobotanico nonché “scienziato delle droghe”, sicuramente la voce più autorevole della comunità psichedelica italiana. L’oggetto di questo breve saggio lo trovo estremamente interessante non solo perché ci permette nuovamente di riflettere sull’imparzialità della scienza nei confronti della morale dominante (nel caso specifico etologia e proibizionismo), ma ci invita a riconsiderare l’attività enteogenica nella storia dell’uomo connotandola di carattere biologico e non solo culturale (solo e soltanto per comodità esplicativa nel post ho inteso il primate Homo sapiens come estraneo al “regno animale”). In parole povere il saggio dimostra come non vi sia nulla di innaturale nel consumo di sostanze con effetti psicoattivi, innaturale è invece la repressione tout court di tale naturale attività, le società odierne dovrebbero preoccuparsi non tanto del consumo in sé ma del consumo irresponsabile, promuovere la riduzione del rischio, che è cosa assai diversa.

* potete scaricarlo in versione Pdf dal sito personale di Samorini, qui

Mi hanno trovato un basso tasso di Giove nel sangue

Magari qualche appassionato di manga e videogiochi giapponesi si sarà accorto che nelle schede informative dei personaggi viene spesso riportato il gruppo sanguigno, non è per avere una pronta trasfusione in caso di necessità; nelle isole nipponiche negli ultimi decenni è tornata in auge la credenza che il gruppo sanguigno influenzi la personalità dell’individuo, dico che è tornata in auge perché i primi tentativi, le prime ipotesi, furono introdotte dagli scienziati nazisti per supportare la teoria razziale (infatti i gruppi sanguigni non hanno un’equa distribuzione nel mondo), e fu subito sposata dall’allora impero del sol levante che già da tempo promuoveva la teoria, salvo essere confutata unanimemente dalla comunità scientifica mondiale nei decenni successivi. Fatto sta che mi imbatto in una pagina del Centro Nazionale del sangue, organo dell’Istituto Nazionale di Sanità, e ripeto Istituto Nazionale di Sanità, in cui è presente l‘oroscopo del sangue per l’anno 2011. Oroscopo. Tanto per dare maggiore credibilità scientifica a una teoria che di scientifico non ha nulla hanno pensato di associarla all’astrologia… ad onor del vero la premessa alla pagina è che le informazioni esposte non sono attendibili (con un excursus sugli studi giapponesi ma non su quelli nazisti). Ma su un sito ufficiale di un ente riconosciuto dal Ministero della Sanità, quindi un organo pubblico, in un paese con una bassissima consapevolezza scientifica, è davvero opportuno darsi così al cazzeggio?

Questa è la pagina incriminata: http://www.centronazionalesangue.it/newsbox/loroscopo-del-sangue-2011