Processo a Enrico Brizzi

Scrivere diventa reato e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Questa la premessa dell’intervista a Enrico Brizzi, autore – parafrasando il suo quarto titolo –   dallo stile impeccabile, 36 anni al momento dell’intervista, accento bolognese e una grande passione, oltre che per la letteratura, per il rock e per i viaggi a piedi. Il suo ultimo libro s’intitola “Gli picoaltleti”, pubblicato da Dalai editore mentre era ancora caldo il corpo de “La vita quotidiana in Italia ai tempi di Sivio”, edito da Laterza.

1. Scelga tra gli scrittori e le scrittrici, anche del passato, il suo avvocato. – Rabelais. Mi sentirei tutelato.

2. “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” è stato uno dei romanzi d’esordio più eclatanti della recente letteratura italiana. Il cinema e certi libri a volte raccontano di autori che finiscono per odiare i loro lavori più popolari, più ingombranti, rimangono schiavi dello spettro di quel successo e delle aspettative che da esso sono scaturite. Per lei è stato così? – Riesco a guardare al mio ingombrante esordio, signori della corte, con una certa serenità. In fondo è cominciata da lì, la mia irresistibile carriera criminale. D’altronde, benchè appena ventenne, va detto che seppi rifuggire alle moine più eclatanti dello show-biz paraletterario: non accettai di scrivere, nonostante le reiterate proposte, “Jack Frusciante II: lei torna dall’America”, né controfirmai la proposta di contratto che voleva trasformare il mio romanzo in una linea di cartoleria. Volevano fabbricare astucci e quaderni di Aidi & il vecchio Alex, ma io ascoltavo i Black Flag, i Beastie Boys e i Clash, non la cacca commerciale, e mi sentii obbligato a dire di no. Nel pronunziare la sentenza si valutino, vi prego, anche questi elementi.

3. “Bastogne” non era certo un romanzo per educande. E’ stato mai inibito, nello scrivere, dall’idea di poter scandalizzare qualche lettore/lettrice che conosceva personalmente, tipo una vecchia zia o la sua professoressa di italiano delle medie? – A giudicare dal risultato, pare di no.

4. Ha molti sensi di colpa? – E di che? A trentasei anni ho tre figlie; ho viaggiato in mezzo mondo (escluse le Americhe, ché Colombo vi approdò a quaranta, e chi sono io per precederlo?); ho camminato dall’Alto Adige alla Sicilia. Ascolto buona musica. Ho tatuaggi interessanti a ricordare le tappe della mia vita sulla terra. Oggi pomeriggio vado a suonare in acustico per Popolare network. E ho pubblicato dieci romanzi. Fra parentesi l’ultimo, “Gli Psicoatleti”, parla proprio di come riconoscere ed evitare le ombre della colpa: si tratta, semplicemente, di seguire le tracce dell’Uomo verde, e interrogare le orme di chi ci ha preceduto.

5. Lei ama camminare, ama il contatto con la natura, passioni che ha anche riversato su carta. Come vive il fatto che per stampare dei libri bisogna abbattere degli alberi? – Le personcine perbene, sensibili al messaggio di Greenpeace, usano ormai carta FSC a basso impatto ambientale. In realtà vivo con più rabbia il fatto che le convention editoriali, i festival e i saloni, producano un grande spreco di risorse. Mi piacerebbe si tenessero, appunto, sotto un grande albero o nel cuore d’una foresta.

6. Quale vizio, se ne ha, non riesce a perdonarsi? – Dopo cena con gli amici, a volte, bevo amaro montenegro invece di una buona grappa.

7. Hanno arrestato tutti gli scrittori italiani; con chi vorrebbe dividere la cella? – Immagino non valga fare il nome di una scrittrice. Così rispondo agitandomi come un pazzo: «Mettetemi in isolamento!». Scherzi a parte, dividere la cella con uno scrittore sarebbe un incubo, a meno che non sia già un amico.

8. Lei conosce l’Italia molto bene, l’ha anche attraversata a piedi, ma se potesse, anzi, dovesse, scegliere un altro Paese in cui vivere, se dovesse scegliere lo Stato in cui andare in esilio, per quale meta farebbe il biglietto? – Un altro Paese che conosco bene e ho traversato a piedi. Tipo la Francia, l’Inghilterra, o la Svizzera. Le classiche mete degli esiliati ottocenteschi, insomma.

9. Un classico; è davanti al plotone di esecuzione, qual è il suo ultimo desiderio? Una sigaretta come nei film, una telefonata come in un vecchio spot, o cos’altro? – “Ehi, ragazzi, so che state facendo il vostro lavoro, ma prima vorrei scrivere le mie memorie! Giuro che mi sbrigo! Portatemi ordunque un quaderno, tre bic nere, una caraffa di mojito e un posacenere!”

10. Quali sono le sue parole da uomo libero? – Tranquille, ragazze. Ricordatevi che ho visto tre volte “Papillon”.

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Processo a Diego Cugia

Scrivere diventa un reato e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Risponde Diego Cugia, scrittore naturalmente, ma anche giornalista e autore televisivo e radiofonico. Il suo ultimo romanzo è “24 nero” edito da Mondadori.

1. Luca Svevi, il protagonista del suo romanzo “l’incosciente”, subisce un processo “esistenziale”. Lei da quale tribunale non vorrebbe mai essere giudicato: i parenti, gli amici, le amanti, i lettori, i critici o i colleghi? – Mi hanno già giudicato tutti i tribunali da lei citati. In genere mi trovano colpevole. Hanno ragione.

2. Scelga tra gli scrittori e le scrittrici, anche del passato, il suo avvocato. – Albert Camus

3. Al pubblico pudore, alla patria, alla religione. Quale oltraggio ritiene meno grave? – alla religione. Ma non sono credente. E già questa discriminazione mi disturba. E chi è “credente” che dovrebbe “confessare” la sua anomalia. Sei tu che credi, mica io! Una situazione assurda, paradossale.

4. Cos’è il senso di colpa? Lei ne ha? – Ci mancherebbe altro. Molti e per fortuna. Sennò chi mi tiene?

5.  Di quale vizio non potrebbe fare a meno? E quale non sopporta? – Non sopporto avere “un” vizio. I vizi bisogna averli un po’ tutti. Se hai solo un vizio sei un vizioso.

6. Si pente di qualcosa che ha scritto? Tenga presente che una confessione le garantirebbe una condanna più lieve e la possibilità di scrivere ancora. –  Di qualcosa che ho scritto posso vergognarmi mai pentirmi. Perché quando l’ho scritta ci credevo. Non ho mai scritto nulla in cui non credessi almeno un po’. Non ho mai scritto per far piacere a qualcuno. Ho scritto per campare, questo sì. Nel senso che se non fossi stato pagato non avrei avuto l’urgenza di scrivere certe cose. Ma scrivendole non ho tradito me stesso, magari mi sono un po’ annoiato perché erano già parte di me e non una scoperta. Come la scrittura vera è. Però ci credevo.

7. Il carcere è stato uno dei suoi luoghi letterari, ora ci finisce per davvero, e con lei tutti gli scrittori italiani. Chi vorrebbe come compagno di cella? – Possibilmente nessuno. Se proprio dobbiamo stare in cella in due, un vecchio o un bambino.

8. Una notte d’amore di quando aveva vent’anni, un viaggio che l’ha cambiata, il profumo del suo libro fresco di stampa. Quale di questi ricordi la struggerebbe di più durante la detenzione? – Guardi che io sono già detenuto, da anni.

9. Un classico: è davanti al plotone d’esecuzione, qual’è il suo ultimo desiderio? Una sigaretta come nei film, una telefonata come in un vecchio spot, o cos’altro? – Non dover leggere mai più qual è con l’apostrofo come lo scrive lei.

10. Quali sono le sue ultime parole da uomo libero? – Nessuno è davvero libero. Piantatela con queste minchiate. Buonanotte.

Processo a Sandrone Dazieri

Scrivere diventa un reato, e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Oggi, con sommo piacere, processo uno dei miei autori preferiti, Sandrone Dazieri; ha fatto un sacco di cose e un sacco di mestieri, e forse non è un caso che il personaggio del Gorilla, che porta il suo stesso nome, soffra di un disturbo della personalità. Il suo ultimo romanzo è “La bellezza è un malinteso” edito da Mondadori l’anno scorso, oltre alla saga del suo personaggio più noto e prolifico, consiglio il travolgente “E’ stato un attimo”, sempre Mondadori.

1. Al pubblico pudore, alla nazione, alla religione. Quale oltraggio le è più naturale commettere? – Alla nazione, a occhio e croce. mi sento cittadino del mondo.

2. Scelga tra gli scrittori o le scrittrici, anche del passato, il suo avvocato. – Joe Lansdale. Se non mi salva a parole mi salva a cazzotti. E’ grosso.

3. Nei suoi romanzi il disagio psichico è spesso ricorrente. Si avvale della seminfermità di mente? In che modo uno scrittore può essere incapace di intendere e di volere nell’atto di scrivere? – Possiamo dire che ho seguito l’estro e il sentimento, e non la ragione. Per me l’impulso più importante alla scrittura viene dal cuore e dalla pancia, ma devo ammettere che mi serve il cervello per filtrare e mettere su carta il tutto. Comunque sono sicuramente schizofrenico, il che può farmi meritare una condanna mite.

4. Faccia i nomi degli autori che l’hanno fatta diventare a sua volta autore. – Dick, Chandler, Ellroy, Heinlein.

5. Cos’è il senso di colpa? Lei ne ha? – Molti. Soprattutto verso me stesso quando non scrivo.

6. Può continuare ad essere libero, e saltuariamente a scrivere, se getta nel rogo uno dei suoi titoli. Se accetta dica quale. – Cemento Armato, scritto a quattro mani con Marco Martani. e’ quello che sento meno mio.

7. Tutti gli scrittori italiani sono stati arrestati. Chi vorrebbe come compagno di cella? Carlotto e Lucarelli. Oltre a essere amici hanno due caratteristiche utili in cella: Carlotto sa com’è perché c’è già stato a lungo, Lucarelli ha sempre una storia da raccontare.

8.  Ora d’aria: in una piazza della sua Cremona, nel “suo” Leoncavallo, o in un bosco dell’appennino? – In piazza, almeno vedo gente.

9. Nel carcere letterario si fa fare un tatuaggio; cosa rappresenta?Il volto di P.K. Dick

10. Quali sono le sue ultime parole da uomo libero? – Che cazzo volete da me? Faccio solo il mio mestiere.

Processo a Gianluca Morozzi

Scrivere diventa reato, e gli scrittori finiscono alla sbarra per il solo fatto di scrivere. Questa la premessa dell’intervista a Gianluca Morozzi, classe 71, autore e coautore di 24 titoli (ma mentre scrivo potrebbe averne pubblicati altri tre o quattro), il suo ultimo lavoro è “Bob Dylan spiegato a un fan di Madonna e dei Queen”, edito da Castelvecchi.

1. Aldo Busi parlò a lungo del suo romanzo Blackout all’interno di una pseudo lezione di letteratura durante una puntata di Amici di Maria de Filippi. Si ritiene più correo o parte lesa? – Ignaro. Non sapevo niente! Un amico mi ha detto di accendere la tv su canale 5, e ho visto la De Filippi e Busi con il mano Blackout. Ho pensato a una candid camera personalizzata. Voi a cosa avreste pensato?

2. Lei ha una produzione sovrabbondante, se le dessero un giorno di reclusione per ogni pagina scritta sarebbe spacciato; rinuncerebbe a qualcosa che ha scritto per un po’ di libertà in più, e a cosa? No, anzi, da recluso avrei ancora più tempo per scrivere.

3. Scelga uno scrittore, o una scrittrice, anche del passato, come suo avvocato. – Ho sempre sognato di farmi difendere in tribunale da Charles Bukowski. Voi no?

4. Fedeltà al proprio partner, fedeltà ai propri ideali, fedeltà alle proprie passioni. Quale di queste potrebbe tradire più facilmente? È obbligato a sceglierne una. –  Be’, il tradimento ai partner è un po’ più semplice, no? Poi si può sempre scriverne, e finire in un turbine di passioni e piatti rotti e urla e recriminazioni.. tutto materiale da romanzo.

5. Le danno il carcere duro, però ha diritto una volta a settimana o ad un ipod per ascoltare Bob Dylan, o ad una radio per seguire le partite del Bologna, o ad una rassegna stampa per tenersi informato, cosa sceglie? – Io voglio sempre sapere cosa sta facendo il Bologna.

6. Quale dei suoi personaggi non vorrebbe mai come compagno di cella? – Il simpatico Aldo Ferro di Blackout no, grazie. Anche l’Orrido, che costretto in una cella all’astinenza sessuale, dopo un po’, chissà…

7. In quale paese andrebbe in esilio? – In Irlanda. Si scrive bene, secondo me, tra i pub e le scogliere.

8. La condannano all’istituto psichiatrico, preferisce finire in un padiglione in cui tutti pensano di essere Bruce Springsteen, Roberto Saviano o Umberto Bossi? – Springsteen. Magari cantano, e mi allietano.

9. Le danno la possibilità di commutare il carcere con una partecipazione al Grande Fratello, che fa, accetta? – Accetto, e mi faccio cacciare via dopo un giorno. Così ho scampato la pena.

10. Quali sono le sue ultime parole da uomo libero? – “sono liberi gli uccelli dalle catene del cielo?”