Quello non ero io – ultima puntata

ATTENZIONE: QUESTA È L’ULTIMA PUNTATA DI QUESTA SERIE, SE SEI CAPITATO QUI PER SBAGLIO PARTI DAL VIA!

“Wish you were here” by slinkachu

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Non sento più le gambe. Sono chiuso nel portabagagli del Bmw. Ho le ginocchia al petto, la schiena mi fa un male atroce. Continuo a sputare sangue che mi finisce in bocca non so come, non so da dove. Ogni frenata, ogni curva, è un altro calcio nelle costole. Direi che ho poche vie di fuga, e lo direi, se non fosse che non sono dell’umore adatto per scherzare. Questi sono i titoli di coda, o quasi: finora, nel racconto della mia vita, ho escluso alcuni passaggi, il resoconto di alcune azioni che a prima vista potrebbero sembrare rilevanti. Non l’ho fatto semplicemente perché non era necessario, come in un film non viene spiegato perché lo sceneggiatore ha fatto uscire di scena un personaggio o perché gli abbia messo in bocca una battuta piuttosto che un’altra; ma le attuali circostanze impongono alcune precisazioni.
Quando uscii dalla villetta di Carlito, la notte in cui incontrai i rimasugli umani del mio gruppo operativo, non tornai subito a casa, rimasi per un po’ in auto; non volevo andare via, ma non volevo nemmeno rimanere. Non volevo che quel capitolo si chiudesse così, senza che potessi fare qualcosa, e non volevo rivedere quelle facce, quei corpi, non volevo riascoltare quelle voci che al solo pensiero mi provocavano una specie di rigurgito, portandomi in bocca il sapore del fallimento. Non volevo. Non volevo e non potevo permettere che ciò che avevo creato continuasse senza di me. Senza che io lo volessi. Avevo in macchina un rotolo di nastro adesivo, nastro da imballaggio, forse me lo portavo dietro dai tempi in cui lavoravo con Zapata, col nastro coprii la superficie di una finestra del primo piano, prima seguendo il perimetro, poi le diagonali, come mi aveva insegnato Carlito anni prima, perché quello che fa rumore non è tanto il colpo per rompere il vetro ma l’infrangersi dei pezzi a terra e lo stridore del vetro sul vetro, mi tolsi la maglietta e mi ci fasciai la mano, e colpii, un colpo secco, al centro. La finestra era quella della cucina. Sapevo benissimo cosa fare: al posto mio qualcuno avrebbe semplicemente aperto i rubinetti del gas, ma non io, raccattai un coltello e allentai la cravatta che saldava il tubo del gas al contatore, un tocco di classe: la prima cosa che fa chi si accorge di una perdita di gas è controllare i pomelli della cucina, e possono passare diversi minuti prima che il tipo realizzi che deve chiudere la valvola centrale. Sarebbe stato inutile fare tutto ciò con una finestra rotta che permetteva il ricambio d’aria, quindi prima di uscire dalla finestra tirai giù la tapparella, completamente, poi la forzai usando il coltello di prima come leva e aprii uno spiraglio in cui mi infilai poco alla volta, prima le mani, poi la testa e poi tutto il corpo, stando attento a far cadere il coltello all’esterno della stanza, questa fu la cosa più complicata; non dovevo avere fretta, per fare tutto nel massimo silenzio, ma non potevo nemmeno prendermela con troppa calma, per non essere stordito dal gas. Ero quasi sicuro che i ragazzi non si sarebbero accorti di niente, ubriachi come erano, e prima o poi qualcuno si sarebbe accesso una sigaretta, quello che mi preoccupava era il vicinato, ma nessuno si accorse di niente fino allo scoppio, che avvenne tra le 2:15 e le 2:35, come sostenne un mediocre cronista dalle colonne della nera locale. “Nonostante tutto farebbe pensare ad un tragico incidente, il ritrovamento del corpo di Giacomo Santoro, noto pregiudicato, introduce l’ipotesi di uno spietato regolamento di conti interno alla malavita romana” . Questa frase mi fece sorridere a lungo: a leggere l’articolo Spud veniva fuori come un criminale vero, un boss del narcotraffico, e neanche una parola sull’onesta carriera di Carlito e Bradpitt. Già… Bradpitt, “inutili i soccorsi per le tre vittime” aveva scritto quel fottuto giornalista, ma evidentemente non era così; Bradpitt si era salvato, sicuramente ha conosciuto lo strazio della lungodegenza, magari i medici gli hanno negato lo specchio per settimane, per mesi, allora lui si è fatto un’idea del suo nuovo volto poco alla volta, rubando con lo sguardo il riflesso nel metallo delle brande, nel vetro delle flebo, negli occhi delle infermiere, le uniche donne che da quel momento in poi avrebbero avuto il coraggio di toccarlo.
“Quella donna merita la sua vendetta e noi meritiamo di morire” dice Budd nel finale del primo “Kill Bill”. Mi era sembrata una battuta di una banalità insopportabile, eppure ora non mi esce dalla testa, e mi inietta nelle vene un senso di rassegnata tranquillità: quest’uomo merita la sua vendetta e io merito di morire.
Quella non è stata l’unica volta che ho ucciso. Ho soffocato l’Americano con un cuscino, come in “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, la notte del suo capolavoro, quella dell’orologio; è stato tremendamente facile, ha smesso di dimenarsi quasi subito, per un attimo pensai che stesse fingendo, e forse lo fece, forse quello fu il suo ultimo bluff. Ho avvelenato mia nonna, con i semi di stramonio, l’erba delle streghe, li ho messi nel suo minestrone delle venti e trenta, quello prima del rosario. Se ne accorse, ne sono convinto, ma accettò il suo destino senza opporsi, sgranando il rosario fino al definitivo pater noster. L’ultimo prima del delirio e dell’agonia.
L’auto si ferma, il cuore mi pompa vigoroso, ma non sa che i suoi sforzi sono inutili, potrebbe anche fermarsi, anticiperebbe di qualche inutile secondo lo stesso destino, ma lui non lo sa. Il cofano si apre, la luce mi acceca e non riesco a percepire la sagoma del boia.
Io ho ucciso. E non l’ho fatto per legittima difesa, per vendetta o per rabbia, io ho ucciso per esigenze estetiche; ho ucciso i miei ex soci perché un ritorno del nostro gruppo operativo senza di me sarebbe stato patetico, ho ucciso l’Americano perché quello era il momento ideale per la sua uscita di scena, ho ucciso mia nonna perché, ridotta com’era, non poteva dare più niente dal punto di vista narrativo. Spartaco Scimè è colpevole di omicidio, ma non solo, Spartaco Scimè è colpevole di aver avuto la presunzione di decidere il proprio destino, Spartaco Scimè ha pensato di essere lo sceneggiatore della propria vita, l’autore di se stesso e di tutti quelli che hanno avuto la sfiga di conoscerlo.
E non pretendo che questa sia un’attenuante. Non chiedo di essere perdonato. No. Chiedo di non essere giudicato affatto, perché quell’uomo che  ha ucciso, tradito, fottuto, non è quello che attende la sua ora chiuso in un portabagagli, come un maiale portato al macello, non è quello che si è fatto fottere per salvare un ragazzino senza palle; non può essere lo stesso.
Io, quello non ero io.

Fine

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Quello non ero io – ventiseiesima puntata

 

opera di Bastardilla

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Mi sono addormentato come i bambini a scuola, seduto e con la testa sul banco. Nel mio caso però il banco è un tavolaccio divorato dai tarli. Mi sono svegliato perché bussano. Sarà qualche parente che non ricordo, avrà visto le luci accese e la macchina parcheggiata.
Chiedo chi è, ma non rispondono.
Mi affaccio alla finestra più vicina alla porta, tra le sbarre vedo un uomo di spalle, e vedo anche che ha qualcosa lungo il fianco, non riesco a vedere al di sotto della cintola, ma dall’impugnatura sembrerebbe una pala. Lui si volta verso di me, con gli occhi trova subito i miei, sono tanto vicino da vedere la dilatazione delle sue pupille. Infila la mano tra le sbarre, all’altezza del mio collo, ma ha calcolato male le distanze. Mi sposto lungo il muro, striscio per due metri, lui non può più vedermi, e nemmeno io.
Se sono abbastanza veloce e fortunato posso uscire dal retro, dal giardino, se sono abbastanza veloce da scavalcare in tempo, e se sono abbastanza fortunato da non trovare nessuno che mi aspetta oltre il muro. E mi devo trascinare l’albanese, altrimenti fa la fine di Samuel. Se solo non avessi buttato la pistola ora avrei una chance in più.
-Scimè vieni fuori… fai l’uomo una volta tanto… non mi costringere a entrare… poi è peggio…
Dice l’animale. Cerco di pensare a qualcosa da dire, per capirci qualcosa, per capire se è solo, per capire cosa vuole. Poi comincia a sbattere la pala contro le sbarre, come un pazzo, come potesse romperle davvero quelle sbarre. Il fracasso fa uscire dalla stanza l’albanese, che rimane fermo, a bocca aperta, come un bambino che vede per la prima volta una donna nuda.
Scatto, afferro l’omero dell’albanese, e corro verso l’orto.
-Forza alzati, ti aiuto a scavalcare.
Ma l’albanese rimane a terra, tremante, come un vecchio buttato giù dalla sedia a rotelle.
-Alzati cazzo! Non l’hai capito che quello ci ammazza?
Me ne accorgo solo ora; sta piangendo. Bofonchia qualcosa, mi pare dica: -Vai.
-Scimè è questo quello che vuoi? Vuoi fare la fine del sorcio? E io te la faccio fare…
Dice il pazzo fuori, subito dopo sento uno scroscio, un liquido versato sul pavimento. Non so se l’odore di benzina che sento sia reale o una suggestione.
-Hai sentito? Cristo ti alzi o no?
Lui si alza, sì, ma solo per schizzarmi la faccia di lacrime, saliva e muco, si alza solo per urlarmi in faccia: -Vai!
E quella mano, quel braccio teso che sembra stia per spezzarsi, non indica il muro, non indica la via di fuga, indica la porta principale, indica la fontana di carburante che presto ci ucciderà. Questo albanese di merda vuole che vada a farmi ammazzare, perché non ha le palle, perché si sta cacando addosso, e lo pretende, perché è mio il problema, è me che vogliono ammazzare, e lui non ha nessuna intenzione di morire per colpa mia. Questo albanese di merda vuole che io vada a farmi ammazzare. E io ci vado.
Quando apro la porta mi trovo il pazzo davanti, mi ha visto arrivare dalla finestra. Non mi salta addosso, non mi colpisce, fa un passo indietro e sul suo volto appare un sorriso ebete.
-Finalmente Scimè… avevo ragione io; quelli come te bisogna andarli a prendere a casa, ma il nostro amico comune si è fissato… doveva fare una cosa simbolica… la chiesa, i santi bruciati vivi… ma l’importante è che alla fine ti abbiamo trovato, vero Scimè?
-Chi sei?
-Hai ragione Scimè, non mi sono manco presentato: io sono Federico Diana, ti ricorda qualcosa questo nome? È lo stesso di uno zio mio che però lo chiamavano Sentenza, hai presente mio zio? Peccato Scimè, tu gli stavi tanto simpatico a mio zio… a me invece mi chiamano Alex, perché quando giocavo a calcio io ero meglio di Del Piero… e lui…
Si avvita leggermente su un fianco e indica una macchina alle sue spalle, è un gesto copiato agli italo americani dei film di Scorsese, ed è un colpo di teatro che gli viene maledettamente bene.
-Beh lui lo conosci no?
La macchina è un fuoristrada di lusso, nero, in questo momento realizzo che il mio odio verso le Bmw è ricambiato. Lo sportello si apre, viene fuori un uomo, calvo, ha il volto gonfio, senza lineamenti, sembra un volto ricostruito chirurgicamente. Tecnicamente è la prima volta che vedo quella faccia, ma non ci metto molto a capire chi è. Quell’uomo è Michele Lerni. Quell’uomo è Bradpitt.

Io sono un figlio di puttana, nel senso letterale; mia madre era una prostituta. La chiamavano Rosanna la Spampanata, o semplicemente La Spampanata. A diciotto anni scappò da casa; non andò lontano, si fermò a Matera dove cominciò il mestiere. A ventitre anni tornò dalla madre con un pancione di sei mesi, mia nonna non la picchiò per rispetto alla creatura che aveva in grembo. Ebbe modo di rifarsi direttamente sulla creatura svezzata, però. Quando avevo tre anni mia madre fece le valigie e partì per Roma, disse che sarebbe diventata un’attrice, molto probabilmente finì a fare la puttana pure a Roma. Mio padre sarà stato un cliente come tanti, senza volto, tecnicamente sono figlio di una transazione economica. Non è poi così male essere un figlio di puttana, nel senso letterale; se parti dal gradino più basso della dignità sociale è difficile peggiorare il tuo status. E se ci riesci sei giustificato; sei pur sempre un figlio di puttana, nel senso letterale. E nel mio caso non solo letterale.

Continua…

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Quello non ero io – venticinquesima puntata

 

"Flow" by David Ellis

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Vado verso la mia camera; considerando che partirò tra qualche ora sarebbe meglio dormire un po’. Ma mi fermo; una cosa attrae il mio occhio nonostante la palpebra comatosa, è lo zaino dell’albanese, lì a terra, vicino la porta del bagno, finalmente se n’è liberato, magari lo ha messo fuori per non farlo bagnare, magari ci sono cose all’interno che è meglio tenere asciutte, ad esempio… i documenti. Mi inginocchio, infilo una mano nello zaino. Ferro freddo, la sensazione al tatto è quella del ferro freddo. Potrebbe essere qualsiasi cosa, eppure a me ne viene in mente una sola; tiro fuori la mano. Io non mi intendo di pistole, ma questo mi sembra un bel ferro, è come quella degli sbirri ma più piccola. La impugno, e mentirei se dicessi che non dà una bella sensazione, ma il sangue che mi pompa in testa, e dietro gli occhi, quello no… non dipende da quello.
Apro la porta del bagno, lui è lì, sotto lo scroscio dell’acqua, a pochi centimetri, non mi è difficile colpirlo, la prima volta, e poi ancora, lui rimane in piedi, non deve essere la prima volta che le prende.
-Che cazzo è questa eh?
-Quelli fatti miei.
-Fatti tuoi un cazzo… se ci fermavano inculavano pure me… che ci dovevi fare con questa?
-Ammazzare uno.
-Ah… chissà che mi pensavo io… lo potevi dire subito, me lo dicevi quando ti ho dato il passaggio, mi dicevi guarda ho una pistola, ma non ti preoccupare, devo solo ammazzare uno…
-Scusa.
Chiude il rubinetto della doccia, perde sangue dal naso, ma non si pulisce.
-Scusa un cazzo…
-Lui lavorava a centro di accoglienza di Otranto, io stato lì quando arrivato in Italia, e lui…
-Sì sì, fermati, non me ne frega un cazzo… dimmi piuttosto che non lo hai ammazzato, no perché non ci voglio credere che sono tanto coglione da aver portato a spasso un assassino con la pistola ancora fumante, non ci voglio credere che sono tanto coglione di aver rischiato l’ergastolo per un ragazzino di merda che manco conosco…
-Centro di accoglienza chiuso due anni fa. Io non sapeva.
-Perché se lo trovavi lo ammazzavi veramente?
-Sì.
Gli punto la pistola in faccia… cazzo che bella sensazione… lui non reagisce.
-Questa scordatela.
Dico, abbasso la mano ed esco dal bagno.
La maniglia della porta che dà sul giardino mi scivola dalla mano, mi accorgo di essere fradicio. Lo iurt è ridotto male, le piante sono tutte secche, resiste a stento un albero di fico, addossato al muro, e con i rami che tentano di scavalcarlo, sembra che voglia evadere. E poi tanta merda, spazzatura, sacchetti di spazzatura buttati dalla strada. Il pozzo è sulla mia sinistra, ci butto la pistola. Sento un rumore asciutto, del metallo sulla pietra; deve essersi esaurita la falda, infilo la testa nel pozzo per controllare. C’è solo buio.

C’è buio e buio. C’è il buio della sala cinematografica e il buio degli occhi chiusi in carcere. C’è il buio di quando svieni e il buio di un pozzo secco. E c’è anche il buio quando da bambino ti chiudono in una stanza buia, a riflettere su quello che hai fatto; mia nonna non lo faceva mai, era troppo affezionata ad altre tecniche punitive, ma Don Daniele, il parroco di Tiretola, era di parere opposto, mi chiudeva spesso nella stanza delle scope dell’oratorio. Oddio spesso magari no, ogni volta che facevo a cazzotti durante una partitella di calcio, e a ben pensarci… beh sì… succedeva abbastanza spesso. Ma non picchiavo i miei compagni gratuitamente, li picchiavo per difendere il mio diritto di espressione: giocavo in difesa, e se c’era una cosa che di quello sport mi piaceva era spazzare via la palla, non la passavo mai, calciavo con tutta la forza per mandare quella cazzo di palla alle stelle, ma poi quella stronza ricadeva sempre, e lì a centrocampo la poteva prendere chiunque, era come ricreare la sorte in provetta, il destino artificiale, ma evidentemente questa tattica non rientrava nelle strategie di squadra, e mi ritrovavo a difenderla con le nocche sui nasi altrui. Che poi di vincere, di arrivare primo, non me ne è mai importato nulla, a me stanno simpatici quelli che arrivano terzi, quelli che non hanno l’arroganza del primo o l’invidia del secondo, quelli che arrivano terzi e sono sereni, perché sanno di non essere i migliori ma sanno anche di essere i più forti tra i più deboli; l’oro e l’argento sono metalli per fighette, buoni solo per fare monili, invece col bronzo si facevano i cannoni e le statue dei re.

Continua…

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Quello non ero io – ventiquattresima puntata

 

opera di Lucy McLauchlan, 2010, Grottaglie (Ta)

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La ricordavo più grande la casa. E ricordavo meno mobili, li ricordavo meno ingombranti, meno vecchi, c’è una cassapanca che ha almeno cento anni, forse dovrei fargli dare un occhiata da un antiquario.
-Parti per un anno o due e quando torni è cambiato tutto… bisogna andare via per moltissimo tempo per poi ritrovare al ritorno la tua gente, la terra, le tue cose…
Questo è quello che dice Alfredo al Salvatore adolescente di “Nuovo Cinema Paradiso”, cazzate; io manco da questa casa chissà da quanto tempo e c’ho messo un quarto d’ora per trovare l’interruttore della luce.
L’albanese si infila nel buio, lo sento aprire una porta; fa tanto il duro ma alla fine piscia pure lui… io mi guardo intorno, apro le poche finestre, e ci trovo le sbarre; quando in paese arrivarono i primi extracomunitari  per lavorare nelle aziende agricole, mia nonna fece blindare questo cubo di mattoni, fece anche alzare di un metro i muri dello iurt, cioè del giardino, del piccolo orto domestico, come se il barbaro infedele fosse venuto da lontano per fotterle il prezzemolo. Vado nella mia camera, è rimasta sempre la stessa, e non ci voleva poi tanto; c’è solo un letto e una sedia. E un comodino, un comodino grezzo, di un legno pesante e scuro, lo apro e ci trovo “Le vite dei santi”. Questo me lo porto a Roma. Apro una pagina a caso: “San Giovanni Battista [profeta e martire], I secolo, protettore dei carcerati e dei condannati a morte”. San Giovanni mi piaceva; primo perché era un asceta, poi perché mangiava solo locuste e miele selvatico, e infine perché gli avevano tagliato la testa per volontà di una donna corrotta, un finale perfetto per un noir.
Ho ancora il cellulare in mano, lo guardo, è scarico, chissà da quanto. Per fortuna ho il vizio di comprare cianfrusaglia in autostrada; vado a prendere il caricabatteria in macchina.
Mi chiudo la porta alle spalle e sento l’albanese che mi parla dal bagno, non lo capisco.
-Io posso lavare?
Si è spogliato, è rimasto in mutande, con uno slip bianco con l’elastico slabbrato. È magro all’inverosimile, sembra che abbia solo ossa sotto la pelle.
-Sì certo… ma fai scorrere l’acqua…
Dico, e me ne vorrei andare, ma non riesco a distogliere lo sguardo da quel torace esile, quel petto gracile, mi dà un senso di ribrezzo e curiosità, come guardando un freak, se allargo bene la mano riesco quasi a coprire la distanza tra una spalla e l’altra.
Lui fa un salto indietro per non essere toccato, si piega leggermente su sé stesso, come per essere pronto a scappare.
-Capo tu sbagliato se tu pensi che io fa marchetta.
Lo colpisco tra il collo e l’orecchio, uno schiaffo leggero, di quelli che fanno più rumore che male.
-Albania, se per assurdo, ma proprio per assurdo, un giorno decidessi di diventare frocio, immagino che mi cercherei un uomo, e non un moccioso rachitico.
Detto questo esco dal bagno, questa volta per davvero.
Collego l’alimentatore e accendo il telefono, mi arriva un messaggio: mi ha chiamato Renato. Lo richiamo, mentre di là scorre l’acqua della doccia.
-Oh Sparta… mi sto sgrullando l’uccello…
-Quale onore… ma con una mano sola?
-No, con due; mi sono fatto uno di quegli auricolari senza fili, hai presente? Sono fantastici, stamattina ho parlato con un cliente mentre ero seduto sul cesso…
-I vantaggi di vivere in questo secolo… dove sei?
-Sono in un ristorante sulla Nomentana, beh più precisamente nel bagno del ristorante… ecco Sparta ora sto rimettendo la tigre nella gabbia… tu invece dove cazzo sei finito?
-Sono fuori Roma. Al ristorante sei con Claudia?
-Sì, ma mica soli… ti pareva possibile? Ci sono pure Stefania e Matteo.
-Stefania chi? Il Pony?
-Suppongo di sì.
-E Matteo chi cazzo è?
-Il ragazzo che fa praticantato nel nostro studio…
-Ma chi? Forrest Gump?
-Smettila, Matteo è un bravo ragazzo, e poi che fai? Sei geloso?
-No no per carità… senti mi avevi chiamato solo per dirmi che ti sei comprato l’auricolare wireless?
-No. C’è una buona notizia: Samuel si è svegliato.
-Bene…
-Ma cazzo me lo potevi pure dire che era ridotto così, io sono andato in ospedale che gli avevo comprato il Corriere dello sport e me lo ritrovo coi tubi nel naso…
-Ti ha detto niente?
-È debole, non parla, però quando ho fatto il tuo nome mi ha guardato e ha detto una parola, non ne sono sicuro, ma mi pare abbia detto “bruciato”…
-Bruciato?
-Sparta… che cazzo è successo ieri sera?
-Lo vorrei sapere anch’io… ci vediamo domani in ospedale, io riparto domattina.

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Quello non ero io – ventitreesima puntata


opera degli Os Gemeos

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Una volta mi scopavo una di Firenze, andavo in Toscana due volte alla settimana, con l’Alfa, i miei profitti mensili finivano direttamente nel serbatoio senza fine di quella macchina. La tipa si chiamava Eleonora, assomigliava a Claudia Cardinale in un famoso film di Luigi Zampa. Lavorava in una galleria d’arte. Quando seguivo L’Americano ai tavoli spesso mi presentavo come mercante d’arte; io di arte non ci capisco un cazzo, né tanto meno me ne frega un cazzo, ma dire che ero un mercante d’arte mi divertiva troppo, solo dirlo era già un colpo di teatro. A volte al tavolo capitava qualcuno del giro, o un appassionato, allora ero costretto a essere scortese per non essere sgamato, a dire che quando giocavo non volevo parlare di lavoro.
Grazie a Eleonora cominciai a capirci qualcosa, se non dell’arte almeno del mercato dell’arte, e soprattutto realizzai che piazzare un falso non è poi così complicato come si crede, è difficile ma non complicato; basta una firma, l’autenticazione di un critico o di un docente universitario compiacente, certo non è così che si piazza un Caravaggio, ma sugli artisti contemporanei, ed entro determinate cifre, si può lavorare in relativa tranquillità.
Per prima cosa dovevo procurarmi la firma; sgobbai parecchio ma alla fine la trovai. La mia firma era un docente di storia dell’arte in pensione, originario di Palermo, aveva cominciato a giocare  forte quando era morta la moglie, in un anno di telesine e rilanci aveva dimezzato i risparmi di una vita. Me lo lavorai con l’Americano, una notte di black jack e poker; a pensarci dopo riconosco di essere stato crudele, gli tolsi tutto, in brevissimo tempo. All’inizio diceva che avrebbe pagato, e nonostante la mia generosità nell’offrirgli forme alternative di pagamento, rimaneva fermo nella sua illusione di poter fare il botto con la mano giusta, al tavolo giusto, al momento gusto. Fui costretto a passare alle maniere forti; un giorno lo aspettai al parco dove portava il nipotino, lo avvicinai e gli dissi di guardare all’interno della mia macchina, gli dissi che quello che vedeva era un delinquente slavo, uno di quelli venuti dall’inferno della guerra, uno che non aveva paura di niente, neanche di far male a un bambino. In realtà quello nell’Alfa era Spud, che al momento meno opportuno si addormentò come una vecchia in chiesa, ma il Professore ci cascò e accettò di firmare l’autentica, ma impose una condizione: il quadro lo avrebbe scelto lui.
Spesi una fortuna in cataloghi di artisti minori del novecento, poi chiesi ad un ragazzino che comprava il fumo da noi e che faceva l’accademia, se se la sentiva di fare qualche schizzo; il bamboccio quasi si commosse, non poteva credere che lo pagavano per dipingere e in più poteva fumare gratis, infatti sparse la voce tra i suoi amici e le sue amiche, e per una ventina di giorni l’ufficio di via dei Cessati Spiriti diventò una comune sotto il segno di Warhol. Sfornavamo falsi più di una fabbrica cinese, ma il Professore li bocciava tutti, cominciai a pensare che mi stesse prendendo per il culo, che quello della scelta del quadro era un trucco, ma non era così, non era quello il trucco; alla fine scelse una tela ispirata allo stile di un iperrealista americano, raffigurava un bambino africano seduto a terra, uno come quelli che si vedono in tv, con la pancia gonfia e le mosche sul viso. E uno sguardo maledettamente incazzato, uno sguardo che fissava negli occhi chi stava guardando il quadro.
Eleonora non riuscì a piazzarlo, allora cominciai a portarmelo dietro quando andavo a giocare. Improvvisamente parlare di lavoro per il me mercante d’arte non fu più un problema, tenevo la tela in macchina, come un rappresentate il suo depliant, ma era inutile, appena lo vedevano cambiavano idea, anche quelli che di arte ne capivano meno di me e compravano solo per il gusto di sperperare, anche quelli scuotevano il capo. L’ultima spiaggia fu Carlito e il suo giro di ricettatori, ma fu inutile. Il Professore ci aveva fottuto; aveva scelto un quadro invendibile, ma non perché fosse fatto male, ma al contrario perché era fatto troppo bene, aveva scelto un quadro che sfiorava la coscienza.
La tela la regalai a Eleonora quando mi lasciò… oppure mi lasciò quando le regalai la tela, ora mi sfugge…

Continua…

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Quello non ero io – ventiduesima puntata

 

opera di Blu, 2010, Rennes (Francia)

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C’ho messo meno a fare Roma-Napoli che Taranto-Otranto, ma alla fine ci sono arrivato, quaranta minuti fa. Sono uscito al casello di Massafra, ho faticato un po’ ma alla fine ho trovato la strada giusta, la provinciale verso Lecce.
-Quando io scendo?
Mi fa l’albanese.
-Quando arriviamo.
Rispondo io.
-Dove?
-A Otranto.
-Tu detto che fermavi Taranto.
-Lo so, ma ho cambiato idea…
Allora lui comincia ad agitarsi, dice che vuole scendere, impugna il freno a mano e minaccia di tirarlo. Io lo spingo, forte.
-Sta fermo cazzo… questa è la mia macchina e vado dove cazzo voglio, se voglio andare a Otranto vado a Otranto, e se vuoi scendere… prego… quello è lo sportello, ma ti avviso, io non mi fermo… se vuoi devi buttarti in corsa.
Poi è stato buono per il resto del viaggio.
L’albanese è voluto scendere qui, a San Foca, non ha salutato, non ha detto ciao o grazie, la sua ultima parola è stata: -Qua.
Non mi è andata male; qua c’è una trattoria sul mare. Ho mangiato del pesce, non mi è piaciuto, quindi era buono, nel senso che generalmente il pesce mi fa schifo.
Mi infilo nella Coupè, questo è uno dei rari momenti in cui penso che un navigatore satellitare mi farebbe comodo. Mi rode affermarlo ma sono stanco. Procedo sul lungomare lento come una vecchia in bicicletta. Lo ammetto; stavo per fare una cosa da fighetta, volevo dare un po’ di soldi all’albanese, gli e li volevo lasciare nello zaino, in quello zaino lurido, ma lui non si è mai staccato da quel coso,  peggio per lui. Chissà dove è ora e che cazzo sta facendo, chissà perché è venuto proprio qui… lo penso e lo continuerei a pensare se non fosse che lo vedo aspettare un passaggio sul ciglio della strada. Mi fermo, sterzo un po’, con la ruota anteriore destra finisco nella sabbia.
-Dove vai ora?
-Torno.
-Già finita la vacanza? Dov’è che torni?
-Nord.
-Nord… senti io vado in Basilicata, se vuoi vieni, dormi lì e domani te ne vai… stavolta l’autista fino in Brianza, o dove cazzo devi andare, non te lo faccio, però domattina ti accompagno in stazione… o in autostrada.
L’albanese si infila in macchina, senza fare storie, pensavo non accettasse, invece è mansueto, rilassato, non ha la faccia di uno allegro, ma di uno che si è appena tolto un peso… niente niente è venuto fin qui per farsi una scopata?

Continua…

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Quello non ero io – ventunesima puntata

 

opera di Nunca, 2008, Sao Paulo

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Siamo nell’area di servizio Ofanto sud, non è stato l’albanese a chiedere la sosta, me lo ha chiesto la vescica… boh… sarà lo stress… prima facevo tutto un tiro senza fermarmi mai, senza staccare la suola dall’acceleratore… o forse sto dicendo una cazzata, sto diventando come quei vecchi che raccontano imprese pazzesche risalenti a quando erano giovani… c’era un tipo a Tiretola, stava sempre seduto al bar, non appena beccava un ragazzino uscito da scuola raccontava di quando era stato in Norvegia, negli anni settanta, con la cinquecento, era andato da un cugino che lavorava in una segheria, ma lui in Norvegia c’era andato principalmente per scopare; il suo episodio preferito era quando si era svegliato e aveva trovato la baita invasa di pinguini, pinguini pazzi, incazzati neri, forse per la fame, con i becchi che sbattevano nel vuoto cercando qualcosa da triturare… io gli e lo dissi, un giorno non ne potevo più e gli e lo dissi, che i pinguini in Norvegia non ci sono, ma neanche nel resto del Polo Nord, che i pinguini vivono in Antartide. Lui si alzò, pagò il caffè e andò via; non era imbarazzato per la figura di merda, non era imbarazzato per essere stato sgamato, era incazzato. Era incazzato con me, come se fossi stato io a sterminare i pinguini del Polo Nord.
Manca poco all’arrivo ed è appena pomeriggio. Prendo l’ennesimo caffè, però questa volta non faccio la coda. Ne approfitto per fare un bancomat.
Esco nel parcheggio e fumo l’ultima sigaretta del vecchio pacchetto, non sono vicino alla Coupè ma posso vederla, e posso vedere seduto all’interno l’albanese, fermo, immobile, con lo sguardo puntato come un laser verso l’orizzonte, anche se, come in questo caso, l’orizzonte è l’autogrill aldilà della carreggiata. Se non fosse che ha smesso di piasciarsi a letto l’anno scorso, l’albanese potrebbe sembrare uno di quei killer russi nei thriller di cassetta.
-Quanto manca?
Mi chiede dopo che ho pagato il tipo della benzina.
-Siamo quasi arrivati. Senti… visto che hai tanta voglia di pagare… sai che mi devi la metà della benzina e dell’autostrada?
-No.
Stavolta sono riuscito a smuoverlo.
-Come no?
-Tu viaggio comunque fare, tu comunque pagavi benzina…
Se questo fosse un noir dozzinale americano, questo cecchino slavo col pannolino sarebbe il mio assassino, ma fortunatamente la vita reale è un film europeo, con una trama meno ovvia e con meno inseguimenti in auto rispetto a una pellicola a stelle e strisce, la vita reale è come quelle lente commedie francesi dove si parla tanto e non succede mai un cazzo, la vita reale è una commedia che non fa ridere.
-Quello è il suv che prima ci ha quasi inculato?
È una domanda retorica; l’albanese non mi caga di striscio, ma io me ne fotto, mando ai matti i giri del motore e punto il Bmw.

Quando io e Bradpitt arrivammo a Tiretola, mia nonna ci tenne a precisare di aver nascosto tutta l’argenteria, disse di averla portata via, al sicuro, lontano da noi. Ma se l’argenteria di casa, che tra l’altro io non ho mai visto, era al sicuro, di certo non lo era Bradpitt. O meglio; a Tiretola era anche al sicuro, ma prima o poi avrebbe dovuto schiodare da quel brufolo in culo al mondo, prima o poi sarebbe dovuto tornare, prima o poi avrebbe dovuto affrontare Alex, quindi no, guardando al futuro Bradpitt non si sentiva esattamente al sicuro.
Lo lasciai a Tiretola da solo per cinque giorni, io accompagnai Spud a Casablanca a fare un carico. Quando tornai lo trovai trasformato, da quando lo avevo lasciato non aveva più tagliato la barba, la sua impeccabile camicia era uno schifo, non faceva che parlare di perdono e sacrificio. Aveva letto d’un fiato “La vita dei santi”, quel libro lo aveva rincoglionito, oppure era stata mia nonna che lo aveva plagiato come in quelle sette americane. Fatto sta che voleva tornare a Roma e voleva incontrare Alex, era sicuro che con le parole lo avrebbe redento, io l’accontentai, lo riportai a Roma, ma a una condizione; che mi avrebbe fatto assistere all’incontro, magari di nascosto. Il mio piano in realtà era di saltare fuori prima che l’animale si potesse avventare su Bradpitt e colpirlo alla nuca con un tubo di ferro, tanto forte da fargli vomitare le vertebre, ma ovviamente questo al neo-chierichetto non lo dissi.
Arrivati a Roma ci fermammo all’ufficio di via dei Cessati Spiriti, per fare il punto della situazione, io uscì per comprare la cena dal cinese, e quando tornai trovai Bradpitt seduto sul divano con lo sguardo perso nel vuoto.
-È venuto.
Mi disse.
-Chi?
-Alex.
-Cosa è successo?
-Mi ha chiesto quanto gli davo per non farmi tagliare le palle.
-E tu cosa hai risposto?
-Io gli ho detto: “Qual è secondo te il valore di una vita umana?”
-E lui?
-E lui mi ha detto diecimila euro. Ha detto che se gli davo diecimila euro se ne andava.
-E tu?
-E io… io gli ho firmato l’assegno… che dovevo fare? Lui ha preso l’assegno, ha detto “A buon rendere” e se n’è andato.
Lo riaccompagnai a casa subito dopo, non mangiammo nemmeno, non ci dicemmo una parola, entrambi eravamo stanchi, stanchi e delusi, delusi del fatto che in questo mondo non ci si può fidare più nemmeno dei cattivi.

Continua…

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