Non essere cattivo

“lo devi vedere… è troppo trash” mi disse un persona che conoscevo; parlava di un film girato ad Ostia, con attori dei tossici veri. Ovviamente parlava di “Amore tossico”, ma io all’epoca non lo conoscevo. Di Caligari avevo già visto l’altro suo film, “l’odore della notte”, e avevo immaginato che il regista fosse un ragazzo, un esordiente, non perché il film fosse tecnicamente acerbo, anzi, ma vi era una cattiveria, una corrosività, una sovversiva inquietudine che poche volte, se non mai, avevo riscontrato nelle opere di autori navigati, ma in fondo, “navigato”, Caligari non lo è mai stato: scrisse 9 sceneggiature mai realizzate, attenzione, non manoscritti che ognuno di noi può scrivere a casa propria, ma veri e propri progetti con una produzione dietro, due anni di preparazione per ciascuno e poi il produttore che dice che non se ne fa più niente… d’accordo, è una dinamica abbastanza nota per il cinema italiano, ma per l’autore di “Amore Tossico”, per l’autore di un film presentato al Festival di Venezia nel 1983, con Marco Ferreri che si alza indignato durante la proiezione perché riteneva che quel film dovesse gareggiare in concorso, con quelli “bravi”, insomma per Caligari, solo due film in oltre ventanni sembrano assai pochi, anche per il mercato cinematografico italiano (a proposito, poi Amore Tossico lo vidi, e realizzai che quella persona era una cretina). Perché Caligari non riusciva a lavorare? C’è chi dice fosse uno stronzo, chi sostiene che non si piegava alle logiche di produzione, altri ancora apportano ragioni politiche. Fatto sta che fa venire i brividi pensare che, quando finalmente sta per realizzare il suo terzo film grazie anche all’impegno dell’amico Valerio Mastandrea (protagonista ne “L’odore della notte”), a mettergli i bastoni tra le ruote questa volta è il cancro, ma lui resiste, il tempo di finire il suo terzo e ultimo film, e muore subito dopo. Un tale attaccamento all’arte andrebbe celebrato anche se il frutto del lavoro fosse una schifezza, ma non è questo il caso. Porcoddue se non lo è. “Non essere cattivo” è un film potente, a tratti disturbante, come gli altri suoi due film racconta senza retorica e moralismi una storia che viene dalle viscere della nostra società.

Al liceo, quando studiavamo i modelli testuali, la mia insegnante mi chiese di scrivere una recensione, io la scrissi, lei la lesse e poi mi disse “manca il finale”, “cioè?” chiesi io, e lei spiegò: “lo consigli oppure no?”. Quindi se dovessi seguire questa “linea editoriale” (che detto tra noi reputo offensiva e paternalistica) direi sì, certo, lo consiglio a tutti coloro che amano il Cinema, quello vero, non certo a quelli che ritengono trash un tossicodipendente che ha le occhiaie e i denti marci, e invece ritengono accettabile un eroinomane bello come un modello di Dolce&Gabbana (di moda non ne so un nulla, ma immagino qualsiasi stilista io scelga il risultato non cambia), che sghignazzano davanti a una scena ambientata in una scalcinata casa abusiva tipica della nostra provincia, mentre non ci trovano nulla di strano se un personaggio che fa l’impiegato abita in un attico a New York o in una villa di Malibù, a quelli che pensano che il Cinema debba raccontare favole e non semplicemente Raccontare. Poi ci penso e mi dico no, cazzo, sono proprio loro i primi a doverlo vedere.

Indie Game: the movie

Allora, “indie game: the movie” è un documentario che è possibile vedere online, ad esempio sulla piattaforma di gaming di Valve, Steam, come suggerisce il nome tratta di videogiochi indipendenti, ovvero videogiochi nati dall’idea di una o due persone, e sviluppati dagli stessi senza avere alle spalle colossi milionari, ma solo i propri risparmi e quelli di qualche sprovveduto, o qualche volta lungimirante, investitore, un esempio eccellente è “World of Goo” di qualche anno fa che viene brevemente citato nello stesso documentario, gioco a cui sono molto affezionato, o il più famoso “Minecraft”, gioco nato ormai diversi anni fa (ricordo di aver giocato a una versione gratuita anni fa, forse la beta), ma letteralmente esplosa solo di recente, con un fatturato mi pare di 400 milioni di dollari e un’offerta di acquisto da parte di Microsoft di 2 miliardi di dollari.

Il film (accessibile a tutti e non solo agli appassionati di informatica/videogiochi) segue le vicende di due progetti: lo sbarco sul market di Xbox di Super Meat Boy e il lancio di Fez.

Si penserà che il documentario (che su imdb vanta un meritatissimo 7,8) sia un elogio dell’impresa privata, un film in qualche modo “capitalista”, invece è un viaggio nella drammatica solitudine e nell’assenza di prospettive certe che nell’IT, e più in generale nel mondo del lavoro informatico, è più radicato che in altri campi, forse perché è il settore economico più giovane, lo specchio del nostro tempo. Non è l’informatica ad aver contribuito alla precarizzazione del lavoro, ma essa ne è la prima vittima. I protagonisti delle storie di “Indie game”, seppur fortunati, seppur di successo, hanno tutti avuto una storia di depressione o paranoia, e sfido chiunque a restare sani quando si lavora per cinque o sei anni a un progetto, chiusi nella propria stanza, mentre tecnologie e gusti dei consumatori fuori dalla finestra cambiano in un tempo così breve che a te è sufficiente a malapena a completare un livello, senza un salario, ma solo col ricordo di un programmatore, uno di quelli che ce l’ha fatta, che anni prima ha visto la tua demo e ti ha detto “interessante, ci dovresti lavorare un po’ su”.

Questa è solo una delle riflessioni che suggerisce questo bellissimo documentario, ma ve ne sono altre di natura tecnica che non sono meno interessanti: la gran parte dei videogiochi indipendenti, in parte per necessità e in parte per scelta stilistica, hanno una meccanica e uno stile retrò, spesso sono bidimensionali, pixelosi, eppure Super Meat Boy raggiunge una delle votazioni più alte di sempre nelle riviste specializzate, ma la tendenza nell’industria videoludica va nella direzione esattamente opposta. La storia della tecnologia non si muove sui binari di un treno, non ha una strada segnata, non può procedere solo in avanti; la tecnologia è imprevedibile, a volte abbandona delle idee che vengono riprese anni dopo e noi le prendiamo come il frutto di un’evoluzione lineare, ma non è così: il touch screen è nato negli anni 80, caduto nel dimenticatoio è diventata poi una tecnologia “inevitabile” oltre ventanni dopo. Per rimanere nell’ambito videoludico: la console Dreamcast della Sega, del 1998, aveva un hardware superiore a qualsiasi altra console in commercio all’epoca, aveva 6 volte e mezzo la Ram della Nintendo 64, ma soprattutto aveva implementato uno schermo sul controller, eppure fu un progetto pressoché fallimentare, che fece abbandonare alla Sega il mercato delle console. Dieci anni dopo la Nintendo riprende l’idea dello schermo sul controller, con la Wii U, presentandola come innovazione rivoluzionaria. (Qualche altra riflessione sul percorso a zig zag della tecnologia qui)

quiqiqui:

La grande bellezza

La grande bellezza si palesa in sparuti sprazzi sepolti da strati sedimentati di bla bla bla. La grande bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Come declama Jep Gambardella nell’incipit di una sua opera che corrisponde all’explicit del film. L’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino, in concorso a Cannes 2013, è l’elogio della nostalgia; cosa vi ha fatto di male la nostalgia? Recita Romano (Carlo Verdone) in uno spettacolino off messo in piedi grazie all’amico Gambardella (Tony Servillo). Ma la nostalgia di Sorrentino/Gambardella non è uno sterile struggersi, ma è fonte di energia vitale, come se senza nostalgia non potesse esserci futuro. “Vuole sapere perché mangio le radici?” chiede al protagonista suor Maria, “Perché le radici sono importanti”. Grazie a questa chiave nel pentagramma del film si articolano i palazzi della Roma antica e le performance di teatro sperimentale, sfrenate feste su un terrazzo vista Colosseo e le precise regole di un funerale necro-chic. Qualcuno ha sostenuto che il protagonista di questo film sia Roma, che La Grande Bellezza sia la nuova Dolce Vita. Io non la penso allo stesso modo; Roma è stata un’ottima location, ma non l’unica possibile, sarebbe potuta essere qualsiasi altra città con un forte passato (vedi nostalgia) e un presente complesso, magari in declino, e le analogie con la Dolce Vita sono innegabili, ma a mio parere ancora più forti sono le affinità con Otto e mezzo. E non è neanche vero che, come sostenuto dal pur bravo Boris Sollazzo, il film racconti una società di privilegiati, altolocata, che riguarda uno sparuto numero di personaggi: se è vero che quella è l’impressione che il popolo delle feste sulle terrazze vuole dare, lo stesso conta un numero insospettabile di infiltrati, di cinquantenni che si presentano come scrittori pur non avendo mai scritto nulla, e che dividono con studenti fuorisede un appartamento sulla Prenestina, o di nobili decaduti presi a nolo per 250 euro a serata.

La Grande Bellezza ha una scrittura di rara perizia che potrebbe non apparire nella sua complessità ai più: il conflitto, condizione necessaria per ogni storia, vibra a frequenze liminali tra il conscio e l’inconscio, e a chi non ha un orecchio narrativo allenato il film potrebbe apparire solo come una serie di scenette divertenti che però alla lunga diventano ripetitive. La regia è quella a cui Sorrentino ci ha abituato, potente ma non prepotente, e comunque sempre asservita allo spirito della scena. Servillo si diverte con un personaggio solare, seppur tormentato, agli antipodi rispetto al tenebroso Titta di Girolamo, nel film Le conseguenze dell’amore dello stesso Sorrentino, probabilmente la prova attoriale che lo ha consacrato e che lo ha reso quello che è ora, ovvero l’attore italiano in attività più quotato. Accanto a lui, oltre al già citato Carlo Verdone, una pletora di personaggi secondari di prestigio e cammei, come Carlo Buccirosso, Isabella Ferrari, Fanny Ardant, Sabrina Ferilli, Roberto Herlitzka, Iaia Forte, Giorgio Pasotti, Serenza Grandi, Antonello Venditti e Lillo De Gregorio.

Insomma Sorrentino torna al grande cinema dopo la deludente prova di This Must Be the Place, e con Umberto Contarello che con lui aveva scritto la sceneggiatura del film interpretato da Sean Penn, firma una storia che un domani potrebbe essere annoverata tra i classici.

Cose che nessuno sa

Una volta sentii dire a un critico di professione che il cittadino medio, quando deve esprimere un giudizio su un’opera che ha gradito, fa ricorso a un vocabolario e a una sintassi assai semplici, scimmiotta il linguaggio degli intellettuali, invece, nel tentativo di descrivere un lavoro che non ha riscosso i suoi favori. Alla faccia di quel critico, che considero un cretino, per questa recensione sarò il più diretto possibile: Cose che nessuno sa di Alessandro D’Avenia mi ha fatto schifo. Qualche ingrediente per rendere l’idea della pietanza: una nonna amorevole che sforna saggi proverbi in vernacolo come un jukebox del buon senso, un ragazzo ribelle che di nascosto scrive poesie, bambini buonissimi ed educati come nelle pubblicità delle brioche o nelle fiction della Rai , personaggi femminili la cui unica preoccupazione è avere un uomo accanto, la parola “amore” ripetuta 137 volte ovvero una volta ogni due pagine, personaggi che dopo essersi salutati cominciano a parlare di massimi sistemi con la stessa naturalezza con cui nella vita vera si discute di dove si è trovato parcheggio, e ciò nonostante l’autore pretende di salire in cattedra, mettendo in ammollo l’idea per un romanzo Teen (la cui seconda parte, devo riconoscere, non sarebbe stata male se privata delle caratteristiche che descrivo in questo periodo grammaticale) in un barile di supponenza letteraria e irritanti moralismi. Non mi dilungo per non contravvenire ai propositi iniziali, vorrei però dire al Professor D’Avenia che gli sono grato, davvero, infatti era da tempo che trovavo gradevole tutto ciò che leggevo, e mi aveva fatto visita il sospetto che mi stessi rincoglionendo.

Tutti i santi giorni

Guardando Tutti i santi giorni di Paolo Virzì ho realizzato quanto il regista livornese sia profondamente italiano. Usando questo aggettivo non intendo indicare una determinata cifra, l’inclinazione a determinati stilemi o a particolari poetiche; quando dico che Virzì è profondamente italiano intendo che ha una maestria non comune nel descrivere l’ethos del popolo italiano, in tutte le sue declinazioni regionali e metropolitane. Che Virzì ci sappia fare non solo con la Toscana e col toscano lo ha dimostrato con diverse pellicole successive al duemila, come My name is Tanino, Caterina va in città e Tutta la vita davanti, in queste storie i protagonisti decidono, o sono costretti dagli eventi, a “migrare”, a trovarsi in un altrove che parla con un accento diverso o addirittura un’altra lingua, e ciò non serve a creare gag à la noiovolevamsavuà, ma a dare corpo fonetico alla solitudine dei personaggi. “Ora mio fratello passa le giornate in via Garibaldi con i suoi amici africani, nessuno sa in che lingua si parlano, ma forse mio fratello non è mai stato malato, era semplicemente straniero”, questa battuta (trascritta a memoria quindi sicuramente imprecisa) tratta da Ovosodo, descrive meglio di qualsiasi analisi la sensibilità di Virzì sull’argomento. Anche Guido e Antonia, protagonisti de Tutti i santi giorni, non sono esenti da questo destino. Il soggetto, tratto dal romanzo La Generazione di Simone Lenzi, cosceneggiatore insieme al solito Francesco Bruni e allo stesso Virzì, è un ritratto di coppia; buona parte del film, come si evince dal trailer, è la lettura in chiave comica delle vicissitudini cliniche della coppia nel tentativo di avere un figlio, un luogo narrativo abbastanza frequentato (mi pare di ricordare, ad esempio, un episodio per la regia di Cesena con Aldo Giovanni e Giacomo e un altro episodio in un film di Giovanni Veronesi), ma lo slittamento dalla risata alla lacrima che Virzì padroneggia come se non avesse fatto altro nella vita, stacca la pellicola dal gruppone dei film da spermiogramma e lo porta vicino ai picchi della comprensione e compassione dell’animo umano raggiunti da La prima cosa bella.

Pietà

Il cinema sudcoreano è ormai una certezza per i cinefili di tutto il mondo, ma non solo, dagli studi di Seoul spesso vengono fuori pellicole di genere indirizzate a chi non necessariamente ha un palato fine. Sull’abecedario del cinema, quello sudcoreano lo troveremmo alla lettera V; vengeance and violence, vendetta e violenza. È curioso come il tema della vendetta abbia imperniato tanto il cinema coreano, si pensi alla trilogia di Park Chan-Wook (Mr Vendetta, Old Boy, Lady Vendetta), all’efferato I Saw the Devil di Kim Ji-Woon o a La Samaritana dello stesso Kim Ki-duk, per citare quelli di maggiore successo e risonanza nelle nostre sale. Penso che questa caratterizzazione di una cinematografia nazionale attorno allo stesso tema sia abbastanza peculiare, escludendo il cinema di propaganda penso che solo il tema del sogno americano, del successo, ebbe una tale pervasività nella sua cinematografia di riferimento, ma in quel caso era funzionale alla struttura culturale della società in cui nasceva, mentre la vendetta dei film sudcoreani è spesso disfunzionale, si pensi alla critica verso il sistema giudiziario (ad esempio in Lady Vendetta), forse la parentela più stretta, a sorpresa, la vendetta di celluloide coreana la trova nella pietas del neorealismo italiano (anch’essa culturalmente disfunzionale), quindi non sorprenda che l’ultimo film di Kim Ki-Duk, vincitore del leone d’oro 2012, si intitoli appunto Pietà.

Pietà rientra a pieno titolo nel filone della doppia V sopra descritto. Un riscotitore dell’usura sottopone dei poveri artigiani in crisi a delle torture fisiche e psicologiche, che, metto in guardia, molti potrebbero ritenere insopportabili, a tale attività, inevitabilmente, è collegato il congegno ad orologeria della vendetta. Seppure ciò che attiene strettamente le due V sia notevole e ben girato, il telaio che le tiene insieme è apparso a chi vi scrive, assai fragile, a partire dall’evoluzione psicologica del protagonista, troppo repentina e patetica, passando al comportamento delle vittime (inverosimilmente sottomesso), fino ad arrivare ad alcuni dialoghi che, mi spiace scriverlo, definirei quasi dilettantistici; mi riferisco in particolare al primo dialogo del film, un dialogo che nella vita vera non sarebbe mai avvenuto, perché ciò che si dicono i personaggi evidentemente già lo conoscono perfettamente, ma il dialogo avviene comunque a favore di pubblico, per comunicare una premessa che altrimenti sarebbe stata più complessa da veicolare.

Ciò nonostante, con i suoi limiti, Pietà rimane un bel pugno nello stomaco, ma, per quanto mi riguarda, Kim Ki-Duk è ancora molto lontano dalla perfezione espressa da Park Chan-Wook, suo conterraneo e quasi coetaneo collega.

Reality

Una volta sentii dire ad Angelo Branduardi queste parole: “tutti conoscono almeno un verso de Alla fiera dell’est, ma in pochi conoscono il mio nome, questo vuol dire che sono passato alla storia senza passare dalla cronaca”. Non mi ero mai chiesto, fino ad allora, quale fosse la differenza, la sfumatura semantica, tra cronaca e storia, e sono giunto alla conclusione che, almeno nell’universo della narrazione, nessun racconto è destinato in partenza a una delle due categorie; se un fatto è vero, autentico, è solo il modo di raccontarlo a decretarne la nobiltà, per quanto misera possa essere la porzione di umanità o di realtà rappresentata, perché indubbiamente non tutti i fatti sono uguali, ma è anche vero che un volgare pezzo di vetro, se ben lavorato e levigato, brilla più di un diamante grezzo. Matteo Garrone è un regista evidentemente affascinato dalla cronaca, il suo primo grande successo, ovvero L’imbalsamatore, è ispirato alla storia di Domenico Semeraro, noto come il nano di Termini (chi è interessato al caso può leggere l’avvincente pezzo di Yari Selvetella in Roma Criminale), mentre Primo Amore riprende le sevizie del “cacciatore di anoressiche” Marco Mariolini (Garrone si ispirò all’autobiografia del criminale). Quando venne fuori la notizia che il regista romano, dopo il successo internazionale di Gomorra, stava preparando un film sul Grande Fratello, sicuramente non fui l’unico a storcere il naso; seppure è innegabile che la trasmissione sia rilevante in quanto motore o catalizzatore di taluni cambiamenti culturali, la stessa richiama immagini e situazioni ben circoscritte nel tempo e nello spazio sociale, insomma, in poche parole pensai che Garrone stesse passando dalla storia alla cronaca. Fortunatamente, come spesso succede in barba ad un vecchio adagio, la prima impressione si è rivelata sbagliata. Il sogno di Luciano di entrare nel Grande Fratello non è solo il resoconto di un’ossessione, ma è la rappresentazione scientifica, la riproduzione in laboratorio, di un concetto che in sociologia è noto come anomia, e che nell’accezione data da Merton si può definire come lo stato di malessere che sopravviene quando una società stabilisce delle mete culturali, degli scopi esistenziali, realmente accessibili solo a una piccola parte dei suoi membri.

I dialoghi e il ritmo del film sono di una godibilità assoluta, la regia, meno asciutta rispetto alle altre prove dell’autore, si concede notevoli, e spesso vertiginosi, piani sequenza, come quelli che aprono e chiudono il film, probabilmente realizzati con l’ausilio di un’invisibile computer grafica. L’intervento digitale è però meno discreto nella scena del grillo che costituisce, a mio giudizio e a livello formale, l’unica pecca dell’opera vincitrice del Gran Prix Speciale della giuria al Festival di Cannes 2012.

Insomma, Garrone ha intagliato il vetro e ne ha fatto una splendida gemma.