Tremum

Fa veramente troppo caldo, i pensieri goccialano e per scrivere qualcosa dovrei mettere una bacinella sotto la testa. Ma non ho una bacinella, quindi a sto giro incollo un mio racconto pubblicato in una raccolta intitolata “Parole in corsa III” edito da Full Color Sound, nel 2004 o 2005 (non faccio lo snob, è che proprio non lo ricordo, ho perso la mia unica copia, su internet c’è il libro ma non l’anno di pubblicazione). Non è un granchè, ma il senso del dovere mi ha richiamato a dare il mio contributo all’intasamento della cloaca internettiana.


Il dottore ha detto che si chiama Tremum. Tremum e… e qualcos’altro. Non ricordo. Ma la verità è che non ci danno le coperte buone, e siccome la mattina fa freddo allora tremo; io lo so, mi succedeva pure quando dormivo in strada, soltanto che lì era normale, ma qui no, non è affatto normale, che uno va in ospedale e sente freddo…
Stamattina è venuto un prete, sembrava simpatico, ma lo sembrava soltanto, non lo era per niente: io ho detto che non è giusto che non mi fanno neanche bere un po’ di vino bianco che tanto lo sanno tutti non fa male, allora lui mi dice che c’ho il fegato distrutto e che è stato l’alcol: allora io mi chiedo perché se l’alcol mi fa male, ora che non sto bevendo sto peggio? Che mi fa male tutto e sono nervoso e non dormo e non riesco a mangiare e…
Io sono arrivato qui in città che c’avevo venti anni, più o meno, che al mio paese al sud che mio padre era morto e mia madre mi ha detto: -Vai parti che puoi lavorare come muratore che allo zio Enzo hanno detto che stanno costruendo i palazzi…
-Ecco- gli dico al prete- hai visto che il vino non mi fa male alla memoria?
Allora quello mi dice: -Prega il Signore, figliolo.
Come prega il Signore? Voi state qua ed io devo pregare Dio per mezzo bicchiere di vino? Ma questo non è peccato? Quello che dice tipo “non fare nomi…”? E poi come figliolo? Che io c’ho più di sessanta anni e tu… voi dovete solo capire perché io ogni tanto svengo e mi sento male e non avete nessun diritto a dire che non devo bere.
Mi spezzavo la schiena tutto il giorno, c’era pure chi si faceva male e non diceva niente e continuava a lavorare se no lo mandavano via… ma io no, io ero giovane e forte, che lavoravo e poi…
Racconto di quando lavoravo a questo qui, Id mi pare ha detto che si chiama, o Sid, o Said, non ricordo bene; c’ha la pelle scura che viene dall’Africa, che s’incazza con tutti: e col prete… e vabbe’ quello non conta, e col dottore, e coll’infermiere che non ho capito cos’è successo… Id dopo che ha mangiato gli ha detto un cosa sul maiale, che lui non lo vuole mangiare e l’infermiere ha detto che sul cibo non si discute, che è uguale per tutti e tutt’ al più non si mangia. Però a me Id mi sta simpatico.
C’è questo infermiere capo che ho scoperto ha una bottiglia di amaro nella sala dove stanno gli infermieri, che ogni tanto, specie di notte, si fa un bicchierino.
Allora io ho detto a Id di andare a chiederne un po’ che a me non lo danno che si sono messi in testa che mi fa male, ma quello mi dice: -No alcol, alcol no buono a me.
-Non ti preoccupare, me lo bevo io – gli dico – tu te lo devi solo far dare.
Ma non c’è verso di convincerlo e dice che non lo vuole neanche toccare, e dice una cosa strana, tipo che questi sono i giorni dell’Ambaradam… Rambradam, una cosa del genere.
Va bene: decido di andare a prendere la bottiglia da solo con le buone o con le cattive, pure a rubarla se necessario, che io non ho rubato neanche quando avevo fame che mi licenziarono che di palazzi non se ne potevano costruire più e io non volevo tornare a casa da mia madre, che pensava stavo bene e piangeva perché non tornavo al paese e poi pregava perché non ci tornassi che sicuramente stavo meglio dove stavo… io non ho rubato allora, ma sono pronto a rubare ora, perché non è giusto, perché hanno rubato a me, mi hanno rubato la libertà di bere.
Mi alzo, faccio due passi nel corridoio, e poi mi viene il solito male; tanti aghi nel petto e nella pancia poi vedo tutto bianco e cado a terra.
Quando mi sveglio tremo come al solito; vedo il dottore che mi indica come se fossi una cosa, ad un ragazzo, un dottore giovane credo, dice: -Delirium Tremens.
Ecco come si dice, non Tremum, ma tanto non serve ricordarlo, perché io non ce l’ho questa malattia, ho solo freddo.

Sto male, non mi alzo dal letto da due giorni, mi mancano le forze, ieri mi sono pisciato a letto e l’infermiere si è incazzato, allora io gli ho detto che non è colpa mia che non mi sanno curare e anzi da quando sto qua sto peggio, allora lui mi dice: -Ma ancora non l’hai capito che stai crepando?
Ma io lo so che non è vero, che lo dice per farmi paura…

Non so quanto ho dormito, comunque tanto, l’ultimo svenimento è stato davvero brutto, ho pensato davvero di morire. Davanti a me il prete, vestito diverso. Dice delle cose, forse prega, ma guarda me, vorrei dirgli di gridare che non lo sento ma vedo tutto bianco, e svengo.

Voci… anzi strilli, persone che litigano, non riesco a vedere niente, è tutto confuso come quando apri gli occhi sott’acqua. Sento che uno si avvicina, lo riconosco dal colore, è Id, ed è tutto agitato e mi dice di prendere, ma io non capisco cosa devo prendere.
Allora mi mette sotto il naso qualcosa, ci metto poco per capire cos’è: è l’amaro.
Vorrei dirgli grazie invece riesco solo a dirgli di aiutarmi a bere.
Id mi solleva la testa e mi pianta in bocca la bottiglia, la inclina, l’amaro mi va in gola, e forse mi bagna pure il mento e il collo. Di amaro questo amaro non ha nulla.
-Cazzo fai negro?
Non vedo niente ma ho capito che è l’infermiere. Io vorrei alzarmi e dirgli di farsi i cazzi suoi ma tornano gli aghi e vedo tutto bianco. E so che questa volta è l’ultima volta.

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4 pensieri su “Tremum

  1. rael

    ehe. mannò, niente di particolare. il delirium tremens apparso da entrambi, in ‘sti giorni. son belle le coincidenze, quando producono cose come questo tuo rzcconto. bello. sì.

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