Bruciare le tappe

Mariani, detto Er Teppa dalla sua cricca, e per sfregio Er Trippa da tutti gli altri, copiava in maniera sfacciata. Silvia guardò la sua testa, rasata a zero solo sui lati, guardò le battute del Libanese di Romanzo Criminale scritte a pennarello sullo zaino, e capì di essere arrivata al quarto stadio. Stava bruciando le tappe: non aveva ancora completato il suo primo anno di insegnamento e già aveva raggiunto il capolinea dell’atteggiamento docente davanti a un alunno che copia. Dopo “Se copi non serve a niente”, dopo “E’ un’ingiustizia nei confronti dei tuoi compagni”, dopo “A me non mi prendi per culo”, Silvia, al termine di quattro mesi di supplenza, era già giunta al nirvanico “Sta copiando? E sticazzi”. Lei era stata sempre la prima della classe, la più brava, e ora aveva un lavoro da fame la cui esistenza e durata dipendevano dalla fertilità delle sue colleghe di ruolo, come Isabella Rapisardi, la nipote del provveditore, quella che aveva vinto il concorso alla prima botta e se ne era andata in maternità lasciandola agli atteggiamenti neo-guappistici di Mariani. Silvia quei ragazzi li invidiava, invidiava la loro età, anzi, invidiava la loro vita alla loro età, non sarebbe mai tornata ai suoi di sedici anni, ma avrebbe voluto i sedici anni di Jasmine, prima fila ultimo banco a destra, o i sedici anni di Chanel, seduta al banco diametralmente opposto, avrebbe voluto le loro vite, magari senza quei nomi ridicoli. Avrebbe voluto l’adolescenza di qualsiasi ragazzina in quella classe, ma non avrebbe mai voluto tornare alla sua. Non che avesse subito traumi o abusi, non che avesse vissuto malattie debilitanti o disastri familiari, ma quando pensava alla sé liceale vedeva una ragazzina seduta in una stanza illuminata da una lampada sulla scrivania, una scrivania popolata da libri e appunti, una ragazzina che sacrificava la sua giovinezza per un avvenire radioso. Sì, radioso il cazzo! Aveva soffocato con un cuscino anche i suoi primi fremiti sessuali, non perché fosse bigotta, ma perché nulla doveva distrarla dal diventare ciò che voleva diventare. Poi all’università recuperò, ma era soprattutto nel presente che si stava superando. Aveva ospitato un’amica per due mesi, quella un giorno dimenticò il suo profilo Facebook aperto, Silvia non se ne accorse immediatamente, avevano molti amici in comune e i nomi negli aggiornamenti erano gli stessi, si accorse che non era il suo account quando cliccò sul simbolo del nuovo messaggio in arrivo: era una conversazione con una conoscenza in comune del liceo, la sua amica raccontava all’altra di come Silvia si portasse a casa ogni sera un uomo diverso, e che tipi poi… Non era vero, non era ogni sera, magari, solo il venerdì e il sabato, se era fortunata anche uno la domenica. E sul target poi… aveva già troppi casini con la sua vita per accollarsi le fisime di qualcuno come lei: ben istruito, educato, pieno di rabbia repressa e frustrazione. Insomma, che Mariani copiasse non le poteva importare di meno, anzi, si sarebbe battuta affinché fosse promosso, per non permettergli di avere un alibi quando la sua vita sarebbe andata fatalmente a rotoli. Dio quanto odiava Er Trippa.

Random Walk

Random Walk

«Prendete una moltiplicazione, ad esempio 347 per 83; provate a risolverla a mente. I meno allenati ci metteranno anche diversi minuti, alla calcolatrice invece basterà una frazione di secondo. Ora pensate a un numero tra zero e mille, un numero a caso, il primo che vi viene in mente, questa volta sarete voi a risolvere il problema in una frazione di secondo, sempre se nel frattempo non vi fermerete per chiedervi cosa state facendo e perché. La calcolatrice, invece, per estrarre un numero attraverso la funzione random, ci metterà più tempo che per fare la moltiplicazione di prima, e non è finita; per estrarre quel numero la calcolatrice ha anche barato, perché ha fatto dei calcoli matematici, e infatti quel numero non è davvero un numero casuale, ma è detto pseudo-casuale. “Il caso non esiste”, un’enunciazione che è impossibile da dimostrare quando riferita a sistemi complessi, ma se ci riferiamo alla logica informatica diventa assai arduo dimostrare l’affermazione contraria. Questo perché tutto quello che nasce, cresce e muore nei nostri computer e dispositivi digitali è basato su due soli elementi primitivi: 0 e 1, oppure Sì e No, Vero e Falso, Circuito Chiuso e Circuito Aperto. In questo alfabeto bifonetico, in questa tavola periodica con solo due simboli, il “forse”, il compromesso tra lo Yin e lo Yang, non è contemplato. L’estrema rigidità della logica informatica nei confronti dell’incertezza è la fonte anche di buona parte delle imprecazioni che in ogni istante si propagano nell’atmosfera: il malfunzionamento dei programmi. Un programma altro non è che una serie di istruzioni da compiere in un determinato ordine, a volte capita che due o più istruzioni vadano in conflitto; come abbiamo visto un computer non conosce l’ambiguità e quando per caso la incontra potrebbe restare a contemplarla in eterno, finché l’utente umano non interviene per risolvere il blocco, e nell’immediato è possibile farlo solo uscendo dal ciclo di istruzioni in cui si è presentato il conflitto, reinizializzando il programma. Descritto così potrà sembrare un processo complesso, ma in realtà è soltanto il caro e vecchio “spegni e riaccendi”, efficace allo stesso modo sia che lo faccia il più geniale programmatore del mondo sia che lo faccia mia nonna. In realtà da svariati anni gli hardware permettono software sufficientemente complessi da gestire internamente gli errori e i blocchi a qualsiasi livello, il problema però è che anche la gestione degli errori è determinato da istruzioni software, e quindi anche la gestione degli errori non è esente da errori potenziali… ma sto divagando».

– Cos’è? – chiese Ginevra abbracciando Oreste.

– Penso che sia… anzi no, ne sono sicuro; è la sbobinatura di una lezione universitaria…

– Una sbobba che? Va beh, io mi faccio una doccia e poi vado a letto… – fece finta di annusarlo – e ti consiglio di farti una doccia anche tu… sempre se non vuoi dormire qui… ti fai un bel letto con queste cartacce…

Detto questo Ginevra baciò sulla guancia Oreste e poi si diresse verso il bagno, schivando con le lunghe gambe e i piedi nudi le piramidi di libri, i cumuli di riviste e le montagnole di appunti che popolavano la stanza, in quel tipico disordine che preannuncia un trasloco.

– Sì, certo, ho finito… – rispose lentamente e automaticamente Oreste, senza sollevare lo sguardo dal quel foglio ingiallito; in quelle ore aveva trovato tanta roba risalente al periodo in cui era uno studente universitario, più di quanto avrebbe previsto, e da buon ingegnere l’aveva sistematicamente divisa per materiale, per meglio soddisfare la sua precisione e la normativa comunale in materia di rifiuti. Inutile dire che il sacchetto che possedeva la maggioranza azionaria era quello della carta: appunti propri e altrui, in originale e fotocopiati, a volte ornati da scarabocchi nati dalla noia di una lezione o del ripasso domestico, a volte corredati da schemi, diagrammi sintetici, sottolineature e note a margine, tutti generati analogicamente, ovvero, a penna. Ma quel foglio che teneva in mano in quel momento era diverso, la trascrizione di quella prima e informale lezione di “fondamenti di informatica” gli ricordava qualcosa, ed era un qualcosa che poteva aver soltanto immaginato, una variabile impazzita che ancora non si era palesata ma di cui percepiva la presenza.

«Ritorniamo alla struttura elementare dei nostri computer: qual è secondo voi la prima proteina, la principale molecola formatasi nel brodo primordiale dell’elettrologia che ha permesso lo sviluppo dell’informatica? Ve lo dico io: l’interruttore. E non perché, come potrebbe pensare qualche buontempone, senza interruttore non si accende il computer, ma perché ogni volta che premiamo un interruttore, anche se non lo sappiamo, creiamo un atomo informatico, il bit, che può assumere solo due stati: corrente no e corrente sì, o se volete 0 e 1, Falso e Vero e via dicendo. Ora dirvi che un computer moderno è una pila di interruttori sarebbe da parte mia un’imperdonabile semplificazione, ma insisto su questa suggestione per farvi riflettere sulla natura dell’informatica e dell’elettronica digitale… temo di essermi perso… comunque: durante questo corso apprenderemo le basi dei principali linguaggi di programmazione, e se non rimarremo indietro col programma nelle ultime due o tre lezioni tenteremo di dare una risposta a questa domanda: “è possibile un’informatica diversa?”, e intendo radicalmente diversa, che non discenda dall’interruttore come l’uomo dalla scimmia, un’informatica aliena, che contempli un numero differente di stati elementari, o che addirittura non abbia numeri».

Sul bizzarro quesito, l’attenzione di Oreste, che era andata scemando in modo lineare da quando Ginevra l’aveva richiamato ad un’adeguata igiene personale, ebbe una repentina impennata.

«Per rassicurarvi sul fatto che non vi siete sbagliati, e che questa mattina siete effettivamente venuti in facoltà e non a una convention di fantascienza, vi anticipo che esistono diversi modelli alternativi all’elettronica che conosciamo e che popola le nostre vite; ad esempio il Dna Computing, che sfrutta il dna come fosse un circuito stampato, o i computer quantistici».

Ora Oreste era definitivamente rapito.

«Nel caso dei computer organici il principio alla base delle architetture al silicio, dei comuni chip per intenderci, non viene stravolto, discorso diverso per i computer quantistici; come avrete modo di apprendere in altri corsi, le leggi che determinano il comportamento delle particelle elementari sono decisamente differenti rispetto alle leggi del mondo macroscopico. Il qubit, ovvero l’equivalente del bit in un computer quantistico, può contenere un numero di informazioni virtualmente infinito, contro i soli due stati del bit classico, con i computer quantistici riusciremo a creare davvero numeri e dati casuali. Probabilmente non riusciremo mai a costruire una macchina in grado di gestire interamente un qubit, avremo bisogno di limitarlo, quantificarlo, misurarlo facendo a cazzotti con il principio di indeterminazione, e questo finché illumineremo il nostro percorso attraverso la teoria classica dell’informazione, già, perché finora vi ho parlato dei nuovi orizzonti dell’elettronica, ma non dell’informatica in senso stretto. Quindi veniamo a una domanda che vi avrei dovuto fare all’inizio di quest’incontro: cos’è l’informatica? È una filosofia, un complesso di regole logiche di un gioco che abbiamo inventato noi, regole che se vogliamo possiamo cambiare, anzi, regole che dobbiamo cambiare se vogliamo progredire. La grande sfida da quando è nata l’informatica è quella di costruire una macchina che abbia la complessità del cervello umano, ma finché insisteremo sul solco dell’attuale informatica, che come abbiamo visto sa compiere calcoli astronomici ma si blocca difronte all’ambiguità e al mistero, invece di avvicinarci ci allontaneremo sempre di più dal nostro obbiettivo. Se vogliamo costruire una macchina pensatrice e non solo calcolatrice, dovremo inventarci l’illogica informatica».

La porta del bagno si aprì e venne fuori Ginevra avvolta solo da una nuvola di vapore caldo. Oreste la guardò, e il suo sguardo si concentrò sul gocciolamento, apparentemente casuale, dei pochi e radi peli sul pube della sua compagna. Lei appoggiò maliziosamente le mani sui fianchi per fornire una cornice più geometrica all’origine del mondo, equivocando i pensieri di Oreste, che invece erano bloccati in un loop tutt’altro che erotico: “chi è questo professore e perché non ricordo le sue lezioni?”.

 ***

Telefonata 1:

– Gianni?

– Bella Orè… dimmi tutto.

– Tu te lo ricordi il corso di Informatica 1 all’università?

– Può esse, ce devo pensa’, che te serve?

– Una curiosità, ho trovato degli appunti, non ricordo il nome del professore.

– Aspetta un attimo però; informatica hai detto ve’? No, ora mi ricordo, io informatica l’ho fatta a Fisica, prima di trasferirmi a Ingegneria. Ma che te frulla per la capoccia?

– Nulla, curiosità.

– Prova a parlarne con Paoletta…

Telefonata 2:

– Paola?

– Chi non muore si risente, eh?

– Tutto bene?

– Io come al solito. Tu piuttosto? Ho saputo che ti trasferisci a Stoccolma.

– Beh, per ora è un progetto di soli 18 mesi, lavoriamo al sistema di raffreddamento del processore del…

– So tutto, e non mi dire altro se no mi fai schiattare d’invidia, se penso che ho studiato come un mulo per fare la disoccupata guarda…

– Senti, a proposito di università, ti posso fare una domanda? Te lo ricordi l’esame di fondamenti di informatica? Ti ricordi il nome del professore?

– Quella con cui ho fatto l’esame io era una donna, la Guerrini, e c’è ancora, è nella commissione per un assegno di ricerca, giusto ieri sono stati pubblicati i membri.

Guerrini… ora ricordava; anche lui aveva fatto l’esame con lei. Severa e temuta, era una donna piccola e magra, con capelli e occhi di un nero intenso, come intensa era probabilmente la sua determinazione, prima nell’essersi affermata in un campo accademico un tempo prevalentemente maschile, e poi nell’essere diventata, come appreso sul sito della Facoltà, vicerettrice. Il fascino di quella trascrizione, però, di quel mistero che veniva dal passato, apparve improvvisamente a Oreste una stupidaggine, un’inutile perdita di tempo. Stava invecchiando probabilmente, e stava diventando sensibile alle facili suggestioni; una considerazione su un campo in cui, casualmente, stava per giocarsi la carriera, un discorso facile per intrigare le matricole, e lui si era innamorato, tanto da credere per un attimo che quel casualmente non fosse poi così casuale.

Ad ogni modo decise di fare un salto in Facoltà per assistere a una lezione della Guerrini. Lo stile non sembrava esattamente quello della trascrizione, praticamente leggeva pedissequamente le slide, è vero anche che stava illustrando l’uso delle librerie nel linguaggio C++ e non stava presentando il programma del corso, argomento decisamente più discorsivo. Attese la fine della lezione per scambiare due parole con l’accademica.

– Permette? Sono l’ingegner Martini, Oreste Martini. Mi sono laureato qui e ho fatto l’esame di informatica con lei.

– Be’ mi sembra un po’ tardi per discutere del voto… – disse scherzosamente la Guerrini. I muscoli del suo piccolo volto comunicavano disponibilità, decisamente un’altra espressione rispetto a quella che aveva avuto fino a pochi secondi prima, prima che Oreste si presentasse, probabilmente lo sguardo di default per intimorire gli studenti.

– Ha ragione; sono qui per altro. Lavoro nel campo della computazione quantistica –, a queste parole la Guerrini non ebbe reazioni visibili, – ho trovato degli appunti risalenti alle sue lezioni; ero curioso di sapere cosa ne pensa oggi, intendo dopo la messa a punto dei primi hardware quantistici.

– Cosa ne penso riguardo a cosa?

Oreste venne spiazzato da quella domanda, si aprì nel suo cervello un pop-up che lo avvertiva di un possibile conflitto del programma, e lo stesso doveva essere avvenuto per la Guerrini: – Lei quando avrebbe seguito il mio corso?

– Nel 92… o nel 93 – rispose Oreste.

– Mh… temo mi abbia scambiata con qualcun altro, ora mi scusi ma devo andare.

Sul volto della Guerrini riapparve l’espressione da battaglia, con gesto rapido raccolse la sua borsa e si dileguò tra gli studenti mezzo narcotizzati da due ore di C++.

 ***

Telefonata 3:

– Pronto Saverio?

– Vecchio porcone, alla fine ci stai andando in Svezia eh?

– Eh sì, partiamo tra una settimana.

– Partiamo? In che senso? Tu e chi altro?

– Io e Ginevra.

– Ginevra? Ma ti sei rincoglionito? Tu vai nel paese che ha inventato la libertà sessuale e ti ci porti la fidanzata, per giunta gelosa e rompicoglioni?

– Save’ falla finita. Senti, c’è una cosa che mi sta facendo ammattire; ti ricordi chi c’era ad insegnare Informatica quando facevamo il primo o secondo anno di Ingegneria ? Esclusa la Guerrini.

– Io ricordo solo lei, però effettivamente… non esiste un albo storico?

– Macché… nessun albo, solo la memoria dell’impiegato anziano in segreteria didattica, e lui conferma che all’epoca c’era solo la Guerrini, però ho degli appunti di una lezione che di sicuro non ha tenuto lei…

– Un assistente?

– C’ho pensato, ma Erminio…

– Chi?

– L’impiegato anziano…

– Ah… ok.

– Erminio dice che il rettore dell’epoca impediva categoricamente a collaboratori e ricercatori di tenere lezioni, solo titolari di cattedra.

– Guarda mi sta ronzando una cosa… ma tu a quest’Erminio come ti sei presentato?

– Con un mazzo di rose… come mi sono presentato?

– No dico, non è per caso che ti ha preso per un giornalista? Guarda forse ti sbroglio la faccenda, però mi devi fare un favore.

– Spara.

– A Natale ti vengo a trovare a Stoccolma e mi devi far trovare in stanza quattro stangone, di quelle che si trovano solo lì.

– Quattro badanti intendi… comunque vedrò cosa posso fare, dimmi.

– Parla con Fausto.

– Fausto? Ma quello ha fatto Lettere.

– Fidati, parla con lui, se la memoria non mi inganna… ma non ti voglio anticipare niente. Bando alle ciance; hai guardato quel link che ti ho mandato per email?

– No, di che si tratta?

– Un troione epocale guarda, se la scopano in… non so, saranno stati trenta, uno dietro l’altro, sulle dune di Fregene, almeno così dice il titolo, però per me è Ostia.

– Save’, ma tu da quanto tempo non scopi?

– …

– …

– Non me lo ricordo più.

 ***

Certo che me lo ricordo, e la cosa mi è rimasta qui –, Fausto si indicò il pomod’Adamo con un mano, mentre con l’altra agguantava l’ultimo fiore di zucca fritto – all’epoca facevo cucina al giornale…

– Hai fatto il cuoco? – chiese ironicamente Oreste – Ma almeno qualcosa la lasciavi o ti magnavi tutto te?

– Coglione, fare cucina significa… comunque ‘sti fiori sono la fine del mondo… indica quando uno in una redazione si occupa di raccogliere e selezionare le agenzie, segnalando le notizie ai vari redattori. Quando arrivò la voce di sta storia il direttore ci disse… aò fai segno al cameriere di portarne un altro piatto… ci disse che non se ne faceva niente, che la notizia non doveva uscire.

– Mi pare di capire che questo Fortunati fosse parente di qualcuno…

– Suo padre era un magistrato, non uno importante però, lo avevano sbattuto in una di quelle provincie dove non succede mai un cazzo, ma era amico d’infanzia del direttore, la cosa aveva fatto girare le palle ad alcuni colleghi del giornale, e come ti dicevo anche a me, però il direttore la buttò sull’umanità, perché devi sapere che… oh ma glielo hai detto al cameriere? Devi sapere che Fortunati figlio, dopo che si seppe la faccenda ebbe un esaurimento nervoso, e Fortunati padre… beh, lui sembra che davvero non ne sapesse niente, il figlio era una specie di bambino prodigio, a diciotto anni vinse una borsa di studio per andare a studiare negli Stati Uniti, lui ci andò e un giorno telefonò ai genitori, gli disse che si era già laureato, con sei mesi d’anticipo, e non gli aveva detto niente prima un po’ per scaramanzia e un po’ perché non voleva che affrontassero un viaggio di dodici ore, così quando tornò in Italia… oh eccoli qua, caldi caldi, grazie caro… quando tornò in Italia fece un po’ di concorsi, il padre probabilmente da buon borghese piccolo piccolo oliò qualche ruota e Fortunati Junior divenne docente a progetto alla tua università; dopo un solo mese dall’inizio dell’anno accademico, dopo che qualcuno tagliato fuori aveva fatto ricorso, all’università si accorsero, diciamo così, che il titolo dichiarato da Fortunati non aveva l’equipollenza prevista dalla legge, e così lo sospesero, ma in realtà noi sapevamo che il titolo non esisteva affatto, Aldo Fortunati non si era mai laureato, né in Italia né negli Stati Uniti… mo magna che si freddano…

C’era una cosa che Oreste non aveva avuto il coraggio di confessare a nessuno: da un po’ di tempo sognava di non essersi mai laureato. O meglio; nel sogno si ritrovava in fila con dei ragazzi con la metà dei suoi anni, in attesa di consegnare un modulo, forse proprio di iscrizione all’università, «ma io l’ho già fatto! Io sono laureato!» diceva ai suoi compagni d’attesa, e quelli lo guardavano con compassione, allora si diceva che avrebbe convinto quantomeno l’impiegato, così alzava lo sguardo ma non riusciva a scorgere lo sportello, perché la fila chilometrica ad un certo punto si perdeva in una sorta di nebbia. “Impotenza”, se avesse dovuto scegliere un termine per descrivere la sensazione che gli dava quel sogno, Oreste avrebbe scelto “impotenza”. Probabilmente per questo, quando seppe che il professore che cercava non era laureato, provò per lui un sincero moto d’empatia.

 ***

Trovare l’indirizzo non fu difficile; il giudice Fortunati, morto di infarto dopo qualche anno dai fatti, smise la toga quasi subito, e tornò nella natia Roma ad occuparsi del figlio, sembra mai ripresosi. Il difficile fu inventarsi una scusa, una scusa in grado di aggirare il firewall della diffidenza materna per incontrare il professore-non-professore Aldo Fortunati. Da quel poco che conosceva della natura umana, Oreste valutava che aggrapparsi a qualcosa che riguardava la vita di Aldo dopo il capitolo degli Stati Uniti, era assai rischioso, meglio sfruttare il periodo in cui era ancora sotto la tutela parentale: così si fece fare una targa fasulla della fantomatica Associazione Matematica Italiana, e si inventò la storia che in occasione del suo cinquantenario l’associazione aveva prodotto quei riconoscimenti commemorativi per tutti coloro che negli anni avevano vinto il Campionato Italiano di Algebra e Geometria, competizione che si teneva nelle scuole medie e superiori (in realtà Oreste, che aveva una buona capacità di analisi ma una scarsa creatività, aveva preso spunto dalle Olimpiadi della Matematica organizzate dall’Unione Matematica Italiana, olimpiadi a cui egli stesso aveva partecipato portando a casa un discreto piazzamento nell’edizione del 1988) . L’ottuagenaria vedova Fortunati ispezionò la targa a lungo, mentre Oreste, seduto sul divano buono, osservava con la coda dell’occhio Aldo, un uomo di mezza età con una calvizie avanzata, lo sguardo fisso su un tablet che teneva tra le mani e che sembrava spento, e un tetro mezzo sorriso immobile sul volto. Accanto ad Aldo vi era un ventenne annoiato, con un abbigliamento fintamente trasandato, che accanto a quello fintamente curato di Aldo formava un contrasto quasi comico. Oreste apprese in seguito che quel ragazzo, di nome Diego, era un volontario che si occupava di Aldo, evidentemente più bisognoso di sostegno rispetto all’anziana padrona di casa che dopo cinque minuti buoni riemerse dalla sua ispezione. Un sorriso dolce come può esserlo solo quello di una madre soddisfatta di suo figlio, fece capire ad Oreste di averla sfangata.

Dopo aver ingollato un amaro alle erbe alle dieci del mattino e a stomaco vuoto, Oreste si congedò dalla vedova Fortunati esattamente nel momento in cui Diego si apprestava ad accompagnare Aldo nella sua passeggiata quotidiana. I tre attraversarono in silenzio la strada che portava a un piccolo parchetto, un rettangolo verde attrezzato solo con quattro panchine e uno scivolo per bambini. Aldo si sedette, riprendendo a rimirare lo schermo nero della tavoletta digitale. Oreste notò l’attenzione oculare che il volontario riservava a un’agenzia di scommesse sportive nella strada adiacente.

– Se hai qualcosa da fare faccio io compagnia ad Aldo… – gli disse Oreste.

– Be’ effettivamente dovrei fare una cosa… – e poi rivolgendosi a Fortunati – Aldo ti lascio un attimo col signore, d’accordo?

Aldo guardò Diego e poi fece quel gesto con due dita davanti alla bocca che in quasi tutte le culture contemporanee indica la volontà di fumare, il ragazzo arrossì ed emise un risatina imbarazzata, Oreste piegò leggermente la testa, un gesto il cui significato era decisamente meno universale, ma che in quella precisa situazione fece comprendere a Diego che quello sconosciuto seduto accanto ad Aldo non aveva l’intenzione di interpretare la parte del delatore. Così il volontario estrasse da un pacchetto di sigarette quella che a prima vista non appariva come una sigaretta, per così dire, convenzionale. Aldo, con guizzo imprevisto considerata la lentezza dei movimenti osservata fino a quel momento, si proiettò verso la fiamma dell’accendino di Diego, e con due boccate avide portò a regime la combustione della cartina.

– Come sta professore?

Chiese Oreste mentre Diego si allontanava. Ma Aldo non rispose.

– Lo sa che sto lavorando a un computer quantistico a 14 qubit?

Fortunati si voltò verso il suo interlocutore, a cui per un attimo si fermò il cuore.

– Cosa vuoi da me?

Chiese Aldo, e questa volta fu Oreste a non rispondere.

Dopo qualche boccata Aldo porse la canna a Oreste, che accettò la staffetta e dopo quindici anni dall’ultima volta inspirò i fumi d’hascisc; nel farlo chiuse gli occhi e quando li riaprì era immerso in una nuvola bianca.

 ***

La nuvola si diradò e Oreste ebbe modo di riconoscere dall’alto la città di Milano, accanto a lui Ginevra, addormentatasi fin dalle prime fasi di decollo. Stava lasciando l’Italia come Aldo anni prima, quel personaggio che casualmente era spuntato nella sua vita, e che casualmente come lui era interessato alla computistica quantistica. Le considerazioni di Aldo erano incomplete; per costruire un pensatore non è sufficiente una macchina che accetti e generi il caso, serve una macchina che provi a dare significato al caso, il che evidentemente è un paradosso, un errore logico, eppure nonostante questo apparente bug di programmazione, il più efficiente computer del mondo, il cervello umano, funziona e si evolve da migliaia di anni. Mentre Oreste pensava questo, la hostess Ingrid afferrava a caso una delle due bottiglie di succo d’arancia sul carrello portavivande, lo sguardo della piccola Anette vagava senza un ordine prestabilito fuori dall’oblò, le imprevedibili turbolenze d’aria producevano disordinati tremolii delle ali e della fusoliera, e fuori da essa atomi e molecole della troposfera si spostavano in base al tipico moto casuale dei gas.

È vero che ci siamo affacciati all’universo per caso, ma l’idea stessa di “caso” non è altro che il paravento della nostra ignoranza. — Freeman Dyson , Turbare l’Universo, 1979

Il caso è il solo sovrano legittimo dell’universo. — Honoré de Balzac, Massime e pensieri di Napoleone, 1838

Grunge

Come un vecchio polmone, stanco di tanti affanni, il motore procedeva con un rosario sommesso di sibili e brontolii. I fari sfarfallavano, si offuscavano a momenti, come un paio di occhi troppo stanchi per imporsi alle palpebre. O forse erano davvero gli occhi a perdere colpi, gli occhi del trentacinquenne alla guida dell’auto. Si fermò a fare benzina, in un self service immerso nel latte nero di quella notte, ai bordi di una strada extraurbana desolata. Un’altra automobile illuminò l’asfalto, a velocità irregolare, mantenendo a stento la propria corsia; finestrini aperti, un remix di un classico della disco a massimo volume. Dal lato del passeggero un ragazzo dalla bocca deformata in una risata sguaiata, con la testa e le braccia fuori, e una bottiglia nella mano. Si accorsero di lui. Passando gli gridarono qualcosa, qualcosa che evidentemente trovavano molto divertente. La berlina si allontanò come era apparsa, zigzagando. Il trentacinquenne trovò la scena ridicola, ma non ridicola come una battuta divertente, ridicola come la scena di uno che fa una battuta che non fa ridere nessuno. Ripose la pistola del carburante, si guardò intorno per trovare un angolo dove urinare, poi realizzò che non c’era nessuno da cui nascondersi; tirò fuori il pene e pisciò lì, nello spazio tra la pompa e la sua auto, immerso nella placenta nera della notte appena rischiarata dalle luci della stazione di servizio. Verso la fine indirizzò il getto sul pneumatico, e si stupì del rumore prodotto dalle ultime gocce sulla gomma tesa della ruota.

Estratto mnemonico del giovane uomo, n°1: lo sfilare lento delle case basse, case di periferia, una periferia benestante. La cornice dell’inquadratura è quella di un finestrino, il finestrino posteriore di una Mercedes, un vecchio modello ma tenuto bene, color bianco classico, anche se per quel bambino è color schiuma di cappuccino, il cappuccino che sente in bocca mischiato alla menta del dentifricio. L’auto la guida il padre, il tragitto è quello da casa a scuola, la scuola elementare che il bambino del finestrino frequenta. Poi, come ogni giorno, il padre proseguirà fino all’ufficio in cui lavora. Il bambino guarda dal finestrino le case basse sfilare, e si chiede perché egli sia così triste.

Un ombra attraversò la strada, troppo veloce per essere elaborata e riconosciuta dal lobo occipitale. Il trentacinquenne istintivamente rallentò, si guardò intorno e poi accese l’autoradio. Dalle casse venne il suono di un riff di chitarra affogato nell’overdrive, un sound che gli sarebbe piaciuto da ragazzo, o forse quella canzone era davvero una di quelle che ascoltava da ragazzo.

Estratto mnemonico del giovane uomo, n°2: one time a thing occured to me – i capelli di lei, all’altezza della spalla destra, per una frazione di secondo, poi solo bianco, il bianco del lenzuolo, per un battito di ciglia, poi di nuovo i capelli – What’s real, and what’s for sale? – no, deve muovere solo il bacino, non tutto il corpo, altrimenti avrà presto l’affanno, lo sa, lo ha simulato mille volte – Blew a kiss and tried to take it home – ecco, ci siamo, ora riesce ad avere lo sguardo fisso sulle ciocche – It isn’t you, isn’t me – è lucido, lucidissimo, non è la mente il problema, ma il corpo – Search for things that you can’t see – ha provato a toccarle il clitoride, come ha visto fare nelle videocassette porno, ma coordinare le spinte pelviche è un casino – Going blind, out of reach – potrebbe chiederle di girarsi – Somewhere in the vaseline – ma non ne ha il coraggio – Two times and it has rendered me – è quasi meno eccitante delle seghe – Punch drunk and without bail – anzi sicuramente – Think i’d be safer all alone – di manovella sarebbe già venuto da un sacco di tempo – Flys in the vasoline we are – invece così non sente niente, sarà il preservativo – Keep getting stuck here all the time – spera di non venire proprio durante la traccia 4 di quel cd, “Interstate Love Song”, sarebbe davvero una cosa sdolcinata, patetica, ipocrita – You’ll see the look and you’ll see the lies – quella ragazza non gli piace, ma è stata la prima e l’unica a dirgli esplicitamente che avrebbe fatto volentieri sesso con lui – You’ll eat the lies, and you will – a farglielo diventare duro non è stato l’odore della sua pelle, che lo lascia indifferente, ma l’idea insperata che lui possa apparire attraente a qualcuno, e che magari anche la sua balbuzie da ansia sociale possa sembrare una caratteristica sexy che attira belle ragazze disinibite, come accade a Woody Allen nei suoi film.

Il trentacinquenne faticava a tenere gli occhi aperti, aveva bisogno di un caffè. Accostò l’auto sulla destra. Dopo essere sceso si strofinò energicamente i palmi delle mani sulla faccia per un paio di secondi. Poi guardò nella direzione che si stava lasciando alle spalle; si accorse che stava sorgendo il sole. Voltò la testa nella direzione opposta e gli parve di vedere in lontananza dei piccoli puntini tra il giallo e l’arancione: illuminazione urbana. Rientrò in auto, rinfrancato dalla prospettiva di prendere un caffè in una città di cui ignorava il nome, per un attimo il suo sguardo si posò sul sedile del passeggero, o meglio, su alcuni depliant poggiati sul sedile, volantini che pubblicizzavano una clinica privata, una clinica lontana centinaia di chilometri dal trentacinquenne e dalla sua auto.

Estratto mnemonico del giovane uomo, n°3: la sensazione della camicia bagnata di sudore dietro la schiena, l’intonaco regolare del soffitto, la mancanza di voglia ed energie per alzarsi dal letto e per prepararsi la cena. Poi lo squillo del telefono, violento e pungente. «Salve sono il dottor [nome e cognome non memorizzati] della clinica NeuroErm; lei ha compilato il form sul nostro sito per delucidazioni sul  servizio di riprogrammazione emotiva dei ricordi che offriamo presso la nostra struttura, corretto?»
«Ah, sooo-so-lo che…»
«La disturbo? Ha perfettamente ragione, l’orario non è dei più consoni, la richiamo domattina?»
«No… no, vaaa-va bene, solo che m-m-mi aspettavo u-u-na risposta via m-m-ail»
«Preferiamo parlare di persona con i nostri potenziali pazienti, riteniamo che sia doveroso da parte nostra, vista la delicatezza dell’argomento e, me lo faccia dire, le tante illazioni sul nostro conto… c’è tanta confusione sul nostro metodo, se fa una ricerca in rete, e presumo l’abbia già fatta, leggerà di cose completamente prive di fondamento; sostengono che facciamo lobotomia farmacologica, che creiamo danni cerebrali irreversibili o, nella migliore delle ipotesi, che siamo dei ciarlatani. La verità è che il protocollo, che non abbiamo inventato noi, è già in uso da anni in due cliniche private di Dubai, e noi, mi conceda l’immodestia, abbiamo perfezionato il metodo avvalendoci degli ultimi sviluppi della diagnostica nucleare…»
«In co-co-sa co-co-nsiste? Io non so se ho ca-capito be-be-ne…»
«Certo, le spiego: saprà che i nostri ricordi non aleggiano come fantasmi nel nostro cervello, ma sono legati a specifici neuroni, grazie alla tomografia ad emissioni di positroni ad alta risoluzione riusciamo ad individuare, nel soggetto, le singole cellule nervose responsabili dei ricordi, anche di quelli più dolorosi. Individuate le allocazioni neurologiche delle memorie procediamo con una, mi passi il termine, cosmesi farmacologica, ovvero inoculiamo, in maniera pilotata, degli pseudo-neurotrasmettitori. Queste molecole si vanno a legare ai recettori delle cellule mnemoniche, ma non occupano tutti i recettori, solo alcuni, quelli che sperimentalmente abbiamo individuato come responsabili delle emozioni negative. Quindi non si preoccupi, sgombriamo il campo dalla prima e naturale preoccupazione; non perderà la memoria, semplicemente non sperimenterà angoscia e ansia quando ricorderà un evento traumatico.»
«Non penso di a-a-vere dei traumi, te-te-mo di a-averle fatto pe-pe-rdere tempo…»
«Ma quale perdita di tempo, solo per qualche informazione, poi riguardo ai traumi, beh, evidentemente ho scelto il termine meno appropriato; la nostra è una terapia rivolta a tutti, che migliora la qualità della vita di chiunque, io stesso l’ho rifatta due mesi fa.»
«Rifatta?»
«Giusto, mi sono dimenticato di dirle questo… vede… i neuro-trasmettitori di sintesi che utilizziamo vengono riconosciuti dal nostro corpo come quelli endogeni, ma in realtà sono chimicamente differenti, ed evitano la naturale ricaptazione sinaptica, ma dopo un po’ di tempo vengono comunque riassorbiti, un tempo variabile da soggetto a soggetto, chi un anno, chi due, e si ritorna alla situazione di partenza. Non è un intervento irreversibile, nonostante quello che dicono certi tromboni che sono rimasti ai salassi e al bromuro. Mi conceda nuovamente la licenza… noi facciamo un lifting della memoria, il nostro è un intervento estetico, un intervento estetico che ha però ricadute positive sulla salute generale del soggetto, come la detartrasi, comunemente detta pulizia dei denti, le dà un bel sorriso ma rimuove anche il tartaro che è una delle più pericolose minacce per la salute della bocca. E come la pulizia dei denti, la riprogrammazione emotiva dei ricordi non è per sempre. Ma ora sto parlando troppo, la lascio ai suoi impegni, le volevo solo chiedere un paio di cose: per caso soffre di epilessia, di schizofrenia o è affetto da cardiopatie?»
«No»
«Le è stata diagnostica qualche forma di depressione, anche lieve?»
«No, penso di no, cioè, non mi so mai so-soo-sottoposto a… No»
«Peccato…»
«Scu-scusi?»
«No, ha ragione, non mi fraintenda, è solo che in caso di depressione il costo dell’intervento è per metà coperto dal servizio sanitario nazionale, ma non si preoccupi; qualora non abbia la possibilità di saldare tutto subito abbiamo dei vantaggiosi piani di rateizzazione, glieli illustreranno nel dettaglio i nostri colleghi del settore amministrativo quando verrà a trovarci… diciamo lunedì? Lunedì mattina è libero?»
«Ma io no-non so, voglio pe-pensarci p-p-prima»
«Ma certo! Non volevo mica fissarle l’intervento, era solo per fare due chiacchiere… che come avrà capito è la mia attività preferita… dopo quella di medico, s’intende. Si prenda un giorno di vacanza, le mostriamo il nostro lavoro, magari si confronta con i pazienti che hanno già scelto di affidarsi alle nostre cure, e qualora decidesse di non diventare uno di loro… beh… si è fatto una passeggiata nella più bella campagna d’Italia, che da sola basterebbe a migliorare l’umore di chiunque!

Parcheggiò in diagonale in mezzo a delle auto disposte in fila. Cercò degli spicci nel vano portaoggetti, ma trovò solo una batteria da 1,5 volt, una di quelle che se schiacci le estremità forniscono la percentuale di carica residua. Entrò nel piccolo bar, un bar sprovvisto di tavoli, con il registratore di cassa ad un’estremità del bancone. Il trentacinquenne ordinò il caffè, e posò la pila sul poggia monete sponsorizzato da una nota marca di birra.
«Non ho spicci, le posso dare questa, è quasi completamente carica» disse, e solo dopo si accorse di non aver balbettato. L’uomo dietro il bancone, un uomo sovrappeso con dei grossi baffi neri fece un cenno sdegnato con la mano. Caricò con gesti decisi la macchina, e nell’attesa che si riscaldasse chiese al trentacinquenne, con un tono per nulla cordiale, dove aveva intenzione di andare conciato in quel modo.
«Non lo so» fu la risposta.

Estratto mnemonico del giovane uomo, n°4: odore di assenza di odori, di ogni cosa presente sterilizzata. I suoi abiti infilati in una busta ermetica e portati via, gli oggetti, invece, attendono la loro destinazione in una vaschetta di plastica vicino alla finestra. Freddo. Ha la pelle d’oca; può vedere la pelle alla base dei peli ergersi a piccole colline, la pelle delle gambe e delle braccia, parti del corpo che il camice che gli hanno chiesto di indossare lascia abbondantemente scoperti. È da solo, steso sul lettino, nell’incavo del gomito destro un batuffolo di cotone tenuto da una striscia adesiva a tamponare il foro del prelievo. Esami preliminari. Non lo sa. Non lo sa cosa sta facendo. Non lo sa cosa vuole fare. A trentacinque anni, nel mezzo del cammin di sua vita, a sentirsi nulla, ad attendere, forse, di sentirsi più nulla di ora. Per rilassarsi si guarda attorno; è così che immagina l’infermeria di un carcere, se non fosse per l’assenza di sbarre alle finestre, anche lì, al pianterreno, e mentre lo pensa è già fuori, rientra nella stanza solo con un braccio, per prendere dalla vaschetta le chiavi della macchina, e poi si dirige verso il parcheggio.

I carabinieri lo trovarono seduto per terra, in stato catatonico, davanti alla saracinesca abbassata di quello che un tempo fu un negozio di dischi, ma il trentacinquenne lo ignorava, come continuava a ignorare il nome di quella cittadina. Un giovane appuntato gli si avvicinò lentamente, sorridendo, con le mani in vista, come a rassicurare un pericoloso squilibrato. Al trentacinquenne scappò un sorriso; non aveva fatto nulla, era solo un uomo con un camice d’ospedale che non sapeva cosa fare, e dove andare. La volante partì sgommando; e nonostante la velocità al trentacinquenne sembrò che le case basse che vedeva oltre il finestrino posteriore, così simili a quelle del quartiere in cui era cresciuto, scorressero al rallentatore, e guardandole si chiese perché, perché bisogna per forza essere felici.

La minaccia

L’Imputato, come anonimamente lo avevano chiamato sin dall’inizio del rapimento, ebbe la facoltà di spendere alcune parole a sua difesa davanti al tribunale informale costituito dai suoi sequestratori. Dopo fu accompagnato dal Custode nella sua cella, o meglio nell’ampio sgabuzzino adibito a cella, e poco dopo che la porta si chiuse alle sue spalle, l’Imputato divenne il Condannato. Il Custode era il più giovane del gruppo, gli avevano dato quel nome in codice, che trasudava saggezza, per ricompensarlo dell’infamia del compito di secondino, ruolo assegnatogli dalla sorte, e per sancire tale investitura la sorte si era manifestata, quattordici giorni prima, sotto forma di un un uomo con la corona, il K di picche, un re, un affamatore del popolo, ma anche la carta più alta estratta dal mazzo.

Il Tribunale si sciolse, ogni membro lasciò l’appartamento secondo il protocollo previsto; rimase solo il Custode, per ovvi motivi. Il Custode aveva votato contro la condanna, ma era stato l’unico, e accettò il verdetto, censurando a sé stesso qualsiasi risentimento. È vero; non doveva finire così, o almeno non così presto, ma la Controparte si era dimostrata sorprendentemente ferma e decisa nel non trattare, e gli elicotteri volavano ormai da ore su quella parte di città; risalire al covo sarebbe stata questione di ore, sei, forse otto, sicuramente avrebbero fatto irruzione di notte, comunque il tempo sufficiente per eseguire la condanna, e forse, se tutto andava bene, anche per dileguarsi. Il Custode afferrò la busta che conteneva il frugale pasto del Condannato; alcuni tranci di pizza e una lattina di aranciata. Quando gli avevano chiesto se aveva preferenze per quel pasto, quel pasto che già tutti, compreso il Condannato, immaginavano sarebbe stato l’ultimo, egli espresse solo il desiderio di quella bevanda, quella bibita da bambini, e si era raccomandato che fosse in lattina, perché, come spiegò abbassando il capo con lieve imbarazzo: “quella nella bottiglia di plastica è meno buona”.

Il Custode infilò il passamontagna; non serviva più, o meglio, non serviva più rispetto allo scopo originale, quello di non farsi riconoscere dal prigioniero, ma il Custode lo indossò comunque, per non far capire al Condannato che il futuro che lo attendeva non prevedeva la possibilità di raccontare a chicchessia i dettagli di quel sequestro. Compassione? Forse. O forse no: la procedura di quel processo prevedeva che l’Imputato venisse informato del suo destino con la lettura, davanti a una videocamera, della sentenza.

Il Custode entrò nella stanza priva di finestre in cui da oltre dieci giorni sopravviveva il Condannato, posò la busta a terra, a pochi centimetri dal materassino in lattice privo di coperte su cui riversava scomposto l’uomo; il Condannato aveva gradualmente perso la compostezza che caratterizzava la sua figura, e appena la busta toccò terra ci si fiondò come un cane alla ciotola. Il Custode chiuse la porta della stanza dall’esterno, come di consueto, e mentre girava la chiave ebbe una strana sensazione, come un brivido, una scossa di adrenalina nera, di quella che ti invade le vene quando ti accorgi che stai per precipitare. Ma fu solo un attimo. Si accostò alla finestra e mise a fuoco la strada attraverso i fori della tapparella; gli altri sarebbero tornati entro un’ora, al massimo due, il tempo di recuperare l’auto per la fuga, già pronta e messa a punto da un soggetto fidato, uno che avrebbe anche rifornito il gruppo di qualche ferro aggiuntivo… ferro… improvvisamente alla mente del Custode si ripresentò l’immagine della chiave nella serratura, delle sue dita a contatto col metallo… metallo… anche il più insignificante nervo del suo corpo venne percorso da una corrente capace di scuotere un morto; provò ad aprire la porta con la chiave, ma gli tremavano le mani, allora diede una spallata, ma fece solo scricchiolare i cardini, provò con un calcio, e poi con un altro, il rettangolo di legno cedette solo al quarto colpo. Il Condannato era per buona parte coperto di sangue, ma ancora vivo, il lattice del materasso, fradicio, aveva assunto un colore ambiguo, tra il rosa e l’arancione; il prigioniero aveva rotto la lattina torcendola a metà, per farlo si era tagliato la mani, da lì veniva la maggior parte del sangue che si era unito alla bevanda inzuppando il materassino, ma un rivolo di sangue scorreva anche dal collo del Condannato; non aveva ancora trovato la forza per recidersi la carotide, ma la lama della lattina, tagliente come bisturi, premeva sul collo ed attendeva solo l’ultimo scatto muscolare, quello definitivo. Il Condannato guardò negli occhi il Custode, e questi si paralizzò; prima ancora che la sua parte razionale elaborasse la scena, il suo corpo aveva intuito che un solo movimento in più avrebbe rotto quell’equilibrio infinitamente fragile.

– No! – Riuscì solo ad articolare il Custode.

– E perché? Forse non è questo che mi aspetta? Morire come un cane? Eh? – non ricevuta risposta il Condannato continuò: – ci tenete ad ammazzarmi voi, giusto? Perché è questo che siete; assassini, altro che ideali e tutte quelle cazzate con cui vi riempite la bocca, siete solo degli assassini…

– Sarebbe già morto! – Il Custode impose la sua voce, – noi non giustiziamo l’uomo, ma ciò che rappresenta.

– Una rappresentazione… come il presepe, con al posto del bambinello un uomo morto ammazzato, il presepe vivente… anzi no… morente.

– Avanti; mi dia quella lattina.

– E perché? Dammi solo una ragione, una ragione che… una ragione che sia tale per me, e non per voi.

– Morire dissanguato è un brutto modo di morire.

– Stronzate! – Gridò il Condannato; la breve prigionia lo aveva cambiato radicalmente, non solo nel fisico, ma anche nel lessico e nelle reazioni, – credi davvero che sia così stupido? E poi anche se fosse? Cosa mi cambia? Comunque non arriverò a domani.

– Se io potessi scegliere quando morire sceglierei il momento più lontano, anche se di pochi minuti.

– Già, pochi minuti, che però sono peggio della morte. A te non te ne frega un cazzo, a te importa solo che possiate vincere voi, e se io mi ammazzo voi non potete vincere – il Condannato alzò impercettibilmente il collo, permettendo all’alluminio di penetrare ancora per qualche decimo di millimetro, due gocce rosse stillarono dal taglio.

– Non farlo!

– Se no che fai? Mi spari? Eh? – Il Condannato rise di una risata malata, secca, il tremito produsse altri rivoli dalla ferita, ormai l’arteria era scoperta, l’epidermide sopra di essa completamente lacerata.

Il citofono dell’appartamento suonò, tre volte di seguito, e una quarta a distanza di due secondi, come da codice. Gli altri erano tornati prima del tempo, sicuramente c’era stato qualche problema, forse per strada c’erano dei posti di blocco, forse il quartiere era stato isolato, chiuso al resto del mondo con un cordone di poliziotti, camionette, mezzi speciali e tiratori scelti. Ma il Custode non si mosse: – Non può farlo perché lei… perché tu sei cattolico, e nella tua religione il suicidio è peccato mortale.

Il Condannato, corrugò la fronte, per la prima volta sganciò le pupille dal Custode, e fissò il vuoto, il tempo di trovare la soluzione a quel dilemma dogmatico: – Io non mi sto suicidando: mi sto sacrificando, in maniera tale che non possiate uccidermi voi e quindi compiere il più atroce dei delitti. Non mi sto suicidando; mi sto sacrificando per salvare voi!

Il citofono suonò ancora. Il Custode estrasse la pistola da dietro la schiena e se la puntò sotto il mento: – Se ti tagli il collo io mi sparo, e sarai responsabile della mia morte; se ti ammazzi commetti il mio omicidio.

I due uomini rimasero cristallizzati nelle loro posizioni, fermi nel fisico come nella mente, intrappolati in uno stallo ideologico, concettuale, teorico, ben più effimero, ma altrettanto determinante, della fame che spinge il predatore ad uccidere la preda, o della paura che dà la forza alla preda di sopraffare il predatore.

La porta dell’appartamento cominciò a cedere sotto i colpi di chi dall’esterno tentava di sfondarla. La luce elettrica, l’unica che rischiarava quelle pareti anche quando fuori c’era il sole, andò via, e l’appartamento precipitò nel buio. E nel buio della cella uno dei due uomini morì.

Le cronache di quello che dovrebbe essere rum ma mica sono tanto convinto + inserto: “Ognuno scelga il suo nome”

Secondo esperimento di psiconautica da discount. Questa volta gli input chimici sono stati raccolti in un’unica continua somministrazione no-stop; la fonte di fitocannabinoidi è stata la stessa del primo report, mentre quella dell’etanolo è stata sostituita con un rum che son sicuro che chi lo produce si vergogna anche a regalarlo, dico solo che il fegato non mi ha fatto vertenza perché ha trovato gli sportelli sindacali chiusi, causa manifestazione nazionale della Fiom. I miei reni, invece, sono evidentemente dei crumiri e si son dati allo straordinario selvaggio, quindi questo report sarà intervallato dalle pause dedicate alla minzione. Eccipienti: il supporto glicemico è stato garantito da due Magnum Ghana, davvero notevoli, comprendo che la vena di cacao utilizzata possa non incontrare i favori di tutti, ma un gelato che in una società discriminante come la nostra si chiama come uno stato africano merita almeno il beneficio della prima volta.

Prima pisciata: Sto leggendo l’ultimo libro di Saviano. Mi dispiace che una parte di chi qualche anno fa lo osannava ora lo snobbi o lo prenda per culo tramite social, non perdonandogli probabilmente di essere diventato troppo popolare, un oratore televisivo, un’icona nazional-popolare. Se fossi un amico di Saviano gli direi che non può farci niente, che arriverà addirittura un tempo in cui perderà per strada il distintivo di intellettuale, che gli preferiranno un opinionista semianalfabeta, ma arriverà anche un tempo in cui tutti si riempiranno la bocca con sue citazioni, usate quasi sempre a sproposito, come accade oggi con Pasolini. Sono le tre fasi di evoluzione dello scrittore di Arbasino-Flaiano; giovane promessa, solito stronzo e venerato maestro. Perentorie come le tre fasi dello sviluppo sessuale in Freud. Questo direi se fossi amico di Saviano, e non mancherei neanche di ricordargli che pur avendo la stessa età io i capelli ce li ho ancora, ma questo lo direi soprattutto perché sono stronzo e mi piace mostrare agli altri il mio talento.

Seconda pisciata: Mi viene in mente la storia dei delfini che dormono solo con un emisfero cerebrale alla volta, mentre l’altro si occupa di nuotare. Non mi stupirebbe se tra qualche anno, qualche scienziato che se ne occupa dirà: “ehi aspettate non è esattamente così, non è che l’emisfero dormiente sia proprio dormiente, e non è che quello sveglio sia proprio sveglio; diciamo che è in uno stato Vito Crimi”. Thomas Khun, forse il più grande filosofo della scienza (fottiti Popper!), sosteneva che la scienza è una serie di cerchi concentrici; in quelli più interni la conoscenza scientifica si determina, in quelli più esterni la si apprende, le pubblicazioni di riferimento dei cerchi interni sono le riviste di settore, quelle dei cerchi più esterni i manuali, ciò che sulle circonferenze più lunghe appare consolidato, in quelle più ristrette è in continua discussione. Se poi parliamo di neurologia la faccenda diventa ancora più precaria; ogni decennio viene spostata un po’ più in là la presunta età in cui il cervello umano smetterebbe di svilupparsi, ed è solo di questo decennio la scoperta di staminali (con relativa possibilità di ricambio cellulare) nell’ipofisi umana. Forse un domani si scoprirà che nel cervello, oltre ad un’attività chimica ed elettrica, ve n’è una quantistica, qualsiasi cosa voglia dire, e allora Jung avrà la sua rivincita su Freud (eccolo che ritorna; è colpa del mio reflusso gastro-cerebrale, che mi fa tornare su pensieri semi-digeriti), con il godimento di chi come me tifa di default per gli outsider. Un tale scoperta produrrebbe anche una serie di dibattiti, a dire il vero mai  sopiti, sul concetto di coscienza, che ora non c’ho voglia di affrontare perché mi sta salendo la fattanza.

Terza pisciata: Rutto. Ho sempre invidiato chi sa ruttare a comando, ma ancora più figo sarebbe il superpotere di far ruttare gli altri a proprio piacimento. Il capoufficio ti fa una ramanzina? Improvvisamente comincia a gracidare come una rana. Un carabiniere fa il gradasso? Comincia a singhiozzare ruttini da infante. Quel politico corrotto che odi da una vita? Nel bel mezzo di un comizio comincia a riprodurre la linea di talkbox di “Around the World” dei Daft Punk. Poi mi viene in mente un’altra cosa, una cosa che mi ha sempre affascinato; quelle famiglie, tendenzialmente progressiste in cui i figli chiamano per nome i genitori. Probabilmente ciò aiuta il figlio a smarcarsi dall’autorità genitoriale, chissà cosa ne penserebbe Freud… eh niente, è proprio na brutta piaga sto reflusso… comunque propongo un upgrade: i figli chiamino i genitori con i nickname che questi usano su twitter, su wordpress o nei loro forum di scambisti preferiti. Ma io sui nomi so sempre stato fissato, chissà perché, ho scritto anche un racconto una volta, quando torno lucido lo linko.

Quarta pisciata: mi gira la testa, è meglio che mi metta a letto. Forse in questo periodo sto bevendo troppo; il prossimo weekend mi riprometto di non bere. Se manterrò il proposito mi premierò bevendo lunedì, martedì, mercoledì e giovedì.

Il giorno dopo: Dunque il racconto di cui sopra, intitolato “Ognuno scelga il suo nome”, del 2009, non è mai stato pubblicato su questo blog; mi era stato inizialmente richiesto per una rivista che, dato che sono fortunato, decise di chiudere prima che venisse pubblicato il mio contributo. La responsabile della rubrica narrativa, Morena Fanti, decise comunque di pubblicarlo sul suo blog personale, e per ricambiare la cortesia non l’ho mai pubblicato qui limitandomi al link. A quattro anni di distanza penso che i reati di trasgressione del bon ton letterario siano prescritti, quindi ne approfitto per aggiornare l’archivio di racconti di questo sito… ah dimenticavo, la foto è tratta da Ovosodo di Virzì, il nesso col post lo può capire solo chi ha visto il film, tutti gli altri facciano atto di contrizione:

Ognuno scelga il suo nome:  Fernando dice che sa fare la più buona sangria senza frutta del mondo. Quando gli dici che la sangria senza frutta è solo vino, si mette a ridere e dice che hai ragione.
Sonia è nata in Spagna. Al polso porta un vecchio orologio che ha il doppio dei suoi anni, ma le piace lo stesso.
Salvatore ha una esse tatuata sulla spalla destra. Gli mancavano due esami per laurearsi in filosofia.
Roberto ha sessant’anni, problemi con le gengive e una vista incredibile.
Anna beve fino a quattordici caffè al giorno.
Enrico racconta di aver avuto cinquanta donne, racconta.
Gloria dice di aver avuto un solo uomo, dice.
Ugo è uno stronzo, e basta.
Fernando, Sonia, Salvatore, Roberto, Anna, Enrico, Gloria e Ugo, sono solo dei nomi, e il mio, di nome, è Massimo, Dionigi Massimo Maria Deldubbio. Sì, lo so, non è granché, anzi è proprio un nome del cazzo, ma questo mi è toccato. La gente dovrebbe fare più attenzione ai nomi; per me un nome influenza la personalità più dei traumi sessuali o dell’allineamento dei pianeti nel momento del parto. Io, i bambini li chiamerei con dei codici numerici, tipo 9026490, poi quando fanno diciotto anni si scelgono il nome che vogliono. Sarebbe bello, ma soprattutto democratico. Se avessi potuto, io avrei scelto Libero, ma siccome non potevo l’ho dato a un gatto. Una volta mi fece commuovere: si stava leccando, io mi avvicinai e cominciai a fare dei rumori scemi con la bocca, tipo quando si succhia il brodo, lui si bloccò la prima volta, con la zampa vicino al muso e con le sottopalpebre che si ritiravano piano, mi guardò come per chiedermi cosa volessi, poi riprese a pulirsi, e io ripresi a doppiarlo, lui si bloccava, io smettevo, lui riprendeva e io pure, in un fraseggio sempre più serrato, finché all’improvviso Libero mi dà una pizza in faccia, sì, proprio uno schiaffo, con la zampa in piena guancia, senza unghie, un sberla… era gagliardo Libero; tutti hanno avuto un animale che sapeva amare come e più di un umano, ma un gatto che si incazzava e menava come una persona ce l’avevo solo io. Poi un giorno se ne andò, ma non nel senso che morì, proprio se ne andò via, non tornò più a casa, e capii che forse dovevo farmi due passi pure io. “Dove vai? non sai fare un cazzo” così mi disse mio padre, e aveva ragione, però in quel momento, più che spiegare le mie ragioni, ragionavo sul fatto che era la prima volta che sentivo dire “cazzo” a mio padre. Nel piano trentennale dei miei genitori, dovevo essere io quello bravo, quello che avrebbe portato avanti la professione di commercialista di mio padre, e mio fratello in un angolo dell’ufficio a fare meno casini possibile. Poi è toccato a lui fare quello importante; i miei hanno speso una fortuna per farlo diplomare prima e laureare poi, è stato un buco nero di fondi famigliari, e uno che nasce sotto questa stella non può fare il commercialista, è come uno che non si è mai lavato i denti che si mette a fare il dentista. Il giorno in cui mio fratello fece tre anni in uno, io me ne andai in Grecia. Il clima era fantastico, ma non mi divertivo per niente, e prima che finissero i soldi di nonna comprai un biglietto per Stoccolma. Un freddo bestia, ma stavo bene, mi presero a lavorare in una caffetteria, e dopo due mesi andai ad abitare con una cameriera, Izel. Non è un nome svedese, ma turco, e forse fu il fatto di avere due nomi del cazzo che ci fece innamorare. Ad ogni modo, Izel, un giorno se ne andò, ma non nel senso che morì, se ne andò via, come il gatto Libero. Chiesi la liquidazione e andai svernare a Milano, che non è come dire Miami, ma a gennaio è sempre meglio di Oslo. Vivevo in un centro sociale, cazzeggiavo e andavo in giro. Ogni tanto mi guadagnavo qualche soldo facendo il palo ai magrebini che vendevano il fumo. Al csoa feci amicizia con Dario, un tipo a posto: di giorno lavorava nell’ufficio affari legali di una nota azienda, e la sera veniva al centro sociale a spaccarsi di tutto quello che gli passavano i pusher, quelli specializzati nel settore chimico. Andai ad abitare a casa sua. Pensava a tutto lui, io continuavo a cazzeggiare e andare in giro, in pratica mi aveva preso come una specie di animale da compagnia. E a me andava benissimo. Poi un giorno se ne andò, ma non come Izel e Libero, nel senso che morì: lo trovai sul letto, blu in faccia, e vomito dovunque. Come sempre mi capitava quando uno se ne andava, io partii. Ma quella volta tornai a Roma. E ci rimasi. In pratica sono il segretario di quel coglione di mio fratello. Ma quando ho del tempo libero torno sempre dai miei amici, e i miei amici rispondono ai nomi di Fernando, Sonia, Salvatore, Roberto, Anna, Enrico, Gloria e Ugo. E Dionigi Massimo Maria Deldubbio. Tutti nomi diversi, tutte storie diverse. Ma tutte diversamente simili. Anche se io, a differenza loro, una casa ce l’ho. Io, a differenza loro, non vengo chiamato barbone… però non sarebbe male… se avrò un altro gatto lo chiamerò Barbone. Sì, lo chiamerò così. Se avrò un altro gatto e non avrò paura che un giorno vada via.

Questo posto sono io – reprise

Ho smesso di fumare da cinque anni, eppure in questo momento darei una falange per una sigaretta, o anche solo per un tiro di quella miccia fetente che fuma l’autista del camion. Lui sembra leggermi nel pensiero. Dal vano portaoggetti alla sua sinistra tira fuori una sfera bianca, la guardo bene, è grande come una noce, o poco meno, l’involucro è di plastica, la stessa delle buste, quelle che continueranno ad essere disponibili per migliaia di anni in qualsiasi angolo del pianeta come souvenir della modernità. L’allunga indietro, verso di me, attraverso il lunotto senza vetro, io sto per prendere il fagottino ma lui lo ritrae all’ultimo momento, stacca anche l’altra mano dal volante e mi indica con le dita il prezzo che devo sborsare per impadronirmi dell’oggetto misterioso. Acconsento. Avrei potuto tirare sul prezzo, come per qualsiasi altra cosa in questo continente, ma solo l’idea della contrattazione mi sfinisce. Poi l’autista mi dice in francese che è erba nigeriana, o almeno è quello che capisco, tanto la fumerò lo stesso, qualsiasi cosa sia. Questo del fumo non è il primo strappo alla regola della mia nuova vita, quella che hanno voluto per me amici, parenti e medici volenterosi; tre giorni fa, quando ero ancora sulla costa, ho sentito il bisogno di stare con una donna, ho chiesto al tipo dell’albergo dove potevo comprare del sesso, mi ha indicato una strada sulla cartina della città. Quando vi sono arrivato mi si è presentata una scenografia inequivocabile; una serie di baracche con delle ragazze sull’uscio, vocianti, ammiccanti, e un via vai di uomini, molti di pelle bianca come me. Ho abbassato la testa e sono entrato nella prima baracca che ho incontrato, stando attento solo che la tenutaria non fosse una bambina. Era invece una ragazza con gli occhi distanti e tristi, e dopo che si è stesa con le gambe aperte sul letto di paglia sono andato via, senza reclamare i pochi spicci che lei aveva voluto anticipatamente. Ho affrettato il passo lungo la strada polverosa, schivando i puttanieri locali e internazionali. Avevo l’impressione che le ragazze ridessero di me, che quelle urla sguaiate per invitare i potenziali clienti fossero in realtà risate di scherno nei miei confronti, mi è salita in corpo una rabbia mai provata, ho spinto dentro la baracca la prostituta più sfrontata, non ho nemmeno finito di infilare il preservativo sul cazzo semi-rigido, metà guaina di lattice mi penzolava oltre la punta, sembrava la propaggine vuota di un calzino troppo stretto o troppo largo, o quell’escrescenza che hanno i galli sotto al becco. L’ho scopata con furore, e più la fottevo più lei rideva, e più lei rideva più la mia camicia si impregnava di sudore, del mio sudore malato. Finì tutto in pochi secondi, quando ansimante alzai la testa mi accorsi di un bestione che vegliava poco rassicurante su di noi, la puttana gli disse qualcosa nel loro incomprensibile dialetto, e il bestione si allontanò borbottando. Il camion su cui viaggiamo prende una buca e io ritorno alla realtà dal limbo dei miei pensieri. Nella mia mano l’erba nigeriana o qualsiasi altra cosa sia, davanti a me il camionista da cui ho comprato un passaggio fino a Bangui, oltre alla caramella fibrosa poc’anzi descritta, sotto i miei piedi il pianale del camion, e sotto ancora la terra del sahel, la steppa, alle mie spalle lo zaino con lo stretto necessario per questo viaggio, che è poi più di quanto la maggior parte degli uomini e delle donne di queste parti può sognare di avere in tutta la propria vita, o almeno gli uomini e le donne che sono con me su questo camion. Mio fratello, che mi ha pagato il viaggio, mi crede in un villaggio vacanze a Nairobi, non capirebbe mai perché uno preferisca attraversare da una costa all’altra l’Africa centrale, e non lo so nemmeno io a dire la verità, e di certo non lo sanno queste persone, loro qui ci sono nate e molti ci moriranno, qualcuno invece tirerà le cuoia nel viaggio verso nord attraverso il deserto, qualcun altro in mare, ma i più sfortunati moriranno nella terra promessa, quello che pensavano fosse il paradiso ma che in realtà scopriranno essere solo un inferno temperato, sì, loro sono i più sfortunati, quelli che moriranno sopravvivendo alla disillusione. Queste persone accanto a me, su questo camion con i pneumatici sul punto di scoppiare, hanno facce di una dignità indescrivibile. Non mi sento fortunato a essere nato in un paese che ha debellato la lebbra, mi sento in colpa. Tutte quelle storie sul valore della vita che mi hanno fatto mandare giù ai tempi della disintossicazione, si dissolvono come acqua sulla terra di Ciad. Ora mi è tutto chiaro: è qui che devo scendere, prima che cominci la savana e poi la foresta, l’Africa che tutti immaginano e sognano. È qui, su questa terra arida, tra questi rari alberi senza foglie, in questi spazi razziati dai bracconieri che deve finire il mio viaggio. Questo posto mi somiglia, questo posto sono io. Do due pugni alla cabina di guida, urlo che voglio scendere, l’autista mi guarda incredulo, poi dice che non può fermarsi, che devo saltare giù mentre rallenta, e che non mi ridà i soldi. Mi aiutano a scendere da dietro, cado di culo, e rimango così, seduto, sorretto dallo zaino, con in bocca il sapore della terra che il camion solleva allontanandosi da me. Presto scenderà la notte, ho acqua e viveri per due, tre giorni al massimo; se la morte arriverà spero non per mano dei miei simili, sarebbe incongruente, spero di non essere intercettato da una banda armata, sarebbe difficile spiegare che dal sequestro di un ex-tossicodipendente con un lavoro part-time e precario non riuscirebbero a ricavare i soldi nemmeno per due cartucce dei loro AK-47. Faccio due passi e mi tolgo dalla strada, mi sfilo lo zaino, cerco l’accendi fuoco da campeggio e strappo un pezzo di cartina geografica. Arrotolo il Madagascar attorno all’erba nigeriana, e accendo il tutto. Tossisco, la carta e l’erba non sono gentili con le mie vie respiratorie. Dopo tre tiri mi pulsano le tempie, mi stendo, ho l’impressione che il cielo si riempia di frattali viola. Penso ai miei genitori e a mio fratello, che nonostante tutto hanno ancora fiducia in me, penso al mio amico Mario e a tutte le volte che mi ha raccolto in stato di incoscienza nei parchi di periferia. Perché non riesco ad essere come loro? Oppure perché loro non riescono ad essere come me? Avverto l’abbassamento di temperatura, le gambe vibrano impercettibilmente di freddo, ho un formicolio al collo, potrebbe essere la circolazione o l’assalto di minuscoli insetti. Chiudo gli occhi e i frattali cominciano a vorticare a una velocità vertiginosa. Mi piacerebbe che questa terra mi avvolgesse e la mia coscienza fosse assorbita da quella del pianeta. Il malessere si affievolisce, come l’affanno dopo aver corso o aver fatto le scale, ho addirittura l’impressione di stare bene. È la serotonina; nel mio cervello è scattata l’operazione equilibrio chimico. Quali stracazzo di macchine complesse siamo. Il caos non esiste, è il nome che diamo a ciò che non comprendiamo. Sto vaneggiando, faccio discorsi filosofici da quattro soldi, la merda nigeriana mi è salita su fino al midollo. Ho voglia di mangiare quei crostacei buonissimi che ho assaggiato sulla costa, o sentirmi esplodere in bocca uno spicchio di arancia, ho voglia di bere una birra con Mario, di telefonare a mio padre e sfotterlo dicendo che la sua squadra quest’anno fa schifo, ho voglia di dire il mio nome a uno sconosciuto e ascoltare il suo, di abbracciare una donna e sentire il suo seno premere contro di me. Mi è venuta voglia di vivere, vaffanculo, ma dove cazzo vado? Devo stare calmo, faccio training autogeno, devo visualizzare un’immagine rilassante, quando lo faccio in Italia penso a un paesaggio più o meno come questo, e ora che sono qui a cosa penso? A Milano? Apro gli occhi, è notte, mi volto a destra, c’è un po’ di luce che mi fa percepire la sagoma dei cespugli, probabilmente è la luna, mi volto a sinistra, e vedo un animale accanto a me, forse è un’allucinazione, forse no. Sembra un piccolo cane con delle grosse orecchie: deve essere un fennec. Ma che cazzo ci fa qua? È un animale del deserto, dell’Africa settentrionale. No, forse è una volpe pallida del sahel, ad ogni modo non ha paura di me. E io non ho paura di lei. Guardo la sua ombra per un tempo che non saprei definire, mi aspetto che faccia qualcosa, ma non succede nulla. Poi la volpe mi dice di dormire, o meglio non è che lo dice davvero, è una voce nella mia testa, ma so che è la sua voce, come quando nei sogni sai perfettamente che uno degli attori onirici è una persona che tu conosci, l’equivalente inconscio di una persona realmente esistente, anche se non gli assomiglia per niente. Insomma la volpe mi dice che è ora di dormire, e io vorrei rispondere che non lo so più se voglio addormentarmi, ma non ho la forza di coordinare l’apparato vocale, e comunque non avrebbe senso rispondere a un animale, che per giunta forse nemmeno esiste, e mentre penso questo i miei occhi si chiudono da soli.

Quando mi sveglio la luce mi acceca, mi accorgo di essere già fracido di sudore, ho voglia di farmi, uno schizzetto leggero per attraversare questa giornata camminando sulle nuvole, ma mi passerà. C’è un volto davanti a me, è un bianco, coi capelli biondi come la barba, dall’inflessione del suo inglese potrebbe essere tedesco. Ha un sorriso smagliante. Allungo il collo e vedo dietro di lui un Land Rover, e un nero con gli occhiali da sole che abbraccia un M16; una guardia del corpo. Il tedesco mi fa bere, trema per l’emozione, mi fa salire sul fuoristrada, un giorno lo racconterà ai suoi nipoti, tralascerà che si trovava in Africa per una società dedita al traffico di diamanti coi locali signori della guerra, ma racconterà di aver salvato la vita a un uomo. Chi sono io per distruggere questa sua illusione, il suo inutile trip consolatorio? Mi siedo e comincio a inventare: sono stato stato cinque giorni ostaggio dei ribelli… lui mi guarda con gli occhi bramosi di bugie come un bambino.

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La Carie – reprise

https://i0.wp.com/scritture.blog.kataweb.it/files/photos/uncategorized/imag0004.jpgCome la sensazione quando ti stai lavando i denti, e ti sei messo lì convinto che ti saresti dato un gran bella lucidata allo smalto, lavori di spalla, gomito e polso, e quando pensi che sia abbastanza, all’ultima spazzolata senti un pezzo di cibo, una briciola molle e acida, staccatasi da chissà quale molare. Un misto di frustrazione, schifo e rassegnazione. Questo provai quando trovai Mattia con Elizabeth.
Sarei un igienista dentale, sarei. In realtà ho fatto ragioneria, e basta. Ho cominciato a frequentare gli studi dentistici quando un amico mi ha detto che la lidocaina, il più comune anestetico odontoiatrico, è tale e quale alla cocaina. In realtà non è vero. Però è la migliore delle sostanze da taglio. Anche se io vendo solo quella, senza coca, lidocaina tagliata con lidocaina. Niente merda, solo anestetico odontoiatrico. Io mi prendo cura dei miei clienti. Del resto sono un cliente anche io, solo che sono passato a un livello superiore. Un tempo avevo la passione degli allucinogeni, la mescalina era la mia preferita, poi ho cominciato a collezionare foto erotiche d’epoca. Io la chiamo sindrome di Obelix, come il grassone dei fumetti di Asterix; era l’unico del villaggio che non beveva la pozione magica perché da bambino ci era caduto dentro, e gli effetti sul suo fisico si erano cronicizzati. Ho mangiato tanto peyote che mi parte il pilota automatico della fattanza quando voglio: le mie porte della percezione, come le definirebbe Aldous Huxley, sono le foto erotiche d’epoca. E non sono l’unico; un ritratto originale dei primi del novecento, può costare più di una macchina sportiva, è la bancarella meno nota del mercato dell’arte. Ovviamente il sesso non c’entra niente, la sessualità di quelle opere è morta e decomposta, e si è trasformata in qualcosa di diverso, uno specchio nel proprio inconscio. Sindrome di Stendhal la chiamano alcuni. Trip lo chiamo io. Ma dicevo della lidocaina: rompo un po’ di fiale in un pentolino, lascio evaporare i liquidi e poi con una lama da rasoio gratto via il precipitato, una polverina pronta pronta per essere venduta a settanta carte al grammo. Lo saprebbe fare anche un bambino ritardato; il problema è procurarsi le fiale, per questo sono la puttana degli studi odontoiatrici, cambio studio di settimana in settimana, elemosinando un tirocinio, se è necessario pago, tanto poi al momento opportuno mi prendo quello che mi serve. E poi i denti mi piacciono. Per alcuni psicologi il sorriso è l’elemento fisico più importante nella prima impressione, che a sua volta gioca un ruolo fondamentale nel giudizio complessivo su una persona.

Non esiste libera professione con più infiltrati del dentista. Ne ho conosciuti a carrettate, igienisti e odontotecnici per la maggior parte, ma anche ex-studenti di medicina, e addirittura un geometra. Poi lo beccarono, il geometra intendo; io c’ero quando venne la finanza, era il mio ultimo giorno lì, non poteva finire meglio, svuotai lo studio di tutti i farmaci, e la cosa alleggerì anche la posizione del geometra. Poi andai in uno di questi nuovi discount dell’otturazione, quelli da prima visita gratis, e lì conobbi Mattia. Era un odioso tirocinante. Stupido. E brutto, con l’acne a quasi trentanni. Mi scoprì mentre infilavo le fiale sotto al camice; non potevo giustificarmi, gli raccontai tutto, e poi gli allungai cinque carte da cento per tenere l’acqua in bocca. Gustavo Rol, il noto sensitivo che grazie ai suoi presunti poteri salvò una paesino piemontese da un rastrellamento nazista, una volta scrisse in una lettera: “Ho scoperto una tremenda legge che lega il colore verde, la quinta musicale ed il calore. Ho perduto la gioia di vivere”. Io non ho idea di quale sia la quinta musicale, e non ricordo se nello studio facesse caldo, ma è vero che il verde, nello specifico il verde centeuro, su Mattia ebbe un potere tremendo, ma la gioia di vivere, invece di perderla, la trovò. Cominciò a lavorare per me, lo mandavo a vendere in discoteca, mentre io lavoravo con i clienti selezionati, ogni tanto lo portavo con me in qualche villa, per fargli vedere a cosa poteva ambire se rigava dritto, e se continuava a fottere la lidocaina. Lo presi sotto la mia ala. Mi fidavo di lui, gli avevo anche dato le chiavi di casa. Ecco, le chiavi di casa: una sera tornai e lo trovai nella stanza adibita a galleria, sul mio divano da trip, con in mano la mia foto preferita, quella di Elizabeth, fotografata dal Conte Di Favona durante un soggiorno presso certi eredi d’Asburgo a Budapest, anno 1932. Aveva sofferto tanto la povera Elizabeth, lo so, la foto me lo aveva raccontato, presa in giro dagli uomini della sua epoca, tutti, dai nobili ai carbonai, e morta sicuramente sotto un ponte sul Danubio, ammazzata dal coltello di un cliente che riteneva troppo alta la sua parcella da meretrice. E ora veniva stuprata di nuovo, da quel verme di Mattia, che con una mano reggeva la cornice e con l’altra si masturbava. Lui non si accorse di me, e io feci finta di niente. La carie nasce da una rivolta. I batteri che normalmente vivono in bocca, ad un certo punto si guardano attorno e scoprono di essere diventati tanti, tantissimi, e forti, il programma di controllo nascite della saliva è fallito e loro sono diventati una forza indomabile, e allora si ribellano, e gli innocui batteri che vivono in bocca cominciano a mangiarsi i denti. Forse Mattia pensava di essere diventato più forte di me. Forse Mattia era la carie. Crollò dopo nemmeno trenta minuti, grazie ai 50 mg di diazepam con cui avevo condito la sua orata. Eravamo al dolce. Cadde con la faccia sul tiramisù, ficcandosi il cucchiaino in una narice. Lo stesi sul tavolo e col coltello da grana cominciai a scalpellargli gli incisivi. A guardare i suoi denti tutti avrebbero dovuto capire che razza di mostro era.