Nous étions jamais vraiment Charlie?

Dico la mia riguardo la vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto di Accomuli/Amatrice.

Guardate la copertina in basso, mostra un uomo che chiede “Papa dove sei?” e varie parti umane dilaniate rispondono “Qui, qui e anche qui”, sullo sfondo la bandiera belga. L’uomo caricaturizzato è il cantante belga Stromoe, e uno dei suoi brani più famosi è proprio “Papaoutai” (contrazione di “Papa où t’es”), tra l’altro il padre del cantante è disperso, presumibilmente morto, nella guerra civile del Ruanda. Secondo voi la vignetta era contro Stromoe? E’ questo l’errore che si è fatto nell’elaborare la vignetta su Accomuli/Amatrice: pensare che un gesto di satira debba essere necessariamente contro qualcuno. Per quanto mi riguarda quando ho visto la vignetta incriminata ho pensato che fosse solo black humor, il cui scopo, vi evito di andare su Wikipedia, è di “causare l’ilarità attraverso la violazione di regole non scritte di buon gusto” , e sul violare le regole non scritte del buon gusto la vignetta ci è riuscita benissimo, sul provocare l’ilarità? Probabilmente no, non saprei, ma in questo caso si tratterebbe solo di un lavoro riuscito a metà.

Ma ha sintetizzato meglio la cosa lo scrittore e disegnatore belga Hugo Poliart all’indomani della vignetta su Stromoe: «Charlie Hebdo resta libero di fare dell’umorismo quando vuole, come noi siamo liberi di non ridere. Tutto il resto è tempo perso sui social network».
Inoltre Poliart gioca con Charlie Hebdo, di cui non conosco la reazione ma presumo non irritata, su Twitter, con, quello sì, un esempio riuscito di black humor: «Come reagire all’umorismo della copertina di Charlie Hebdo? Pff… Non possiamo nemmeno sparargli in testa, lo hanno già fatto».heb

E piantiamola!

Oggi, come tutti saprete, si è discusso in aula un disegno di legge sulla legalizzazione della Cannabis; il testo presentato non è affatto male, ma se mai la legge passerà, cosa che di per sé vedo improbabile, sarà talmente rimaneggiata che rimpiangeremo il compromesso fatto sulla Cirinnà.
Voglio comunque dire la mia, o comunque fare dei commenti a margine del dibattito.

1 – Forse i proibizionisti (ma probabilmente anche molti pro-legalizzazione) non sanno che oggi, in questo preciso momento, proprio in questo Paese, la cannabis per uso terapeutico è già legale: serve una semplicissima ricetta “bianca”, nemmeno la “rossa”, un semplice foglio firmato dal medico, per ottenere in farmacia del Bedrocan, ovvero nient’altro che marijuana, una marijuana selezionata e coltivata in maniera tale da offrire una quantità di principio attivo sempre costante. Addirittura per i prodotti contenenti CBD e non THC non serve nemmeno la ricetta, ad esempio mentre sto scrivendo queste parole sto svapando, con la mia sigaretta elettronica, un liquido prodotto in Italia con un contenuto di 400 mg di CBD e 0 nicotina. Questo regime penso vige dal decreto successivo alla bocciatura, da parte della Consulta, della Fini-Giovanardi, che doveva ricollocare la cannabis nelle tabelle ministeriali delle sostanze stupefacenti (infatti quella legge aveva “promosso” la cannabis in tabella I, ovvero la stessa dell’eroina), prima era comunque possibile ottenere del Bedrocan (o altri, ce ne sono almeno altre 2 “specialità” farmacologiche, di cui ora non ricordo il nome), ma era uno sbattimento inenarrabile, innanzitutto era possibile solo per specifiche e gravissime patologie, e poi bisognava fare una richiesta al ministero che veniva evasa alle calende greche. Tutto questo per dire a quelli che ritengono che la cannabis sia nociva per la salute: svegliatevi! La vendono già in farmacia, ed è più facile da procurarsi di un antibiotico (sulla carta ovviamente, poi se trovi il farmacista che si rifiuta è un altro discorso), quindi o i tecnici del Ministero della Salute (non certo il ministro, questa ministra poi…) voglio perpetrare il delitto perfetto, o c’è qualcosa che non torna nel vostro discorso, ed è qualcosa di grosso come il Monte Rosa.

2 – Abbonda sulle bocche dei proibizionisti il nome di Nicola Gratteri, l’eroico magistrato che la ‘Ndrangheta vuole morto, perché questi si è espresso a sfavore della legalizzazione, ed è vero, io per par condicio avrei menzionato anche del capo della Direzione Nazionale Antimafia che invece è di parere opposto, ma va bene così, purché si legga e si riporti in toto il pensiero di Gratteri, ovvero per il magistrato calabrese anche l’alcol e il tabacco andrebbero vietati, perché lo Stato non può “macchiarsi” del commercio di sostanze dannose… ma un attimo, questa posizione implica l’accettazione della premessa che la cannabis sia dannosa, cosa che non è affatto scontata, non voglio argomentare qui la cosa, ma basti leggere il punto 1, ma ad ogni modo voglio anche accettare per buona questa ipotesi, rimane però la sua una posizione ideologica, contrapposta alla mia che sono un libertario, e che ritiene che in un società libera un uomo libero deve essere tale anche nella volontà di farsi male, mi puoi informare, ma non mi puoi impedire di fare del mio corpo ciò che voglio. Ovviamente sono posizioni ideologiche, legittimissime ma personali, e nulla hanno a che fare con il merito e la conoscenza di Gratteri in materia di lotta alla criminalità. Almeno su questo punto, poi, purtroppo, Gratteri fa un’affermazione che è, mi scuso con l’uomo e il magistrato per cui nutro immensa stima, un’emerita puttanata: sostiene che le mafie non sarebbero danneggiate dalla legalizzazione perché abbasserebbero i prezzi e batterebbero la concorrenza dello Stato, con una frase in un’intervista da Piroso su La7 così semplificò: “la gente già compra tabacco e cartine per risparmiare sulle sigarette”. A parte che il disegno di legge in aula oggi prevede anche l’autocoltivazione, che come risparmio batte il banco, ma è una cosa senso senso anche in termini di economia basilare: il danno lo fai eccome perché se abbassassero i prezzi si ridurrebbero anche i profitti. Ma quello che mi fa incazzare, e mi stupisce che venga dalla bocca e dalla mente di una persona intelligente come Gratteri, è la premessa di base, che l’acquisto per strada e quello in un esercizio legale, o in un cannabis social club, siano paragonabili, ma se fosse così ogni anno non ci sarebbero migliaia di italiani che vanno ad Amsterdam! Perché acquistando per strada posso essere arrestato, posso prendermi una “sòla” o peggio ancora una coltellata, e proprio per tenere lontano da un situazione di potenziale pericolo l’acquirente che la legalizzazione si rende necessaria e si auto-sostiene, se funzionasse come dice Gratteri, i dispensari del Colorado oggi sarebbero vuoti, ma come sappiamo non sta andando esattamente così.

3 – Su un social ho letto un commento di un ragazzo che mi ha fatto tenerezza, si chiedeva se il consumo di cannabis non aumentasse il rischio di cadere nelle “droghe pesanti”, mi ha fatto tenerezza perché mi ha riportato alla mia infanzia, quella effettivamente era una delle motivazioni dei proibizionisti che andava per la maggiore quando ero bambino, il comico Paolo Rossi ci fece uno sketch geniale, erano due tizi che si incontravano in carcere, uno chiede all’altro: “per cosa sei dentro?” e l’altro rispondeva: “per rapina”, “e come hai cominciato?”, “ho cominciato con le sigarette, poi sono passato alle canne, poi alla coca, poi all’eroina, e per pagarmi la dose ho cominciato con le rapine, tu invece per cosa sei dentro?”, “Ho ucciso 10 persone in una bisca” rispondeva quello, “e come hai cominciato?”, “giocando a briscola con mio nonno”. Ma al ragazzo ho risposto in questo modo: “Guarda ti chiedo: “quante persone sono arrivate all’eroina partendo dall’alcol?” la mia domanda non è provocatoria, è seria, e posso anche scommettere 10€ (di più no, perché non è che ne sono proprio tanto tanto convinto, ma diamola per buona) che la percentuale di chi ha fumato cannabis e ha provato eroina è 100 volte superiore alla percentuale degli eroinomani che hanno un passato di alcolismo, ma la domanda da porsi è questa: è la sostanza, intesa come effetti, che porta all’eroina? Perché avrebbe più senso l’alcol, “bere per dimenticare” si dice, e l’effetto obnubilante dell’oppio e i suoi derivati lo conosciamo tutti, mentre i consumatori di cannabis sanno che fumare quando si è preoccupati può portare a effetti spiacevoli. Oppure è la dimensione ambientale e sociale della sostanza a portare alle droghe pesanti, ovvero l’ambiente dell’illecito, dello spaccio, il meccanismo psicologico per cui “se ho provato una cosa da questo tipo e non mi ha ucciso non mi faranno male nemmeno le altre cose che questo tipo vende”. La legalizzazione della cannabis serve anche a questo, istituzionalizzandola, accettandola socialmente, la si allontana, e con lei i suoi consumatori, da altre sostanze ben più pericolose.”

Incollo un mio commento a un post del buon Zacforever, riguardo alle tesi che i medievalisti (intesi non come storici specializzati nel medioevo, ma come menti affini al clima culturale predominante che ha caratterizzato quel periodo storico) da sempre oppongono al diritto fondamentale di un uomo o di una donna di vivere la propria vita come meglio crede e sente, tesi esacerbate dal dibattito sul DDL Cirninnà.

Questa la mia cassetta degli attrezzi concettuale di fronte alle tematiche dei bigotti, conservatori, oscurantisti di cui sopra:
Tesi: L’omosessualità è contro natura.
Opposizione: L’omosessualità in natura esiste eccome, altrimenti non saremmo qui a parlarne, se intendi che non esiste nel mondo animale (escluso l’uomo) è falso anche questo. Inoltre sei sicuro che vuoi adottare il sistema animale come modello morale? Lo sai che tra gli animali il rapporto sessuale tra consanguinei, ovvero l’incesto, è la norma?
Tesi: Se fossimo tutti omosessuali il genere umano si estinguerebbe.
Opposizione: se è per questo anche se fossimo tutti preti, ma non per questo impediamo per legge a degli uomini e delle donne di fare voto di castità. Inoltre ti svelo che se un uomo o una donna omosessuali sfiorano una persona dell’altro sesso, non vengono inghiottiti in una crepa dello spazio-tempo. Molte persone si sono sposate e hanno accettato o scoperto il loro orientamento solo dopo, infatti la stepchild adoption riguarda proprio quelle persone che hanno già degli figli, magari avuti da precedenti rapporti eterosessuali.
Tesi: un bambino per crescere ha bisogno di due genitori; un padre e una madre.
Opposizione: guarda non voglio neanche perdere tempo a confutare questa tesi, perché il problema non si pone: un bambino che viene adottato non ha un padre e una madre, l’alternativa qual è? Un istituto? Cosa assomiglia di più a una famiglia: due genitori seppur di sesso uguale, oppure un istituto?
Tesi: se passa la legge sulle unioni gay sarà una catastrofe sociale.
Opposizione: Ti elenco una lista di paesi in cui non solo le famiglie omosessuali sono riconosciute, ma che ne garantiscono la possibilità di adozione, e come puoi vedere sono tutti Paesi in catastrofe (se non lo hai capito sono sarcastico): Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, Uruguay, Austria, Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia, Gran Bretagna, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda.
Tesi: nella Bibbia è scritto che l’omosessualità è immorale, Dio non vuole.
Opposizione: Caro onerevole Scilipoti (l’ho risconosciuta sa? non si nasconda dietro un interlocutore immaginario inventato per comodità retorica), in quanto parlamentare della Repubblica Italiana dovrebbe sapere che il nostro è un Paese laico, ma voglio comunque chiudere un occhio su questa piccola (anche qui sono sarcastico) lacuna, ed entro nel merito del testo da Lei citato, e le ricordo quali altre terribili aberrazioni (sarcasmo) sono proibite dal Vecchio Testamento: Mangiare carne di maiale e coniglio, Mangiare crostacei e frutti di mare, Vestirsi con abiti fatti con fibre miste (come cotone + lana), Seminare nello stesso campo semi differenti, Cogliere frutti da un albero più giovane di 4 anni, Andare in chiesa nei 33 giorni successivi al parto di un figlio maschio, Andare in chiesa nei 66 giorni successivi al parto di una figlia femmina, Avere rapporti sessuali con una donna durante le mestruazioni, e dulcis in fundo Farsi la barba!

Non essere cattivo

“lo devi vedere… è troppo trash” mi disse un persona che conoscevo; parlava di un film girato ad Ostia, con attori dei tossici veri. Ovviamente parlava di “Amore tossico”, ma io all’epoca non lo conoscevo. Di Caligari avevo già visto l’altro suo film, “l’odore della notte”, e avevo immaginato che il regista fosse un ragazzo, un esordiente, non perché il film fosse tecnicamente acerbo, anzi, ma vi era una cattiveria, una corrosività, una sovversiva inquietudine che poche volte, se non mai, avevo riscontrato nelle opere di autori navigati, ma in fondo, “navigato”, Caligari non lo è mai stato: scrisse 9 sceneggiature mai realizzate, attenzione, non manoscritti che ognuno di noi può scrivere a casa propria, ma veri e propri progetti con una produzione dietro, due anni di preparazione per ciascuno e poi il produttore che dice che non se ne fa più niente… d’accordo, è una dinamica abbastanza nota per il cinema italiano, ma per l’autore di “Amore Tossico”, per l’autore di un film presentato al Festival di Venezia nel 1983, con Marco Ferreri che si alza indignato durante la proiezione perché riteneva che quel film dovesse gareggiare in concorso, con quelli “bravi”, insomma per Caligari, solo due film in oltre ventanni sembrano assai pochi, anche per il mercato cinematografico italiano (a proposito, poi Amore Tossico lo vidi, e realizzai che quella persona era una cretina). Perché Caligari non riusciva a lavorare? C’è chi dice fosse uno stronzo, chi sostiene che non si piegava alle logiche di produzione, altri ancora apportano ragioni politiche. Fatto sta che fa venire i brividi pensare che, quando finalmente sta per realizzare il suo terzo film grazie anche all’impegno dell’amico Valerio Mastandrea (protagonista ne “L’odore della notte”), a mettergli i bastoni tra le ruote questa volta è il cancro, ma lui resiste, il tempo di finire il suo terzo e ultimo film, e muore subito dopo. Un tale attaccamento all’arte andrebbe celebrato anche se il frutto del lavoro fosse una schifezza, ma non è questo il caso. Porcoddue se non lo è. “Non essere cattivo” è un film potente, a tratti disturbante, come gli altri suoi due film racconta senza retorica e moralismi una storia che viene dalle viscere della nostra società.

Al liceo, quando studiavamo i modelli testuali, la mia insegnante mi chiese di scrivere una recensione, io la scrissi, lei la lesse e poi mi disse “manca il finale”, “cioè?” chiesi io, e lei spiegò: “lo consigli oppure no?”. Quindi se dovessi seguire questa “linea editoriale” (che detto tra noi reputo offensiva e paternalistica) direi sì, certo, lo consiglio a tutti coloro che amano il Cinema, quello vero, non certo a quelli che ritengono trash un tossicodipendente che ha le occhiaie e i denti marci, e invece ritengono accettabile un eroinomane bello come un modello di Dolce&Gabbana (di moda non ne so un nulla, ma immagino qualsiasi stilista io scelga il risultato non cambia), che sghignazzano davanti a una scena ambientata in una scalcinata casa abusiva tipica della nostra provincia, mentre non ci trovano nulla di strano se un personaggio che fa l’impiegato abita in un attico a New York o in una villa di Malibù, a quelli che pensano che il Cinema debba raccontare favole e non semplicemente Raccontare. Poi ci penso e mi dico no, cazzo, sono proprio loro i primi a doverlo vedere.

Indie Game: the movie

Allora, “indie game: the movie” è un documentario che è possibile vedere online, ad esempio sulla piattaforma di gaming di Valve, Steam, come suggerisce il nome tratta di videogiochi indipendenti, ovvero videogiochi nati dall’idea di una o due persone, e sviluppati dagli stessi senza avere alle spalle colossi milionari, ma solo i propri risparmi e quelli di qualche sprovveduto, o qualche volta lungimirante, investitore, un esempio eccellente è “World of Goo” di qualche anno fa che viene brevemente citato nello stesso documentario, gioco a cui sono molto affezionato, o il più famoso “Minecraft”, gioco nato ormai diversi anni fa (ricordo di aver giocato a una versione gratuita anni fa, forse la beta), ma letteralmente esplosa solo di recente, con un fatturato mi pare di 400 milioni di dollari e un’offerta di acquisto da parte di Microsoft di 2 miliardi di dollari.

Il film (accessibile a tutti e non solo agli appassionati di informatica/videogiochi) segue le vicende di due progetti: lo sbarco sul market di Xbox di Super Meat Boy e il lancio di Fez.

Si penserà che il documentario (che su imdb vanta un meritatissimo 7,8) sia un elogio dell’impresa privata, un film in qualche modo “capitalista”, invece è un viaggio nella drammatica solitudine e nell’assenza di prospettive certe che nell’IT, e più in generale nel mondo del lavoro informatico, è più radicato che in altri campi, forse perché è il settore economico più giovane, lo specchio del nostro tempo. Non è l’informatica ad aver contribuito alla precarizzazione del lavoro, ma essa ne è la prima vittima. I protagonisti delle storie di “Indie game”, seppur fortunati, seppur di successo, hanno tutti avuto una storia di depressione o paranoia, e sfido chiunque a restare sani quando si lavora per cinque o sei anni a un progetto, chiusi nella propria stanza, mentre tecnologie e gusti dei consumatori fuori dalla finestra cambiano in un tempo così breve che a te è sufficiente a malapena a completare un livello, senza un salario, ma solo col ricordo di un programmatore, uno di quelli che ce l’ha fatta, che anni prima ha visto la tua demo e ti ha detto “interessante, ci dovresti lavorare un po’ su”.

Questa è solo una delle riflessioni che suggerisce questo bellissimo documentario, ma ve ne sono altre di natura tecnica che non sono meno interessanti: la gran parte dei videogiochi indipendenti, in parte per necessità e in parte per scelta stilistica, hanno una meccanica e uno stile retrò, spesso sono bidimensionali, pixelosi, eppure Super Meat Boy raggiunge una delle votazioni più alte di sempre nelle riviste specializzate, ma la tendenza nell’industria videoludica va nella direzione esattamente opposta. La storia della tecnologia non si muove sui binari di un treno, non ha una strada segnata, non può procedere solo in avanti; la tecnologia è imprevedibile, a volte abbandona delle idee che vengono riprese anni dopo e noi le prendiamo come il frutto di un’evoluzione lineare, ma non è così: il touch screen è nato negli anni 80, caduto nel dimenticatoio è diventata poi una tecnologia “inevitabile” oltre ventanni dopo. Per rimanere nell’ambito videoludico: la console Dreamcast della Sega, del 1998, aveva un hardware superiore a qualsiasi altra console in commercio all’epoca, aveva 6 volte e mezzo la Ram della Nintendo 64, ma soprattutto aveva implementato uno schermo sul controller, eppure fu un progetto pressoché fallimentare, che fece abbandonare alla Sega il mercato delle console. Dieci anni dopo la Nintendo riprende l’idea dello schermo sul controller, con la Wii U, presentandola come innovazione rivoluzionaria. (Qualche altra riflessione sul percorso a zig zag della tecnologia qui)

quiqiqui:

Bruciare le tappe

Mariani, detto Er Teppa dalla sua cricca, e per sfregio Er Trippa da tutti gli altri, copiava in maniera sfacciata. Silvia guardò la sua testa, rasata a zero solo sui lati, guardò le battute del Libanese di Romanzo Criminale scritte a pennarello sullo zaino, e capì di essere arrivata al quarto stadio. Stava bruciando le tappe: non aveva ancora completato il suo primo anno di insegnamento e già aveva raggiunto il capolinea dell’atteggiamento docente davanti a un alunno che copia. Dopo “Se copi non serve a niente”, dopo “E’ un’ingiustizia nei confronti dei tuoi compagni”, dopo “A me non mi prendi per culo”, Silvia, al termine di quattro mesi di supplenza, era già giunta al nirvanico “Sta copiando? E sticazzi”. Lei era stata sempre la prima della classe, la più brava, e ora aveva un lavoro da fame la cui esistenza e durata dipendevano dalla fertilità delle sue colleghe di ruolo, come Isabella Rapisardi, la nipote del provveditore, quella che aveva vinto il concorso alla prima botta e se ne era andata in maternità lasciandola agli atteggiamenti neo-guappistici di Mariani. Silvia quei ragazzi li invidiava, invidiava la loro età, anzi, invidiava la loro vita alla loro età, non sarebbe mai tornata ai suoi di sedici anni, ma avrebbe voluto i sedici anni di Jasmine, prima fila ultimo banco a destra, o i sedici anni di Chanel, seduta al banco diametralmente opposto, avrebbe voluto le loro vite, magari senza quei nomi ridicoli. Avrebbe voluto l’adolescenza di qualsiasi ragazzina in quella classe, ma non avrebbe mai voluto tornare alla sua. Non che avesse subito traumi o abusi, non che avesse vissuto malattie debilitanti o disastri familiari, ma quando pensava alla sé liceale vedeva una ragazzina seduta in una stanza illuminata da una lampada sulla scrivania, una scrivania popolata da libri e appunti, una ragazzina che sacrificava la sua giovinezza per un avvenire radioso. Sì, radioso il cazzo! Aveva soffocato con un cuscino anche i suoi primi fremiti sessuali, non perché fosse bigotta, ma perché nulla doveva distrarla dal diventare ciò che voleva diventare. Poi all’università recuperò, ma era soprattutto nel presente che si stava superando. Aveva ospitato un’amica per due mesi, quella un giorno dimenticò il suo profilo Facebook aperto, Silvia non se ne accorse immediatamente, avevano molti amici in comune e i nomi negli aggiornamenti erano gli stessi, si accorse che non era il suo account quando cliccò sul simbolo del nuovo messaggio in arrivo: era una conversazione con una conoscenza in comune del liceo, la sua amica raccontava all’altra di come Silvia si portasse a casa ogni sera un uomo diverso, e che tipi poi… Non era vero, non era ogni sera, magari, solo il venerdì e il sabato, se era fortunata anche uno la domenica. E sul target poi… aveva già troppi casini con la sua vita per accollarsi le fisime di qualcuno come lei: ben istruito, educato, pieno di rabbia repressa e frustrazione. Insomma, che Mariani copiasse non le poteva importare di meno, anzi, si sarebbe battuta affinché fosse promosso, per non permettergli di avere un alibi quando la sua vita sarebbe andata fatalmente a rotoli. Dio quanto odiava Er Trippa.

Tre cose che ho imparato guardando i film americani in lingua originale (sottotitolati), anziché doppiati.

pepperoniPizza1. Il tipo di pizza più diffuso negli USA è la Pepperoni Pizza (in foto), che non è la pizza coi peperoni bensì la diavola, la pizza col salame piccante.
2. Ehi Amico! L’intercalare più noto e caratterizzante delle pellicole a stelle e strisce è in realtà meno confidenziale: Man (uomo) e non Friend (amico). Guy invece indica un individuo X non meglio specificato, quello che in italiano potrebbe essere tradotto come tipo/tizio, o con l’odiosissimo “omino”, ma più frequentemente viene tradotto come “ragazzo”.
3. Come sapete tutti “Ciao” è la parola italiana più conosciuta al mondo, ed è stata anche adottata da diverse altre lingue, quello che, forse, non sapete (almeno io non lo sapevo), è che negli USA (e anche in UK) “Ciao” è un saluto di congedo, ovvero sinonimo di “goodbye”, ma non di hello.

Si dice che l’Italia abbia la migliore scuola di doppiatori al mondo,  non entro nel merito, almeno non per quanto riguarda il livello attoriale/interpretativo, ma da un po’ di tempo noto un peggioramento netto per quanto riguarda l’adattamento dei testi: qualche tempo fa ho visto “the art of steal” di Jonathan Sobol, un film mediocre, ma non è del film in sé che voglio parlare, ma della versione italiana, ed è una cosa che mi ha fatto impazzire: la storia gira intorno a un colpo, un furto/truffa con al centro il secondo libro che Gutenberg avrebbe stampato dopo la Bibbia, un libro che la Chiesa si prodigò a far sparire, il vangelo di Giovanni. Aspetta un secondo: il vangelo di Giovanni? E perché? Il vangelo di Giovanni è uno dei vangeli canonici. E infatti nell’originale era il vangelo di GIACOMO! Il presunto fratello di Cristo (e vi assicuro che mentre scrivo sto urlando lo stesso nome, e non perché abbia bisogno di autodettarmi le cose…). Perché? Perché cazzo? Ah, un particolare che rende la storia ancora più ridicola: nel film, quando esordisce nel racconto la storia del vangelo di GIACOMO, il regista ci mette pure un inserto video (timecode 26:00), di cui allego fotogramma, e in cui si legge chiaramente il nome J A M E S. Le opzioni che mi vengono in mente sono due: o chi si è occupato della traduzione della sceneggiatura ha sbagliato nonostante la didascalia da sussidiario, ed è una cosa assai triste, oppure lo/gli stesso/i hanno pensato che il pubblico medio è talmente stupido ed ignorante che si sarebbe “stranito” nel sentire pronunciare il vangelo di Giacomo, e hanno optato per il più familiare Giovanni, ed è un’ipotesi ancora più triste.

james