Datemi un rosario e vi solleverò il mondo

socciLa cosa che mi diverte di più, di questo tweet da talebano cattolico di Antonio Socci a poche ore dalla più forte scossa sismica su territorio italiano dal 1980,  è la visione burocratico-politico-teologica che se ne evince:

Conferenza stampa della Madonna: “Approfitto per esprimere la mia solidarietà alle popolazioni coinvolte. Purtroppo finché non giunge il decreto papale, l’autorità da me rappresentata ha le mani legate in merito a qualsiasi azione atta a prevenire nuovi cataclismi”

Comunicato stampa del Vaticano: “Il Santo Padre tiene a precisare che il viaggio diplomatico in cui Egli è impegnato, in alcun modo interferisce con le attività nei confronti del drammatico terremoto in Italia centrale, sono stati tempestivamente convocati il consiglio dei ministri della fede e la commissione straordinaria per i miracoli, con cui Sua Santità è in costante comunicazione”

Post su facebook dell’arcivescovo Grilli: “Il Vaticano trattiene 2 giorni di paradiso per ogni preghiera di noi fedeli, è ora di dire BASTA: IL 4 DICEMBRE VOTA NO ALLA RIFORMA DEL CATECHISMO!

Intervista ai Tg del vescovo di Bergamo Salvino: “Questa è l’ennesima riprova di come la congregazione episcopale europea sia un progetto fallito su tutti i fronti: non siamo nemmeno di liberi di pregare quando e come vogliamo per le nostre terre, sono buoni solo a mandarci parroci africani, a noi che la Chiesa l’abbiamo fondata, andassero a dire messa a casa loro! Ma il popolo della Chiesa è stanco! Prima che i fedeli scendano in piazza coi santini e qualcuno si faccia male, noi chiediamo nell’interesse di tutti il ritorno della messa in latino!”

Dichiarazione del portavoce del Monsignor Berlusci: “Il Monsignore mi ha chiesto di farvi sapere che il suo cuore piange di dolore in queste ore. Come sapete non può rivolgersi a voi di persona per via della penitenza inflittagli dai giudici della sacra rota, ma è raccolto in preghiera nel convento di Arcore e intercede presso il Signore affinché tutto possa risolversi nel migliore dei modi, come quando Egli, illuminato dallo Spirito Santo, gestì e risolse misericordiosamente la crisi delle vocazioni abruzzesi del 2009”

Alcune considerazioni sulla terza stagione di Black Mirror

downloadIncollo alcune mie considerazioni sulla terza, attesissima, stagione di Black Mirror, che per chi non la conoscesse è un’atipica serie tv inglese, in cui ogni puntata è un mediometraggio narrativamente indipendente, una serie di saggi distopici sul futuro e sul progresso tecnologico. Contiene spoiler.

Insomma, mi pare che la puntata che vi ha colpito di più della nuova stagione di Black Mirror sia “San Junipero”, e l’avete usata come esempio di produzione televisiva contrapposta alla nostra, io al contrario penso che “San Junipero” sia quella in qualche modo più vicina alla produzione mainstream televisiva e cinematografica, si tratta di una storia strappa lacrime, mielosa, melodrammatica, il cui studio degli scenari fantascentifici lascia assai perplessi [INIZIO SPOILER]: in uno futuro in cui si è in grado di isolare la coscienza e conservarla in una simulazione della realtà perfetta anche dopo la morte del corpo, la medicina è rimasta al palo e si muore allo stesso modo per le stesse malattie? [FINE SPOILER].

Anche “Odio Universale” l’ho trovato parecchio “commerciale”, il mood è quello di un film hollywoodiano, [INIZIO SPOILER] con i super poliziotti, i servizi segreti e il loro piano per controllare la società, ma soprattutto un’incongruenza che mi ha fatto incazzare non poco: a un certo punto comprendono che i mini-droni riconoscono le vittime attraverso i tratti del volto, ma a nessuno è venuto in mente che per salvare, ad esempio il primo ministro, bastava mettergli un casco? [FINE SPOILER].

“Odio Universale” è l’ultimo episodio della stagione, e la sua collocazione non mi pare casuale, infatti il neo sociale su cui si sviluppa la trama va a compensare il primo episodio, “Caduta libera”, uno degli episodi più vicini alle atmosfere delle precedenti stagioni, forse un po’ noioso ma che per me ha la scena finale più entusiasmante di tutta le serie. Mi spiego meglio riguardo alla complementarietà con “Odio Universale”: [INIZIO SPOILER] nell’episodio “Caduta libera” vi è una società schiava del social like, e fin qui come è nella realtà occidentale direte voi, e invece no, perché nella società illustrata da “Caduta libera” non esiste l’hating, che invece è il motore de “Odio universale”, in “Caduta libera” vi è al massimo una forma di ghettizzazione verso chi ha un indice di popolarità basso, ma non esiste il fenomeno degli haters, la cui esistenza reale nei nostri giorni preoccupa i big dei social network, i vertici di Twitter dichiararono un po’ di tempo fa di essere al lavoro per ridurre questa deriva, potremmo ipotizzare che la società di “Caduta libera” sia una società in cui i big dei social network abbiano vinto la battaglia contro gli haters proprio attraverso una gerarchia sociale basata sulla popolarità, in linea teorica ci può stare [FINE SPOILER].

Il mio episodio preferito è “Zitto e balla”, il meno fantascientifico, anzi di fantascienza non ha nulla, e per me è perfetto.

 

Nous étions jamais vraiment Charlie?

Dico la mia riguardo la vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto di Accomuli/Amatrice.

Guardate la copertina in basso, mostra un uomo che chiede “Papa dove sei?” e varie parti umane dilaniate rispondono “Qui, qui e anche qui”, sullo sfondo la bandiera belga. L’uomo caricaturizzato è il cantante belga Stromoe, e uno dei suoi brani più famosi è proprio “Papaoutai” (contrazione di “Papa où t’es”), tra l’altro il padre del cantante è disperso, presumibilmente morto, nella guerra civile del Ruanda. Secondo voi la vignetta era contro Stromoe? E’ questo l’errore che si è fatto nell’elaborare la vignetta su Accomuli/Amatrice: pensare che un gesto di satira debba essere necessariamente contro qualcuno. Per quanto mi riguarda quando ho visto la vignetta incriminata ho pensato che fosse solo black humor, il cui scopo, vi evito di andare su Wikipedia, è di “causare l’ilarità attraverso la violazione di regole non scritte di buon gusto” , e sul violare le regole non scritte del buon gusto la vignetta ci è riuscita benissimo, sul provocare l’ilarità? Probabilmente no, non saprei, ma in questo caso si tratterebbe solo di un lavoro riuscito a metà.

Ma ha sintetizzato meglio la cosa lo scrittore e disegnatore belga Hugo Poliart all’indomani della vignetta su Stromoe: «Charlie Hebdo resta libero di fare dell’umorismo quando vuole, come noi siamo liberi di non ridere. Tutto il resto è tempo perso sui social network».
Inoltre Poliart gioca con Charlie Hebdo, di cui non conosco la reazione ma presumo non irritata, su Twitter, con, quello sì, un esempio riuscito di black humor: «Come reagire all’umorismo della copertina di Charlie Hebdo? Pff… Non possiamo nemmeno sparargli in testa, lo hanno già fatto».heb

E piantiamola!

Oggi, come tutti saprete, si è discusso in aula un disegno di legge sulla legalizzazione della Cannabis; il testo presentato non è affatto male, ma se mai la legge passerà, cosa che di per sé vedo improbabile, sarà talmente rimaneggiata che rimpiangeremo il compromesso fatto sulla Cirinnà.
Voglio comunque dire la mia, o comunque fare dei commenti a margine del dibattito.

1 – Forse i proibizionisti (ma probabilmente anche molti pro-legalizzazione) non sanno che oggi, in questo preciso momento, proprio in questo Paese, la cannabis per uso terapeutico è già legale: serve una semplicissima ricetta “bianca”, nemmeno la “rossa”, un semplice foglio firmato dal medico, per ottenere in farmacia del Bedrocan, ovvero nient’altro che marijuana, una marijuana selezionata e coltivata in maniera tale da offrire una quantità di principio attivo sempre costante. Addirittura per i prodotti contenenti CBD e non THC non serve nemmeno la ricetta, ad esempio mentre sto scrivendo queste parole sto svapando, con la mia sigaretta elettronica, un liquido prodotto in Italia con un contenuto di 400 mg di CBD e 0 nicotina. Questo regime penso vige dal decreto successivo alla bocciatura, da parte della Consulta, della Fini-Giovanardi, che doveva ricollocare la cannabis nelle tabelle ministeriali delle sostanze stupefacenti (infatti quella legge aveva “promosso” la cannabis in tabella I, ovvero la stessa dell’eroina), prima era comunque possibile ottenere del Bedrocan (o altri, ce ne sono almeno altre 2 “specialità” farmacologiche, di cui ora non ricordo il nome), ma era uno sbattimento inenarrabile, innanzitutto era possibile solo per specifiche e gravissime patologie, e poi bisognava fare una richiesta al ministero che veniva evasa alle calende greche. Tutto questo per dire a quelli che ritengono che la cannabis sia nociva per la salute: svegliatevi! La vendono già in farmacia, ed è più facile da procurarsi di un antibiotico (sulla carta ovviamente, poi se trovi il farmacista che si rifiuta è un altro discorso), quindi o i tecnici del Ministero della Salute (non certo il ministro, questa ministra poi…) voglio perpetrare il delitto perfetto, o c’è qualcosa che non torna nel vostro discorso, ed è qualcosa di grosso come il Monte Rosa.

2 – Abbonda sulle bocche dei proibizionisti il nome di Nicola Gratteri, l’eroico magistrato che la ‘Ndrangheta vuole morto, perché questi si è espresso a sfavore della legalizzazione, ed è vero, io per par condicio avrei menzionato anche del capo della Direzione Nazionale Antimafia che invece è di parere opposto, ma va bene così, purché si legga e si riporti in toto il pensiero di Gratteri, ovvero per il magistrato calabrese anche l’alcol e il tabacco andrebbero vietati, perché lo Stato non può “macchiarsi” del commercio di sostanze dannose… ma un attimo, questa posizione implica l’accettazione della premessa che la cannabis sia dannosa, cosa che non è affatto scontata, non voglio argomentare qui la cosa, ma basti leggere il punto 1, ma ad ogni modo voglio anche accettare per buona questa ipotesi, rimane però la sua una posizione ideologica, contrapposta alla mia che sono un libertario, e che ritiene che in un società libera un uomo libero deve essere tale anche nella volontà di farsi male, mi puoi informare, ma non mi puoi impedire di fare del mio corpo ciò che voglio. Ovviamente sono posizioni ideologiche, legittimissime ma personali, e nulla hanno a che fare con il merito e la conoscenza di Gratteri in materia di lotta alla criminalità. Almeno su questo punto, poi, purtroppo, Gratteri fa un’affermazione che è, mi scuso con l’uomo e il magistrato per cui nutro immensa stima, un’emerita puttanata: sostiene che le mafie non sarebbero danneggiate dalla legalizzazione perché abbasserebbero i prezzi e batterebbero la concorrenza dello Stato, con una frase in un’intervista da Piroso su La7 così semplificò: “la gente già compra tabacco e cartine per risparmiare sulle sigarette”. A parte che il disegno di legge in aula oggi prevede anche l’autocoltivazione, che come risparmio batte il banco, ma è una cosa senso senso anche in termini di economia basilare: il danno lo fai eccome perché se abbassassero i prezzi si ridurrebbero anche i profitti. Ma quello che mi fa incazzare, e mi stupisce che venga dalla bocca e dalla mente di una persona intelligente come Gratteri, è la premessa di base, che l’acquisto per strada e quello in un esercizio legale, o in un cannabis social club, siano paragonabili, ma se fosse così ogni anno non ci sarebbero migliaia di italiani che vanno ad Amsterdam! Perché acquistando per strada posso essere arrestato, posso prendermi una “sòla” o peggio ancora una coltellata, e proprio per tenere lontano da un situazione di potenziale pericolo l’acquirente che la legalizzazione si rende necessaria e si auto-sostiene, se funzionasse come dice Gratteri, i dispensari del Colorado oggi sarebbero vuoti, ma come sappiamo non sta andando esattamente così.

3 – Su un social ho letto un commento di un ragazzo che mi ha fatto tenerezza, si chiedeva se il consumo di cannabis non aumentasse il rischio di cadere nelle “droghe pesanti”, mi ha fatto tenerezza perché mi ha riportato alla mia infanzia, quella effettivamente era una delle motivazioni dei proibizionisti che andava per la maggiore quando ero bambino, il comico Paolo Rossi ci fece uno sketch geniale, erano due tizi che si incontravano in carcere, uno chiede all’altro: “per cosa sei dentro?” e l’altro rispondeva: “per rapina”, “e come hai cominciato?”, “ho cominciato con le sigarette, poi sono passato alle canne, poi alla coca, poi all’eroina, e per pagarmi la dose ho cominciato con le rapine, tu invece per cosa sei dentro?”, “Ho ucciso 10 persone in una bisca” rispondeva quello, “e come hai cominciato?”, “giocando a briscola con mio nonno”. Ma al ragazzo ho risposto in questo modo: “Guarda ti chiedo: “quante persone sono arrivate all’eroina partendo dall’alcol?” la mia domanda non è provocatoria, è seria, e posso anche scommettere 10€ (di più no, perché non è che ne sono proprio tanto tanto convinto, ma diamola per buona) che la percentuale di chi ha fumato cannabis e ha provato eroina è 100 volte superiore alla percentuale degli eroinomani che hanno un passato di alcolismo, ma la domanda da porsi è questa: è la sostanza, intesa come effetti, che porta all’eroina? Perché avrebbe più senso l’alcol, “bere per dimenticare” si dice, e l’effetto obnubilante dell’oppio e i suoi derivati lo conosciamo tutti, mentre i consumatori di cannabis sanno che fumare quando si è preoccupati può portare a effetti spiacevoli. Oppure è la dimensione ambientale e sociale della sostanza a portare alle droghe pesanti, ovvero l’ambiente dell’illecito, dello spaccio, il meccanismo psicologico per cui “se ho provato una cosa da questo tipo e non mi ha ucciso non mi faranno male nemmeno le altre cose che questo tipo vende”. La legalizzazione della cannabis serve anche a questo, istituzionalizzandola, accettandola socialmente, la si allontana, e con lei i suoi consumatori, da altre sostanze ben più pericolose.”

Incollo un mio commento a un post del buon Zacforever, riguardo alle tesi che i medievalisti (intesi non come storici specializzati nel medioevo, ma come menti affini al clima culturale predominante che ha caratterizzato quel periodo storico) da sempre oppongono al diritto fondamentale di un uomo o di una donna di vivere la propria vita come meglio crede e sente, tesi esacerbate dal dibattito sul DDL Cirninnà.

Questa la mia cassetta degli attrezzi concettuale di fronte alle tematiche dei bigotti, conservatori, oscurantisti di cui sopra:
Tesi: L’omosessualità è contro natura.
Opposizione: L’omosessualità in natura esiste eccome, altrimenti non saremmo qui a parlarne, se intendi che non esiste nel mondo animale (escluso l’uomo) è falso anche questo. Inoltre sei sicuro che vuoi adottare il sistema animale come modello morale? Lo sai che tra gli animali il rapporto sessuale tra consanguinei, ovvero l’incesto, è la norma?
Tesi: Se fossimo tutti omosessuali il genere umano si estinguerebbe.
Opposizione: se è per questo anche se fossimo tutti preti, ma non per questo impediamo per legge a degli uomini e delle donne di fare voto di castità. Inoltre ti svelo che se un uomo o una donna omosessuali sfiorano una persona dell’altro sesso, non vengono inghiottiti in una crepa dello spazio-tempo. Molte persone si sono sposate e hanno accettato o scoperto il loro orientamento solo dopo, infatti la stepchild adoption riguarda proprio quelle persone che hanno già degli figli, magari avuti da precedenti rapporti eterosessuali.
Tesi: un bambino per crescere ha bisogno di due genitori; un padre e una madre.
Opposizione: guarda non voglio neanche perdere tempo a confutare questa tesi, perché il problema non si pone: un bambino che viene adottato non ha un padre e una madre, l’alternativa qual è? Un istituto? Cosa assomiglia di più a una famiglia: due genitori seppur di sesso uguale, oppure un istituto?
Tesi: se passa la legge sulle unioni gay sarà una catastrofe sociale.
Opposizione: Ti elenco una lista di paesi in cui non solo le famiglie omosessuali sono riconosciute, ma che ne garantiscono la possibilità di adozione, e come puoi vedere sono tutti Paesi in catastrofe (se non lo hai capito sono sarcastico): Stati Uniti, Canada, Argentina, Brasile, Uruguay, Austria, Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia, Gran Bretagna, Irlanda, Australia, Nuova Zelanda.
Tesi: nella Bibbia è scritto che l’omosessualità è immorale, Dio non vuole.
Opposizione: Caro onerevole Scilipoti (l’ho risconosciuta sa? non si nasconda dietro un interlocutore immaginario inventato per comodità retorica), in quanto parlamentare della Repubblica Italiana dovrebbe sapere che il nostro è un Paese laico, ma voglio comunque chiudere un occhio su questa piccola (anche qui sono sarcastico) lacuna, ed entro nel merito del testo da Lei citato, e le ricordo quali altre terribili aberrazioni (sarcasmo) sono proibite dal Vecchio Testamento: Mangiare carne di maiale e coniglio, Mangiare crostacei e frutti di mare, Vestirsi con abiti fatti con fibre miste (come cotone + lana), Seminare nello stesso campo semi differenti, Cogliere frutti da un albero più giovane di 4 anni, Andare in chiesa nei 33 giorni successivi al parto di un figlio maschio, Andare in chiesa nei 66 giorni successivi al parto di una figlia femmina, Avere rapporti sessuali con una donna durante le mestruazioni, e dulcis in fundo Farsi la barba!

Non essere cattivo

“lo devi vedere… è troppo trash” mi disse un persona che conoscevo; parlava di un film girato ad Ostia, con attori dei tossici veri. Ovviamente parlava di “Amore tossico”, ma io all’epoca non lo conoscevo. Di Caligari avevo già visto l’altro suo film, “l’odore della notte”, e avevo immaginato che il regista fosse un ragazzo, un esordiente, non perché il film fosse tecnicamente acerbo, anzi, ma vi era una cattiveria, una corrosività, una sovversiva inquietudine che poche volte, se non mai, avevo riscontrato nelle opere di autori navigati, ma in fondo, “navigato”, Caligari non lo è mai stato: scrisse 9 sceneggiature mai realizzate, attenzione, non manoscritti che ognuno di noi può scrivere a casa propria, ma veri e propri progetti con una produzione dietro, due anni di preparazione per ciascuno e poi il produttore che dice che non se ne fa più niente… d’accordo, è una dinamica abbastanza nota per il cinema italiano, ma per l’autore di “Amore Tossico”, per l’autore di un film presentato al Festival di Venezia nel 1983, con Marco Ferreri che si alza indignato durante la proiezione perché riteneva che quel film dovesse gareggiare in concorso, con quelli “bravi”, insomma per Caligari, solo due film in oltre ventanni sembrano assai pochi, anche per il mercato cinematografico italiano (a proposito, poi Amore Tossico lo vidi, e realizzai che quella persona era una cretina). Perché Caligari non riusciva a lavorare? C’è chi dice fosse uno stronzo, chi sostiene che non si piegava alle logiche di produzione, altri ancora apportano ragioni politiche. Fatto sta che fa venire i brividi pensare che, quando finalmente sta per realizzare il suo terzo film grazie anche all’impegno dell’amico Valerio Mastandrea (protagonista ne “L’odore della notte”), a mettergli i bastoni tra le ruote questa volta è il cancro, ma lui resiste, il tempo di finire il suo terzo e ultimo film, e muore subito dopo. Un tale attaccamento all’arte andrebbe celebrato anche se il frutto del lavoro fosse una schifezza, ma non è questo il caso. Porcoddue se non lo è. “Non essere cattivo” è un film potente, a tratti disturbante, come gli altri suoi due film racconta senza retorica e moralismi una storia che viene dalle viscere della nostra società.

Al liceo, quando studiavamo i modelli testuali, la mia insegnante mi chiese di scrivere una recensione, io la scrissi, lei la lesse e poi mi disse “manca il finale”, “cioè?” chiesi io, e lei spiegò: “lo consigli oppure no?”. Quindi se dovessi seguire questa “linea editoriale” (che detto tra noi reputo offensiva e paternalistica) direi sì, certo, lo consiglio a tutti coloro che amano il Cinema, quello vero, non certo a quelli che ritengono trash un tossicodipendente che ha le occhiaie e i denti marci, e invece ritengono accettabile un eroinomane bello come un modello di Dolce&Gabbana (di moda non ne so un nulla, ma immagino qualsiasi stilista io scelga il risultato non cambia), che sghignazzano davanti a una scena ambientata in una scalcinata casa abusiva tipica della nostra provincia, mentre non ci trovano nulla di strano se un personaggio che fa l’impiegato abita in un attico a New York o in una villa di Malibù, a quelli che pensano che il Cinema debba raccontare favole e non semplicemente Raccontare. Poi ci penso e mi dico no, cazzo, sono proprio loro i primi a doverlo vedere.

Indie Game: the movie

Allora, “indie game: the movie” è un documentario che è possibile vedere online, ad esempio sulla piattaforma di gaming di Valve, Steam, come suggerisce il nome tratta di videogiochi indipendenti, ovvero videogiochi nati dall’idea di una o due persone, e sviluppati dagli stessi senza avere alle spalle colossi milionari, ma solo i propri risparmi e quelli di qualche sprovveduto, o qualche volta lungimirante, investitore, un esempio eccellente è “World of Goo” di qualche anno fa che viene brevemente citato nello stesso documentario, gioco a cui sono molto affezionato, o il più famoso “Minecraft”, gioco nato ormai diversi anni fa (ricordo di aver giocato a una versione gratuita anni fa, forse la beta), ma letteralmente esplosa solo di recente, con un fatturato mi pare di 400 milioni di dollari e un’offerta di acquisto da parte di Microsoft di 2 miliardi di dollari.

Il film (accessibile a tutti e non solo agli appassionati di informatica/videogiochi) segue le vicende di due progetti: lo sbarco sul market di Xbox di Super Meat Boy e il lancio di Fez.

Si penserà che il documentario (che su imdb vanta un meritatissimo 7,8) sia un elogio dell’impresa privata, un film in qualche modo “capitalista”, invece è un viaggio nella drammatica solitudine e nell’assenza di prospettive certe che nell’IT, e più in generale nel mondo del lavoro informatico, è più radicato che in altri campi, forse perché è il settore economico più giovane, lo specchio del nostro tempo. Non è l’informatica ad aver contribuito alla precarizzazione del lavoro, ma essa ne è la prima vittima. I protagonisti delle storie di “Indie game”, seppur fortunati, seppur di successo, hanno tutti avuto una storia di depressione o paranoia, e sfido chiunque a restare sani quando si lavora per cinque o sei anni a un progetto, chiusi nella propria stanza, mentre tecnologie e gusti dei consumatori fuori dalla finestra cambiano in un tempo così breve che a te è sufficiente a malapena a completare un livello, senza un salario, ma solo col ricordo di un programmatore, uno di quelli che ce l’ha fatta, che anni prima ha visto la tua demo e ti ha detto “interessante, ci dovresti lavorare un po’ su”.

Questa è solo una delle riflessioni che suggerisce questo bellissimo documentario, ma ve ne sono altre di natura tecnica che non sono meno interessanti: la gran parte dei videogiochi indipendenti, in parte per necessità e in parte per scelta stilistica, hanno una meccanica e uno stile retrò, spesso sono bidimensionali, pixelosi, eppure Super Meat Boy raggiunge una delle votazioni più alte di sempre nelle riviste specializzate, ma la tendenza nell’industria videoludica va nella direzione esattamente opposta. La storia della tecnologia non si muove sui binari di un treno, non ha una strada segnata, non può procedere solo in avanti; la tecnologia è imprevedibile, a volte abbandona delle idee che vengono riprese anni dopo e noi le prendiamo come il frutto di un’evoluzione lineare, ma non è così: il touch screen è nato negli anni 80, caduto nel dimenticatoio è diventata poi una tecnologia “inevitabile” oltre ventanni dopo. Per rimanere nell’ambito videoludico: la console Dreamcast della Sega, del 1998, aveva un hardware superiore a qualsiasi altra console in commercio all’epoca, aveva 6 volte e mezzo la Ram della Nintendo 64, ma soprattutto aveva implementato uno schermo sul controller, eppure fu un progetto pressoché fallimentare, che fece abbandonare alla Sega il mercato delle console. Dieci anni dopo la Nintendo riprende l’idea dello schermo sul controller, con la Wii U, presentandola come innovazione rivoluzionaria. (Qualche altra riflessione sul percorso a zig zag della tecnologia qui)

quiqiqui: