La grande bellezza

La grande bellezza si palesa in sparuti sprazzi sepolti da strati sedimentati di bla bla bla. La grande bellezza, e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Come declama Jep Gambardella nell’incipit di una sua opera che corrisponde all’explicit del film. L’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino, in concorso a Cannes 2013, è l’elogio della nostalgia; cosa vi ha fatto di male la nostalgia? Recita Romano (Carlo Verdone) in uno spettacolino off messo in piedi grazie all’amico Gambardella (Tony Servillo). Ma la nostalgia di Sorrentino/Gambardella non è uno sterile struggersi, ma è fonte di energia vitale, come se senza nostalgia non potesse esserci futuro. “Vuole sapere perché mangio le radici?” chiede al protagonista suor Maria, “Perché le radici sono importanti”. Grazie a questa chiave nel pentagramma del film si articolano i palazzi della Roma antica e le performance di teatro sperimentale, sfrenate feste su un terrazzo vista Colosseo e le precise regole di un funerale necro-chic. Qualcuno ha sostenuto che il protagonista di questo film sia Roma, che La Grande Bellezza sia la nuova Dolce Vita. Io non la penso allo stesso modo; Roma è stata un’ottima location, ma non l’unica possibile, sarebbe potuta essere qualsiasi altra città con un forte passato (vedi nostalgia) e un presente complesso, magari in declino, e le analogie con la Dolce Vita sono innegabili, ma a mio parere ancora più forti sono le affinità con Otto e mezzo. E non è neanche vero che, come sostenuto dal pur bravo Boris Sollazzo, il film racconti una società di privilegiati, altolocata, che riguarda uno sparuto numero di personaggi: se è vero che quella è l’impressione che il popolo delle feste sulle terrazze vuole dare, lo stesso conta un numero insospettabile di infiltrati, di cinquantenni che si presentano come scrittori pur non avendo mai scritto nulla, e che dividono con studenti fuorisede un appartamento sulla Prenestina, o di nobili decaduti presi a nolo per 250 euro a serata.

La Grande Bellezza ha una scrittura di rara perizia che potrebbe non apparire nella sua complessità ai più: il conflitto, condizione necessaria per ogni storia, vibra a frequenze liminali tra il conscio e l’inconscio, e a chi non ha un orecchio narrativo allenato il film potrebbe apparire solo come una serie di scenette divertenti che però alla lunga diventano ripetitive. La regia è quella a cui Sorrentino ci ha abituato, potente ma non prepotente, e comunque sempre asservita allo spirito della scena. Servillo si diverte con un personaggio solare, seppur tormentato, agli antipodi rispetto al tenebroso Titta di Girolamo, nel film Le conseguenze dell’amore dello stesso Sorrentino, probabilmente la prova attoriale che lo ha consacrato e che lo ha reso quello che è ora, ovvero l’attore italiano in attività più quotato. Accanto a lui, oltre al già citato Carlo Verdone, una pletora di personaggi secondari di prestigio e cammei, come Carlo Buccirosso, Isabella Ferrari, Fanny Ardant, Sabrina Ferilli, Roberto Herlitzka, Iaia Forte, Giorgio Pasotti, Serenza Grandi, Antonello Venditti e Lillo De Gregorio.

Insomma Sorrentino torna al grande cinema dopo la deludente prova di This Must Be the Place, e con Umberto Contarello che con lui aveva scritto la sceneggiatura del film interpretato da Sean Penn, firma una storia che un domani potrebbe essere annoverata tra i classici.

Le cronache di quello che dovrebbe essere rum ma mica sono tanto convinto + inserto: “Ognuno scelga il suo nome”

Secondo esperimento di psiconautica da discount. Questa volta gli input chimici sono stati raccolti in un’unica continua somministrazione no-stop; la fonte di fitocannabinoidi è stata la stessa del primo report, mentre quella dell’etanolo è stata sostituita con un rum che son sicuro che chi lo produce si vergogna anche a regalarlo, dico solo che il fegato non mi ha fatto vertenza perché ha trovato gli sportelli sindacali chiusi, causa manifestazione nazionale della Fiom. I miei reni, invece, sono evidentemente dei crumiri e si son dati allo straordinario selvaggio, quindi questo report sarà intervallato dalle pause dedicate alla minzione. Eccipienti: il supporto glicemico è stato garantito da due Magnum Ghana, davvero notevoli, comprendo che la vena di cacao utilizzata possa non incontrare i favori di tutti, ma un gelato che in una società discriminante come la nostra si chiama come uno stato africano merita almeno il beneficio della prima volta.

Prima pisciata: Sto leggendo l’ultimo libro di Saviano. Mi dispiace che una parte di chi qualche anno fa lo osannava ora lo snobbi o lo prenda per culo tramite social, non perdonandogli probabilmente di essere diventato troppo popolare, un oratore televisivo, un’icona nazional-popolare. Se fossi un amico di Saviano gli direi che non può farci niente, che arriverà addirittura un tempo in cui perderà per strada il distintivo di intellettuale, che gli preferiranno un opinionista semianalfabeta, ma arriverà anche un tempo in cui tutti si riempiranno la bocca con sue citazioni, usate quasi sempre a sproposito, come accade oggi con Pasolini. Sono le tre fasi di evoluzione dello scrittore di Arbasino-Flaiano; giovane promessa, solito stronzo e venerato maestro. Perentorie come le tre fasi dello sviluppo sessuale in Freud. Questo direi se fossi amico di Saviano, e non mancherei neanche di ricordargli che pur avendo la stessa età io i capelli ce li ho ancora, ma questo lo direi soprattutto perché sono stronzo e mi piace mostrare agli altri il mio talento.

Seconda pisciata: Mi viene in mente la storia dei delfini che dormono solo con un emisfero cerebrale alla volta, mentre l’altro si occupa di nuotare. Non mi stupirebbe se tra qualche anno, qualche scienziato che se ne occupa dirà: “ehi aspettate non è esattamente così, non è che l’emisfero dormiente sia proprio dormiente, e non è che quello sveglio sia proprio sveglio; diciamo che è in uno stato Vito Crimi”. Thomas Khun, forse il più grande filosofo della scienza (fottiti Popper!), sosteneva che la scienza è una serie di cerchi concentrici; in quelli più interni la conoscenza scientifica si determina, in quelli più esterni la si apprende, le pubblicazioni di riferimento dei cerchi interni sono le riviste di settore, quelle dei cerchi più esterni i manuali, ciò che sulle circonferenze più lunghe appare consolidato, in quelle più ristrette è in continua discussione. Se poi parliamo di neurologia la faccenda diventa ancora più precaria; ogni decennio viene spostata un po’ più in là la presunta età in cui il cervello umano smetterebbe di svilupparsi, ed è solo di questo decennio la scoperta di staminali (con relativa possibilità di ricambio cellulare) nell’ipofisi umana. Forse un domani si scoprirà che nel cervello, oltre ad un’attività chimica ed elettrica, ve n’è una quantistica, qualsiasi cosa voglia dire, e allora Jung avrà la sua rivincita su Freud (eccolo che ritorna; è colpa del mio reflusso gastro-cerebrale, che mi fa tornare su pensieri semi-digeriti), con il godimento di chi come me tifa di default per gli outsider. Un tale scoperta produrrebbe anche una serie di dibattiti, a dire il vero mai  sopiti, sul concetto di coscienza, che ora non c’ho voglia di affrontare perché mi sta salendo la fattanza.

Terza pisciata: Rutto. Ho sempre invidiato chi sa ruttare a comando, ma ancora più figo sarebbe il superpotere di far ruttare gli altri a proprio piacimento. Il capoufficio ti fa una ramanzina? Improvvisamente comincia a gracidare come una rana. Un carabiniere fa il gradasso? Comincia a singhiozzare ruttini da infante. Quel politico corrotto che odi da una vita? Nel bel mezzo di un comizio comincia a riprodurre la linea di talkbox di “Around the World” dei Daft Punk. Poi mi viene in mente un’altra cosa, una cosa che mi ha sempre affascinato; quelle famiglie, tendenzialmente progressiste in cui i figli chiamano per nome i genitori. Probabilmente ciò aiuta il figlio a smarcarsi dall’autorità genitoriale, chissà cosa ne penserebbe Freud… eh niente, è proprio na brutta piaga sto reflusso… comunque propongo un upgrade: i figli chiamino i genitori con i nickname che questi usano su twitter, su wordpress o nei loro forum di scambisti preferiti. Ma io sui nomi so sempre stato fissato, chissà perché, ho scritto anche un racconto una volta, quando torno lucido lo linko.

Quarta pisciata: mi gira la testa, è meglio che mi metta a letto. Forse in questo periodo sto bevendo troppo; il prossimo weekend mi riprometto di non bere. Se manterrò il proposito mi premierò bevendo lunedì, martedì, mercoledì e giovedì.

Il giorno dopo: Dunque il racconto di cui sopra, intitolato “Ognuno scelga il suo nome”, del 2009, non è mai stato pubblicato su questo blog; mi era stato inizialmente richiesto per una rivista che, dato che sono fortunato, decise di chiudere prima che venisse pubblicato il mio contributo. La responsabile della rubrica narrativa, Morena Fanti, decise comunque di pubblicarlo sul suo blog personale, e per ricambiare la cortesia non l’ho mai pubblicato qui limitandomi al link. A quattro anni di distanza penso che i reati di trasgressione del bon ton letterario siano prescritti, quindi ne approfitto per aggiornare l’archivio di racconti di questo sito… ah dimenticavo, la foto è tratta da Ovosodo di Virzì, il nesso col post lo può capire solo chi ha visto il film, tutti gli altri facciano atto di contrizione:

Ognuno scelga il suo nome:  Fernando dice che sa fare la più buona sangria senza frutta del mondo. Quando gli dici che la sangria senza frutta è solo vino, si mette a ridere e dice che hai ragione.
Sonia è nata in Spagna. Al polso porta un vecchio orologio che ha il doppio dei suoi anni, ma le piace lo stesso.
Salvatore ha una esse tatuata sulla spalla destra. Gli mancavano due esami per laurearsi in filosofia.
Roberto ha sessant’anni, problemi con le gengive e una vista incredibile.
Anna beve fino a quattordici caffè al giorno.
Enrico racconta di aver avuto cinquanta donne, racconta.
Gloria dice di aver avuto un solo uomo, dice.
Ugo è uno stronzo, e basta.
Fernando, Sonia, Salvatore, Roberto, Anna, Enrico, Gloria e Ugo, sono solo dei nomi, e il mio, di nome, è Massimo, Dionigi Massimo Maria Deldubbio. Sì, lo so, non è granché, anzi è proprio un nome del cazzo, ma questo mi è toccato. La gente dovrebbe fare più attenzione ai nomi; per me un nome influenza la personalità più dei traumi sessuali o dell’allineamento dei pianeti nel momento del parto. Io, i bambini li chiamerei con dei codici numerici, tipo 9026490, poi quando fanno diciotto anni si scelgono il nome che vogliono. Sarebbe bello, ma soprattutto democratico. Se avessi potuto, io avrei scelto Libero, ma siccome non potevo l’ho dato a un gatto. Una volta mi fece commuovere: si stava leccando, io mi avvicinai e cominciai a fare dei rumori scemi con la bocca, tipo quando si succhia il brodo, lui si bloccò la prima volta, con la zampa vicino al muso e con le sottopalpebre che si ritiravano piano, mi guardò come per chiedermi cosa volessi, poi riprese a pulirsi, e io ripresi a doppiarlo, lui si bloccava, io smettevo, lui riprendeva e io pure, in un fraseggio sempre più serrato, finché all’improvviso Libero mi dà una pizza in faccia, sì, proprio uno schiaffo, con la zampa in piena guancia, senza unghie, un sberla… era gagliardo Libero; tutti hanno avuto un animale che sapeva amare come e più di un umano, ma un gatto che si incazzava e menava come una persona ce l’avevo solo io. Poi un giorno se ne andò, ma non nel senso che morì, proprio se ne andò via, non tornò più a casa, e capii che forse dovevo farmi due passi pure io. “Dove vai? non sai fare un cazzo” così mi disse mio padre, e aveva ragione, però in quel momento, più che spiegare le mie ragioni, ragionavo sul fatto che era la prima volta che sentivo dire “cazzo” a mio padre. Nel piano trentennale dei miei genitori, dovevo essere io quello bravo, quello che avrebbe portato avanti la professione di commercialista di mio padre, e mio fratello in un angolo dell’ufficio a fare meno casini possibile. Poi è toccato a lui fare quello importante; i miei hanno speso una fortuna per farlo diplomare prima e laureare poi, è stato un buco nero di fondi famigliari, e uno che nasce sotto questa stella non può fare il commercialista, è come uno che non si è mai lavato i denti che si mette a fare il dentista. Il giorno in cui mio fratello fece tre anni in uno, io me ne andai in Grecia. Il clima era fantastico, ma non mi divertivo per niente, e prima che finissero i soldi di nonna comprai un biglietto per Stoccolma. Un freddo bestia, ma stavo bene, mi presero a lavorare in una caffetteria, e dopo due mesi andai ad abitare con una cameriera, Izel. Non è un nome svedese, ma turco, e forse fu il fatto di avere due nomi del cazzo che ci fece innamorare. Ad ogni modo, Izel, un giorno se ne andò, ma non nel senso che morì, se ne andò via, come il gatto Libero. Chiesi la liquidazione e andai svernare a Milano, che non è come dire Miami, ma a gennaio è sempre meglio di Oslo. Vivevo in un centro sociale, cazzeggiavo e andavo in giro. Ogni tanto mi guadagnavo qualche soldo facendo il palo ai magrebini che vendevano il fumo. Al csoa feci amicizia con Dario, un tipo a posto: di giorno lavorava nell’ufficio affari legali di una nota azienda, e la sera veniva al centro sociale a spaccarsi di tutto quello che gli passavano i pusher, quelli specializzati nel settore chimico. Andai ad abitare a casa sua. Pensava a tutto lui, io continuavo a cazzeggiare e andare in giro, in pratica mi aveva preso come una specie di animale da compagnia. E a me andava benissimo. Poi un giorno se ne andò, ma non come Izel e Libero, nel senso che morì: lo trovai sul letto, blu in faccia, e vomito dovunque. Come sempre mi capitava quando uno se ne andava, io partii. Ma quella volta tornai a Roma. E ci rimasi. In pratica sono il segretario di quel coglione di mio fratello. Ma quando ho del tempo libero torno sempre dai miei amici, e i miei amici rispondono ai nomi di Fernando, Sonia, Salvatore, Roberto, Anna, Enrico, Gloria e Ugo. E Dionigi Massimo Maria Deldubbio. Tutti nomi diversi, tutte storie diverse. Ma tutte diversamente simili. Anche se io, a differenza loro, una casa ce l’ho. Io, a differenza loro, non vengo chiamato barbone… però non sarebbe male… se avrò un altro gatto lo chiamerò Barbone. Sì, lo chiamerò così. Se avrò un altro gatto e non avrò paura che un giorno vada via.

Le cronache della vodka (distribuito anche come “ubriaco erotico stomp”)

Ieri sera, con sulle spalle una semi-deprivazione del sonno dovuta a impegni para-lavorativi, ho avuto un vivido flusso di coscienza; se fossi vissuto a San Francisco negli anni 70 probabilmente sarei stato coadiuvato da una goccia sublinguale dell’elisir del dottor Hoffman, ma vivendo in un quartiere residenziale di Roma nel 2013 mi son dovuto accontentare di una vodka da hard discount. A beneficio degli psiconauti eventualmente approdati su queste pagine senza sapere come, in quanto obnubilati dalla psilocibina (a voi va tutta la mia più biliosa invidia), riporto un report sintetico:

Dopo 6 cl (due shot): al termine di una serie di considerazioni sul problem-solving pervengo alla conclusione che l’idea che per prima balena in una mente umana davanti a una situazione problematica è sempre quella ascrivibile come la più idiota in assoluto, ma non è affatto detto che sia quella sbagliata. Nota a margine: rivalutare la comicità demenziale come neorealismo psichico.

Dopo 9 cl: mi viene in mente il nome di Valerio Millefoglie, scrittore e cantautore, qui un suo strampalato e struggente pezzo. Non mi è chiaro il processo mentale che me lo ha fatto ricordare; non pervenendo a risultati apprezzabili procrastino la riflessione attendendo stati di coscienza più elastici.

Dopo 12 cl: rifletto sul fatto che per valutare quanto un elemento del reale, ma pure dell’irreale, sia importante in un gruppo sociale, bisogna valutarne la varietà semantica nella relativa lingua/dialetto/slang. Un esempio: i quindici modi di dire “neve” degli inuit, o gli svariati termini relativi all’eiaculazione nel porno. Ok, mi sa che non è un concetto tanto originale e no, non ho bisogno di controllare su tubegalore (quest’ultima subordinata è un’imposizione del superego finita nel periodo per inerzia cognitiva)

A tipo 18 cl suona il citofono un amico. Mi ha portato in dono una resina avente alcoloidi con proprietà antidolorifiche, euforizzanti, antinausea, antiemetiche, anticinetosiche, stimolanti l’appetito, che abbassano la pressione endooculare, e che in certi soggetti possono abbassare l’aggressività: come si legge su Wikipedia. Insomma du canne. Dunque; i discorsi e i fiumi sinaptici di questo periodo rimangono chiusi, nella loro estrinsecabilità, in una traccia incognita che ha per parentesi i suddetti manufatti che nella vecchia Inghilterra verrebbero definiti “spleef”, nella romantica Île-de-France “joint” e infine nell’affascinante Berlino “stichling”; come si legge su Google interrogandolo un po’ alla cazzo di cane, ma comunque pe’ capisse le du canne de prima. Ricordo solo che siamo partiti a parlare della Serracchiani e siamo finiti a discernere di categorie del porno (aridaje). Ve lo giuro: in mezzo c’era tanta altra roba… non che la governatrice del Friuli non mi faccia sangue… ma questa è un’altra storia e soprattutto peccherei in metodologia, oltre che di garbo verso la diretta interessata, se non dicessi che i due capolinea avevano in mezzo un botto di fermate. Poi ricordo una personale tangente sulla definizione di Gonzo, con immancabile riferimento a Hunter Stockton Thompson e successiva associazione con il dogma 95 di Lars Von Trier. Nota a margine: il gonzo journalism mi fa venire in mente qualcosa… qualcosa che ha a che vedere con questo preciso momento…

Dopo 21 cl e ritornato in navigazione solitaria: mi viene in mente che l’ultimo argomento trattato nella fase precedente è stato Breaking Bad: mi capita sempre più spesso di tessere gli elogi di questo telefilm statunitense. O meglio mi capita quando sono più disinibito; devo avere qualche forma di pregiudizio da decrepito cinefilo che mi fa subliminalmente vergognare nel parlare bene di qualcosa che non nasce per quel tempio in rovina che è la sala, comunque lo sottoscrivo qui: Breaking Bad ha una rara raffinatezza nella scrittura, nonché un intricato cosmo simbolico che non escludo possa essere in realtà una mia personale sega mentale.

Dopo 24 cl e un richiamo di quella cosa lì sopra tradotta in tante lingue: Ah cazzo! Ecco perché forse mi era venuto in mente Millefoglie! Ho voglia di un dolce: ce l’ho da stamattina! Nel freezer ho una vaschetta di Algida Cucciolone, no, non un cartone di Cuccioloni, proprio una vaschetta con i gusti del cucciolone e il biscotto sbriciolato dentro. Lo so lo so, è una zozzata, e chi mi conosce sa che in poche cose sono un fondamentalista duro e puro come nel gelato artigianale. Però l’altro giorno, al supermercato, sono rimasto affascinato dalla deriva futurista del gelato in vaschetta. Da bambino pensavo che l’estro nell’arte gelatiera si sarebbe spinto verso presuntuosi orizzonti, gli stessi dell’alta profumeria, inventando gusti come “amore”, “libertà” o un wertmulleriano “sensazioni di una notte d’estate ai tropici”, questa strada è stata calcata dal gelato industriale per eccellenza, il cornetto o il magnum per capirci, ma non dalla terra di mezzo del gelato in vaschetta, che invece ora si reinventa pop-art: la vaschetta al gusto solero non-so-cosa è l’equivalente, nel banco frigo, di un poster della zuppa Campbell’s di Wahrol.

Altro richiamo di quella cosa sopra in cui dicevo che stava sopra: In metropolitana chi chiede l’elemosina mi evita sempre; riflettere sul perché. Tenere a mente per il titolo di un racconto: “Non nominare il nome di Dio, Ivano!”. Jannacci mi piaceva tanto, per davvero… Spesso, quando si dice a una persona che è bella, le si fanno i complimenti: perché? che senso ha? io faccio i complimenti a qualcuno per un lavoro ben fatto, per un pensiero intelligente, per un gesto coraggioso, non perché, che ne so, è nata in un posto chic come Tokyo o New York, non faccio i complimenti a uno perché è ricco di famiglia o perché ha un nome fico, i complimenti si dovrebbero fare per quello che uno fa, e non per quello che uno è indipendentemente dalla sua volontà. Accidenti eccola, doveva arrivare prima o poi: la nausea. “La Nausea” è di Sartre o di Camus? Di Sartre non ho mai letto niente, di Camus ho invece letto “Lo straniero”, ero un pischelletto, avrò avuto quindici anni, e mi piacque, pur essendo all’oscuro dell’esistenzialismo e di quelle menate lì, per anni ho descritto il romanzo come la storia di uno che veniva ritenuto da un tribunale un assassino perché non aveva pianto al funerale della madre, poi l’ho riletto ed era un tantino più complicato, però mi sembra più ficcante la mia sinossi adolescenziale. Ficcante… ecco che ricomincio a pensare al sesso… e vabbè dai, famola sta veloce ricerca socio-linguistica sui sinonimi di cumshot…

Per Vizio di Mente – Reprise

La notizia è passata un po’ in sordina, sintetizzata come “decreto per la chiusura degli opg” presentato dal governo giusto un mese fa e approvato dal Senato il 10 aprile di quest’anno. Ma il decreto n° 24/2013 non è il primo atto che prescrive la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari; infatti la commissione giustizia del Senato aveva già approvato nel 2012 la chiusura degli stessi entro la data del 31/3/2013, mentre il decreto succitato ne rinvia gli effetti al 1/4/2014. Per coloro che non sanno cosa sia un Opg, incollo questo breve articolo scritto nel 2010:

Ci sono dei detenuti, o meglio, dei soggetti affidati alla custodia dello Stato, che non hanno mai usufruito, e mai potranno farlo, di amnistie e indulti; sono gli internati negli Opg (ospedali psichiatrici giudiziari), che paradossalmente sono considerati dalla legge innocenti, pur avendo commesso materialmente un reato non sono imputabili per “vizio di mente”, incapaci di intendere e di volere, e la detenzione negli Opg è interpretata come una forma di tutela del soggetto e della società, e non di pena. La legge 180, quella che ha chiuso i manicomi, è una norma in materia sanitaria, mentre gli Opg rispondono alla giurisdizione penitenziaria, in sintesi, come molti sostengono, gli Opg sono gli ultimi manicomi, nello specifico manicomi criminali. In Italia ve ne sono 6; Aversa (Ce), Barcellona Pozzo di Gotto (Me), Castiglione delle stiviere (Ma), Montelupo Fiorentino (Fi), Napoli, Reggio Emilia. In totale 1547 internati contro 1322 di capienza massima. Per quanto le condizioni dei detenuti in carcere siano drammatiche, quelle degli internati lo sono di più. In Opg si finisce con una condanna-non-condanna di 2, 5 o 10 anni, di volta in volta prorogabili se il soggetto non presenta miglioramenti sostanziali. Si esce solo quando si è guariti, quando si è guariti da soli; il giornalista Dario Stefano dall’Aquila, agli inizi del 2007, fece una “irruzione civica” nell’Opg di Aversa insieme all’allora deputato di Rifondazione Francesco Caruso, vi trovò uno scenario pre-basagliano, con soggetti in grave stato di salute, fisico prima che mentale, nell’ospedale di Aversa il personale medico-psichiatrico non era assunto, gli psichiatri avevano delle consulenze a ore, dividendo il monte ore per gli internati si aveva una media di 12 minuti a settimana di assistenza psichiatrica. Dodici minuti. Un “soggiorno” in Opg di 2 anni può trasformarsi in una privazione a vita della libertà. “Fine pena mai”, come dicono gli ergastolani. E questo senza avere alcuna colpa. O meglio, la colpa c’è, ed ha l’aspetto di uno strato di lerciume depositato negli anni e nascosto sotto il tappeto della decenza. Non è vero che quello del disagio mentale è un vicolo cieco. Non è vero che il manicomio criminale è l’unico strumento in caso di reati compiuti da soggetti psicotici. La metà degli internati ad Aversa è lì per reati contro il patrimonio, non per delitti, soggetti non pericolosi, soggetti accoglibili in strutture a misura d’uomo, come previsto per i “disagiati non penali”. Solo nel 2003 la Corte Costituzionale ha ritenuto incostituzionale la parte dell’articolo 222 del codice penale che imponeva al giudice di non adottare strade “alternative” all’Opg, come la custodia a comunità qualificate, come succede per i tossicodipendenti. Una superficialità legislativa dovuta al fatto che il malato psichiatrico, sottoposto o meno a processo, è comunque colpevole di un reato, quello della malattia; i matti, insieme ai vecchi, ricordano al resto del mondo la miseria e la precarietà della condizione umana. I nazisti li uccidevano, noi ci limitiamo a ignorarli.

Didascalia alla foto: il soggetto ritratto è Michael “Charles Bronson” Peterson, da molti ritenuto il più famoso detenuto inglese, a lui è dedicato un film di Nicolas Winding Refn intitolato per l’appunto “Bronson”. Detenuto difficile e violento venne, come spesso capita, “parcheggiato” in un manicomio criminale per potersene liberare per sempre, in quanto quello della prigione dei pazzi è l’unico vero modo di “buttare la chiave”.

Questo posto sono io – reprise

Ho smesso di fumare da cinque anni, eppure in questo momento darei una falange per una sigaretta, o anche solo per un tiro di quella miccia fetente che fuma l’autista del camion. Lui sembra leggermi nel pensiero. Dal vano portaoggetti alla sua sinistra tira fuori una sfera bianca, la guardo bene, è grande come una noce, o poco meno, l’involucro è di plastica, la stessa delle buste, quelle che continueranno ad essere disponibili per migliaia di anni in qualsiasi angolo del pianeta come souvenir della modernità. L’allunga indietro, verso di me, attraverso il lunotto senza vetro, io sto per prendere il fagottino ma lui lo ritrae all’ultimo momento, stacca anche l’altra mano dal volante e mi indica con le dita il prezzo che devo sborsare per impadronirmi dell’oggetto misterioso. Acconsento. Avrei potuto tirare sul prezzo, come per qualsiasi altra cosa in questo continente, ma solo l’idea della contrattazione mi sfinisce. Poi l’autista mi dice in francese che è erba nigeriana, o almeno è quello che capisco, tanto la fumerò lo stesso, qualsiasi cosa sia. Questo del fumo non è il primo strappo alla regola della mia nuova vita, quella che hanno voluto per me amici, parenti e medici volenterosi; tre giorni fa, quando ero ancora sulla costa, ho sentito il bisogno di stare con una donna, ho chiesto al tipo dell’albergo dove potevo comprare del sesso, mi ha indicato una strada sulla cartina della città. Quando vi sono arrivato mi si è presentata una scenografia inequivocabile; una serie di baracche con delle ragazze sull’uscio, vocianti, ammiccanti, e un via vai di uomini, molti di pelle bianca come me. Ho abbassato la testa e sono entrato nella prima baracca che ho incontrato, stando attento solo che la tenutaria non fosse una bambina. Era invece una ragazza con gli occhi distanti e tristi, e dopo che si è stesa con le gambe aperte sul letto di paglia sono andato via, senza reclamare i pochi spicci che lei aveva voluto anticipatamente. Ho affrettato il passo lungo la strada polverosa, schivando i puttanieri locali e internazionali. Avevo l’impressione che le ragazze ridessero di me, che quelle urla sguaiate per invitare i potenziali clienti fossero in realtà risate di scherno nei miei confronti, mi è salita in corpo una rabbia mai provata, ho spinto dentro la baracca la prostituta più sfrontata, non ho nemmeno finito di infilare il preservativo sul cazzo semi-rigido, metà guaina di lattice mi penzolava oltre la punta, sembrava la propaggine vuota di un calzino troppo stretto o troppo largo, o quell’escrescenza che hanno i galli sotto al becco. L’ho scopata con furore, e più la fottevo più lei rideva, e più lei rideva più la mia camicia si impregnava di sudore, del mio sudore malato. Finì tutto in pochi secondi, quando ansimante alzai la testa mi accorsi di un bestione che vegliava poco rassicurante su di noi, la puttana gli disse qualcosa nel loro incomprensibile dialetto, e il bestione si allontanò borbottando. Il camion su cui viaggiamo prende una buca e io ritorno alla realtà dal limbo dei miei pensieri. Nella mia mano l’erba nigeriana o qualsiasi altra cosa sia, davanti a me il camionista da cui ho comprato un passaggio fino a Bangui, oltre alla caramella fibrosa poc’anzi descritta, sotto i miei piedi il pianale del camion, e sotto ancora la terra del sahel, la steppa, alle mie spalle lo zaino con lo stretto necessario per questo viaggio, che è poi più di quanto la maggior parte degli uomini e delle donne di queste parti può sognare di avere in tutta la propria vita, o almeno gli uomini e le donne che sono con me su questo camion. Mio fratello, che mi ha pagato il viaggio, mi crede in un villaggio vacanze a Nairobi, non capirebbe mai perché uno preferisca attraversare da una costa all’altra l’Africa centrale, e non lo so nemmeno io a dire la verità, e di certo non lo sanno queste persone, loro qui ci sono nate e molti ci moriranno, qualcuno invece tirerà le cuoia nel viaggio verso nord attraverso il deserto, qualcun altro in mare, ma i più sfortunati moriranno nella terra promessa, quello che pensavano fosse il paradiso ma che in realtà scopriranno essere solo un inferno temperato, sì, loro sono i più sfortunati, quelli che moriranno sopravvivendo alla disillusione. Queste persone accanto a me, su questo camion con i pneumatici sul punto di scoppiare, hanno facce di una dignità indescrivibile. Non mi sento fortunato a essere nato in un paese che ha debellato la lebbra, mi sento in colpa. Tutte quelle storie sul valore della vita che mi hanno fatto mandare giù ai tempi della disintossicazione, si dissolvono come acqua sulla terra di Ciad. Ora mi è tutto chiaro: è qui che devo scendere, prima che cominci la savana e poi la foresta, l’Africa che tutti immaginano e sognano. È qui, su questa terra arida, tra questi rari alberi senza foglie, in questi spazi razziati dai bracconieri che deve finire il mio viaggio. Questo posto mi somiglia, questo posto sono io. Do due pugni alla cabina di guida, urlo che voglio scendere, l’autista mi guarda incredulo, poi dice che non può fermarsi, che devo saltare giù mentre rallenta, e che non mi ridà i soldi. Mi aiutano a scendere da dietro, cado di culo, e rimango così, seduto, sorretto dallo zaino, con in bocca il sapore della terra che il camion solleva allontanandosi da me. Presto scenderà la notte, ho acqua e viveri per due, tre giorni al massimo; se la morte arriverà spero non per mano dei miei simili, sarebbe incongruente, spero di non essere intercettato da una banda armata, sarebbe difficile spiegare che dal sequestro di un ex-tossicodipendente con un lavoro part-time e precario non riuscirebbero a ricavare i soldi nemmeno per due cartucce dei loro AK-47. Faccio due passi e mi tolgo dalla strada, mi sfilo lo zaino, cerco l’accendi fuoco da campeggio e strappo un pezzo di cartina geografica. Arrotolo il Madagascar attorno all’erba nigeriana, e accendo il tutto. Tossisco, la carta e l’erba non sono gentili con le mie vie respiratorie. Dopo tre tiri mi pulsano le tempie, mi stendo, ho l’impressione che il cielo si riempia di frattali viola. Penso ai miei genitori e a mio fratello, che nonostante tutto hanno ancora fiducia in me, penso al mio amico Mario e a tutte le volte che mi ha raccolto in stato di incoscienza nei parchi di periferia. Perché non riesco ad essere come loro? Oppure perché loro non riescono ad essere come me? Avverto l’abbassamento di temperatura, le gambe vibrano impercettibilmente di freddo, ho un formicolio al collo, potrebbe essere la circolazione o l’assalto di minuscoli insetti. Chiudo gli occhi e i frattali cominciano a vorticare a una velocità vertiginosa. Mi piacerebbe che questa terra mi avvolgesse e la mia coscienza fosse assorbita da quella del pianeta. Il malessere si affievolisce, come l’affanno dopo aver corso o aver fatto le scale, ho addirittura l’impressione di stare bene. È la serotonina; nel mio cervello è scattata l’operazione equilibrio chimico. Quali stracazzo di macchine complesse siamo. Il caos non esiste, è il nome che diamo a ciò che non comprendiamo. Sto vaneggiando, faccio discorsi filosofici da quattro soldi, la merda nigeriana mi è salita su fino al midollo. Ho voglia di mangiare quei crostacei buonissimi che ho assaggiato sulla costa, o sentirmi esplodere in bocca uno spicchio di arancia, ho voglia di bere una birra con Mario, di telefonare a mio padre e sfotterlo dicendo che la sua squadra quest’anno fa schifo, ho voglia di dire il mio nome a uno sconosciuto e ascoltare il suo, di abbracciare una donna e sentire il suo seno premere contro di me. Mi è venuta voglia di vivere, vaffanculo, ma dove cazzo vado? Devo stare calmo, faccio training autogeno, devo visualizzare un’immagine rilassante, quando lo faccio in Italia penso a un paesaggio più o meno come questo, e ora che sono qui a cosa penso? A Milano? Apro gli occhi, è notte, mi volto a destra, c’è un po’ di luce che mi fa percepire la sagoma dei cespugli, probabilmente è la luna, mi volto a sinistra, e vedo un animale accanto a me, forse è un’allucinazione, forse no. Sembra un piccolo cane con delle grosse orecchie: deve essere un fennec. Ma che cazzo ci fa qua? È un animale del deserto, dell’Africa settentrionale. No, forse è una volpe pallida del sahel, ad ogni modo non ha paura di me. E io non ho paura di lei. Guardo la sua ombra per un tempo che non saprei definire, mi aspetto che faccia qualcosa, ma non succede nulla. Poi la volpe mi dice di dormire, o meglio non è che lo dice davvero, è una voce nella mia testa, ma so che è la sua voce, come quando nei sogni sai perfettamente che uno degli attori onirici è una persona che tu conosci, l’equivalente inconscio di una persona realmente esistente, anche se non gli assomiglia per niente. Insomma la volpe mi dice che è ora di dormire, e io vorrei rispondere che non lo so più se voglio addormentarmi, ma non ho la forza di coordinare l’apparato vocale, e comunque non avrebbe senso rispondere a un animale, che per giunta forse nemmeno esiste, e mentre penso questo i miei occhi si chiudono da soli.

Quando mi sveglio la luce mi acceca, mi accorgo di essere già fracido di sudore, ho voglia di farmi, uno schizzetto leggero per attraversare questa giornata camminando sulle nuvole, ma mi passerà. C’è un volto davanti a me, è un bianco, coi capelli biondi come la barba, dall’inflessione del suo inglese potrebbe essere tedesco. Ha un sorriso smagliante. Allungo il collo e vedo dietro di lui un Land Rover, e un nero con gli occhiali da sole che abbraccia un M16; una guardia del corpo. Il tedesco mi fa bere, trema per l’emozione, mi fa salire sul fuoristrada, un giorno lo racconterà ai suoi nipoti, tralascerà che si trovava in Africa per una società dedita al traffico di diamanti coi locali signori della guerra, ma racconterà di aver salvato la vita a un uomo. Chi sono io per distruggere questa sua illusione, il suo inutile trip consolatorio? Mi siedo e comincio a inventare: sono stato stato cinque giorni ostaggio dei ribelli… lui mi guarda con gli occhi bramosi di bugie come un bambino.

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Mario, Maria e Mario 2.0

Chi mi legge sa che sono convintamente di sinistra, e potrà immaginare come questi siano per me giorni assai amari, ma è innegabile che siano anche giorni di Passione vera; in privato discuto violentemente con amici e su twitter cerco il confronto con gli attivisti del movimento 5 stelle, un confronto che, ammetto, da parte mia è pregiudiziale, ma del resto lo è anche il loro atteggiamento. Mi piacerebbe che un novello Francesco Rosi raccontasse, tra qualche tempo, il dramma delle prime sedute parlamentari, alla stregua del consiglio comunale in “Le mani sulla città”, o un nuovo Ettore Scola raccontasse la crisi di una coppia parallelamente al risultato di queste elezioni, come fece il maestro succitato con lo scioglimento del Pci in “Mario, Maria e Mario”. Incollo di seguito lo scambio di mail tra me e un mio amico che è sempre stato di sinistra, ma che è andato a gonfiare il risultato elettorale di quello che a Febbraio 2013 risulta essere il primo partito del Paese. Lo posto per raccontare il mio punto di vista (lo so che non interessa a nessuno, ma se non lo faccio scoppio) e per illustrare le ragioni di chi essendo di sinistra ha votato il M5s.

Premessa; attraverso un sms chiedo a questo mio amico, che chiamerò fittiziamente Mario, se è ancora convinto del suo voto dopo la chiusura di Grillo a una responsabilità di governo con Pd e Sel. Lui mi risponde incollando un articolo di Claudio Messora pubblicato sul blog di riferimento del movimento, in cui viene lanciata l’idea di un governo solo 5 stelle.

IO – questo articolo l’ho letto, ed è ridicolo, tu sai benissimo che se il Pd ha delle colpe (e questo è tutto da vedere, come la faccenda dell’Mps, scommetto che tu neanche sai bene tecnicamente quale sarebbe la responsabilità del Pd) non sono minimamente paragonabili a quelle di Berlusconi, e Grillo cosa fa? Prima dice no alla responsabilità di governo col Pd, sapendo che ciò potrebbe portare al governissimo favorendo l’inciucio, e dopo fa la proposta, attraverso Messora, di un governo solo 5 stelle, ma come? Chiedendo la fiducia di Pd e Pdl! E Pdl CAZZO! durante il governo Monti Pd e Pdl sostenevano il governo tecnico e tanto è bastato a Grillo per sostenere che Bersani e Monti fossero collusi con il Grande Corruttore, e ora? Chiedono un governo in cui ci sia la fiducia anche del Pdl? Ma allora sono collusi anche loro! E poi dove cazzo è la democrazia diretta? Tutte le scelte si prendevano collettivamente no? Eppure il signor Grillo che non è candidato, e che doveva essere solo il megafono del movimento, sta decretando la posizione del partito da casa sua, senza colloquiare con la base, ma è democratico eh… si vede, perché non sottopone a referendum sul blog la posizione da prendere in merito alla fiducia al governo Bersani, alla possibilità di co-governare, di non lasciare il Paese in mano a coloro che, a suo dire, lo hanno rovinato? In fondo è quello che chiedono anche molti attivisti, ma no, loro sono infiltrati, e come lo sai? Fallo sto cazzo di referendum, come hai fatto le parlamentarie, tra gli iscritti al blog entro una data antecedente al risultato elettorale. Alle parlamentarie forse non vi era il rischio infiltrati? DOVE CAZZO è LA DEMOCRAZIA DIRETTA? Infine Mario lasciati dire che è davvero penoso che tu risponda con un articolo invece che con un tuo pensiero, visto che io ho chiesto a te cosa pensavi di Grillo, se lo giustificavi ancora, e tu mi hai risposto con un giornalistuncolo di neoregime (il rimando all’hacking del movimento pirata è un faccenda ridicola, il movimento pirata e anonymous rivendicano sempre le loro azioni, è come la storia del presunto pacco bomba di ieri a casa di Grillo, tutti sul blog a gridare ai servizi segreti, ma era solo una cassa di vino, rilassatevi). Ti sei fatto indottrinare. Addio Mario.

MARIO – Io parlo solo con le parole del mio capo politico… :)

IO – Però c’è da dire che sono preparati i nuovi parlamentari del Movimento 5 Stelle: video1 e video2

MARIO – Ricorda un po’ la stessa competenza della Minetti o della Carfagna. Ho visto questo video. Sto vedendo tutto. Non mi sono fatto indottrinare. Ho una specie di intelligenza anche io. Ora non ho tempo per risponderti.. sarebbe meglio parlarne. Certo è che tutto questo era prevedibile. La mancanza di fiducia al governo è perfettamente in linea con quanto dichiarato finora da Grillo. Barabba è vero, il m5s ha dei grossi limiti, ma bisognava provare, bisognava dare un’opportunità ad una voce fuori dal coro. Ora vedrai che se continuano così alle prossime elezioni prenderanno il 2%. Ma non mi sento in colpa per averlo votato. Non mi sento in colpa, perché continuo a non riconoscermi in un Pd così disorganizzato e inconcludente.

IO – Allora ti riconosci nel governissimo Pd e Pdl, o in Monti, il rigor montis, dato che oggi Messora ha aperto alla prorogatio? I video sono due ed hai perfettamente ragione, ricordano la preparazione della Minetti e del Trota (la Carfagna a sti due se li mangia a colazione), e il fatto che fosse prevedibile il non appoggio al Pd non ti assolve, anzi è un’aggravante al fatto che tu li abbia votati, visto che in un barlume di lucidità hai votato la coalizione di centrosinistra al senato, perché lo sai che sinistra e destra non sono la stessa cosa. Comunque parlane di persona con qualcun altro, io con te non ci parlo più che mi fai troppo incazzare. E sciacquati la bocca col sapone quando parli di Bersani e Pd, che se avessero voluto saremmo andati a votare dopo le dimissioni di Berlusconi e avrebbero preso il 70% dei voti, ma lo spread ci avrebbe mangiati vivi e la tua ragazza, se ha un mutuo a tasso variabile, avrebbe dovuto lasciare la casa alle banche. Lo sai come si chiama questa? RESPONSABILITà la stessa che manca a Grillo nel lasciare il paese senza governo e nello spingere a un disastroso inciucio, la stessa che manca a te che voti un partito che sai essere inutilmente contro tutto e contro tutti e a favore di un cazzo. E poi attendo ancora delucidazioni sul tema della democrazia diretta, bella a parole eh, ma dove cazzo è finita? perché decide tutto Grillo? non era solo il megafono? ma vaffanculo va.

MARIO – La destra e la sinistra non sono la stessa cosa per noi che ci crediamo. Ma se fossero così diverse in parlamento ora avremmo già una legge sul conflitto di interesse che avrebbe impedito a Berlusconi di fare i cazzi suoi per anni.. Anche a me fa incazzare questo tuo modo prevenuto e arrogante di giudicare. Sono cittadini, sono impreparati, ma intanto la cosa certa è che la più grande provocazione della storia si è avverata forse anche contro le loro stesse previsioni. Non stanno rubando i tuoi soldi. Non stanno pensando a sé stessi. Sii più ragionevole, merda. Se Bersani non sa vincere non possiamo accusare Grillo. Tu stesso non hai votato il Pd.

IO – Io ho votato Sel, anche alla camera, e l’ho detto a Bernardo [un amico comune], ma anche se avessi votato Ingroia e ce l’avesse fatta ad entrare in parlamento, lui la fiducia l’avrebbe votata, non solo, aveva chiesto l’alleanza prima di andare alle urne, e nel caso Ingoria fosse impazzito chiudendo a Bersani non avrei avuto problemi a dire di aver fatto una cazzata, a differenza tua (e visto che ci siamo; che cazzo sei venuto a votare alle primarie se la pensavi così?!). Detto questo il problema dell’impreparazione dei due onorevoli è solo una nota di colore che ho messo a seguito della tua battuta, ma il problema vero è quello della responsabilità politica, la provocazione la puoi fare in piazza e sul blog e va benissimo, è preziosa, ma quando stai in parlamento hai la RESPONSABILITà del Paese, e l’altro punto è quello dell’ipocrisia della democrazia nel movimento, del dispotismo e del fascismo di quest’individuo che continui a difendere.

P.S. se non si fosse capito io non ce l’ho con gli eletti del M5S, che non conosco, non ce l’ho col programma, in gran parte sovrapponibile a quello della sinistra (ma ci sono anche tanti punti irrealizzabili e demagogici), io ce l’ho con lo zar Grillo e il Rasputin Casaleggio, e con tutti quelli che attorno al palazzo reale fanno quadrato, respingendo col fanatismo tipico dei convertiti qualsiasi tipo di critica o tentativo di dialogo.

Sono solo canzonette – reprise

Ripropongo questo vecchio post, all’epoca in cui fu pubblicato andava in onda X-Factor, mentre ripubblico invece è in corso la kermesse sanremese; da sempre la canzonetta, ma anche la cultura occidentale tutta, attribuisce al cuore un valore simbolico enorme, attribuendogli i sentimenti e le emozioni più nobili. Eppure è solo una pompa idraulica. Questo post parla dell’origine di questo equivoco, e in nome della democrazia (almeno linguistica), promuove il riscatto di un altro organo interno, ingiustamente snobbato.

L’altro giorno mi è partito involontariamente un colpo di telecomando e mi sono ritrovato su X Factor, il format internazionale che ha l’obbiettivo di creare una nuova pop-star, o una cazzata del genere. C’è una cosa di quella visione che mi ha violentato: l’abuso della parola “emozione”. Dunque, io nella maggior parte dei casi aborro l’uso del termine in questione, per vari motivi che non vi spiegherò, e non ve lo spiegherò perché voglio in realtà parlare di un altro imperdonabile abuso linguistico. Vi siete mai chiesti perché associamo il muscolo cardiaco al sentimento noto come amore? Io sì, e finalmente ho scoperto perché. Bisogna tornare molto indietro, ai tempi di Ippocrate di Coo, quattrocento avanti Cristo. Ippocrate è stato il primo medico in senso moderno, a lui si devono i concetti di diagnosi e prognosi, lo studio anatomico sui cadaveri e addirittura la cartella clinica, anche se è più comunemente noto per il “giuramento”, un manifesto deontologico a cui si devono attenere anche i medici contemporanei. Il modello fisiologico di Ippocrate è noto come teoria umorale: lo stato psico-fisico del paziente è stabilito dall’equilibrio di quattro umori, la bile gialla, la bile nera, il flegma e il sangue. Ognuno dei fluidi ha sede in un organo e determina un temperamento: la bile gialla nel fegato e provoca la collera, la bile nera nella milza ed è responsabile della malinconia, il flegma risiede nel cervello e genera beatitudine e calma, infine il sangue dipende dal cuore e a lui si associano, come sappiamo, le passioni. Quindi la fortuna di tanti poetastri, nonché la forma di alcuni cioccolatini, viene decretata da una teoria priva di fondamento di 2500 anni fa. Ma anche l’associazione tra ira e fegato discende dalla medicina di Ippocrate. Ma c’è un organo che proprio non ce l’ha fatta ad affrancarsi, forse perché il temperamento che gli attribuiva Ippocrate è quello meno desiderato; la milza. Se immaginassimo un mondo in cui la milza rappresentasse per la malinconia quello che il cuore rappresenta per l’amore, dovremmo riscrivere la storia. Ma intanto cominciamo con le canzonette. Cercando su google scopro che almeno tre brani hanno come titolo “Malinconia” (uno di Luca Carboni, uno di Riccardo Fogli e uno di Califano), almeno uno di loro avrebbe potuto intitolare il brano come la sacca di sangue riposta nel nostro addome, superando così il problema dell’omonimia, mentre il brano del ventennio “Vivere senza malinconia” di Bixio, poi parodiato da Jannacci, diventerebbe “Vivere senza milza” che mi sembra anche un bel messaggio per chi ne ha subito l’asportazione chirurgica, decisamente da far vedere a uno specialista è l’“Azzurra milza” di Toto Cotugno, più poetica e misteriosa è la “Milza d’ottobre” di Dalla. Se poi ampliamo le proprietà biologico-semantiche  dell’organo fino a comprendere il concetto di “tristezza”, la lista dei brani da riscrivere si fa ben più lunga; da quello che sarebbe anche un ottimo nome per una rivista medica, ovvero “Milza moderna” di Patty Pravo, al saluto che le rivolge il reuccio Claudio Villa con “Buongiorno Milza”, tormentato è invece Astrud Gilberto che si strugge in “Milza ti prego va via” (per giunta il verso “dipingerò la mia stanza di rosso prefigura probabilmente un cruento tentativo di asportazione in ambito domestico), e Biagio Antonacci sembra aver risolto il problema firmando “Ciao Milza”, e così ad libitum…