Coreingrapho

“Coreingrapho, in scroll we trust”. Per il glossario informatico lo scroll è “l’azione che permette di muovere il documento che si sta utilizzando in modo da renderne visibili quelle parti che altrimenti rimarrebbero fuori dai limiti dello schermo”, in parole povere lo scroll è quella cosa che si fa col terzo tasto del mouse, la “rotellina” per intenderci. A leggere Coreingrapho si rischia di romperla, la rotellina, quindi se siete curiosi, prima di inoltrarvi in questa rivista di fumetti, fate il tagliando al mouse. “Fumetti pel webbe, da robe prese di petto”: Coreingrapho nasce nel gennaio 2009, un editoriale di presentazione di Antonio Sofi e due storie, una di Marco “Makkox” D’Ambrosio e l’altra di Flaviano. Dopo quasi un anno gli autori sono 22, circa 80 le storie raccontate a pixel, e un Macchianera Blog Award per la miglior grafica. Coreingrapho è l’altro lato della lavagna, quello su cui, alle elementari, si scrivevano le parolacce. Coreingrapho è sperimentazione. Coreingrapho è cazzeggio. Coreingrapho è anche in inglese. Coreingrapho è gratis. Senza offendere gli altri autori, propongo come antipasto una striscia di Makkox di qualche tempo fa, s’intitola “fumo”, lo stile è nervoso, schizzato, diverso dalle altre cose dell’autore, il cui talento è pari solo al suo cattivo umore, mentre per rifarsi gli occhi coi colori suggerisco una striscia di Flaviano Armentaro, nata da una sfida lanciata da Laura Scarpa.

Il disegno in testa è di Manlio3

“Il Tempo” di avere le idee chiare… più o meno

Dalle prime pagine del 23/11/2009:
Corriere della Sera: “Brenda e il computer che non doveva esserci. Tutti i misteri del Trans. La Procura: un omicidio mascherato” e sul Corriere.it “Anche per il pusher ipotesi omicidio”
la Repubblica: “Le indagini su Brenda al setaccio i file del pc”
Il Mattino: “Brenda, si indaga per avvelenamento”
Il Messaggero: “Brenda, il pm chiede ai periti: cercate tracce di veleni occulti”

Il Tempo: “Brenda è morta per un incidente”

L’ingorgo

Non scrivo un post da più di una settimana. Ho un tubo del cervello intasato. Ci sarebbero tante cose da dire, da raccontare, da analizzare, così tante che si è tappato il filtro, ci vorrebbe lo Psichiatra Liquido (o il Mr Neurone). Ok, mi dico, allora scrivo un racconto; me ne era venuto in mente uno bellissimo, folle, innovativo, ma poi si è fermato pure quello nell’ingorgo. Finisce che scoppio; finisce che a lavoro qualcuno mi guarda strano e mi dice che mi cola qualcosa dalla bocca, mi passo il dorso della mano sul mento, guardo la bava bianca e nelle mie retine si materializza un caleidoscopio, e una filarmonica che accorda gli strumenti mi parte in dolby sorround nel cervello. E vedo una persona a terra, il suo minuscolo appartamento va in fumo, mentre il computer finisce il candeggio nel lavandino. Vedo la Roma dei primi del novecento, vedo i volti dei criminali raccontati in “Roma Criminale” di Armati e Selvetella, i vari coniugi Romano, Alberto Stasi, Amanda e Meridith che c’erano anche durante il ventennio, nonostante i treni arivassero in orario. Vedo un Perù in cui si prendono la vita delle persone per farne crema anti-rughe, e vedo pure due italiani che finanziano la filiera. Vedo un Saviano che, come in un sogno meraviglioso, si schiera politicamente. Vedo la tv, e non vedo niente, allora accendo il decoder, e vedo una quantità di canali disumana, e penso che mi manca la voglia e la curiosità di vederli tutti almeno una volta. Vedo un politico, uno dell’altra squadra, uno di quelli che stanno nella parte alta della classifica, uno che tempo fa, a pronunciare il suo nome, come evocati da un versetto satanico, apparivano gli spettri della scuola Diaz e di Bolzaneto, e che oggi improvvisamente non sembra più così cattivo, uno che era il simbolo del rigore e del benpensare, uno che oggi insegna le parolacce ai bambini. Vedo una scritta su un muro, in via Tuscolana, e la scritta dice “Se lo stato è innocente Cristo è morto di freddo: verità per Cucchi”. Vedo il mio pizzettaro di fiducia che mi taglia un trancio di diavola mentre la radio annuncia che Cassano ha fissato la data del suo matrimonio durante i mondiali in Sudafrica, e vedo anche la reazione pavloviana della mia corteccia che mi regala l’allucinazione di una insegna al neon nel buio, e nell’insegna c’è scritto “E sticazzi?”. Vedo una notizia sui siti di informazione, vedo Alessandra Mussolini che denuncia che su ebay sono stati venduti campioni di cervello e sangue del duce-nonno, e mi chiedo quanto potrei fare a vendere le lastre di mio padre spacciandole per quelle di Berlusconi. Vedo il trailer di “Good morning Amal” e mi piace talmente da aver paura di andare a vedere il film. Vedo una puntata di x-factor. Vedo una guardia medica. Vedo un’indiana che sui suoi abiti tradizionali indossa un cappottino dal bel taglio, e per la prima volta nella mia vita ho piacere nel guardare un vestito. Vedo tante cose, e vedo anche che si è fatta una certa, ed è meglio che vada a letto; domani mi tocca chiamare l’idraulico.

Generazione Amarcord

Io sono stato bambino, poi adolescente, infine ragazzo. Sentivo spesso gli adulti pronunciare l’espressione “la mia generazione”*, ed era ogni volta diversa, come se la Storia fosse una gelateria e ogni generazione fosse un gusto diverso; generazione bruciata, generazione arrivista, generazione ribelle, generazione consumistica, genrazione x, generazione allo sbando e generazione dello sballo, e via dicendo. Ora che anagraficamente posso definirmi un adulto anche io, mi guardo intorno e cerco di capire il sapore della mia generazione, qualcuno ha parlato di generazione 1000 euro, ma è una definizione inevitabilmente soggetta all’inflazione, qualche tempo fa si parlava di generazione precaria, ma oggi come oggi non sono sicuro che i precari siano di più dei disoccupati definitivi. Faccio un giro nel web e scopro che la mia è la generazione dei nostalgici, la generazione Amarcord; la rete è zeppa di blog e forum che ricordano i gelati Eldorado e le sorprese delle merendine Mulino Bianco (che qualche tempo fa ha annunciato di voler ripescare ricetta e foggia dei biscotti di quegli anni), del Crystal Ball e del Piaggio Sì. Non è un caso che il Cinema stia riproponendo sempre più spesso gli anni 80, non è un caso che l’uomo più pagato della televisione fosse il maestro del primo asilo catodico (Paolo Bonolis). Se fossi uno che non si arrende direi che la mia generazione è così perché gli è stata negata la possibilità di essere protagonista, gli è stato tolto tutto tranne, appunto, i ricordi. Ma io non sono uno che non si arrende, non sono uno che lotta, io sono un neo-adulto, io sono uno della mia generazione, e allora cerco di ricordare, e ricordo degli omini della lego, ma con la testa di animale, leone, elefante, ippopotamo, pecora ect, e ricordo un libretto, con dei racconti semi-illustrati che avevano per protagonisti questi pupazzetti, ed erano i racconti più malinconici che abbia mai letto, mi pare di ricordare che fossero delle sorprese, forse dello Sprint (di cui foto in alto)? Offro un Ciocorì a chiunque mi sappia dare più informazioni su quel libretto.

* “La mia generazione” è anche il titolo di un bellissimo film di Wilma Labate del 1996

Biscotti e algoritmi

Mi chiamo Salvatore Bertoni e ho quarantacinque anni; da 3 mesi ho smesso di ascoltare. Così, di punto in bianco; il 4 agosto alle ore 18:01 ho smesso di ascoltare. Non sono diventato sordo, semplicemente ho deciso di non elaborare più i suoni che mi arrivano alle orecchie. Ho staccato la porta line-in del mio cervello. Ma non è che ho proprio deciso, è una cosa che mi è venuta naturale, non so neanche il perché. Mia moglie mi ha portato da una serie di specialisti che ci hanno succhiato via metà del nostro contocorrente: uno ha detto che era un infezione del nervo acustico, un altro ha pensato a un ictus, due hanno sospettato un tumore al cervello, l’ultimo ha parlato di sordità isterica, ma la verità è che ho semplicemente smesso di ascoltare. A lavoro se ne sono accorti circa un mese dopo, quel 4 agosto alle ore 18:01 sono andato in ferie. Mia moglie invece lo ha capito subito; mi ha fatto girare tutti gli ospedali di Milano almeno due volte, un safari nel sistema sanitario nazionale non è proprio la vacanza che uno sogna, poi a settembre gli specialisti e le cliniche private mi hanno praticamente pignorato il bancomat, e allora mi sono ribbellato, l’ho detto che quella situazione non mi piaceva. Però non ho fatto caso a quello che mi hanno risposto. In questi mesi ho riscoperto il piacere di leggere; ogni mattina, a colazione, rileggo gli ingredienti dei biscotti. Anche la posologia e le modalità d’uso dei medicinali sono interessanti, ma gli ingredienti dei biscotti sono di gran lunga la mia lettura preferita. “Tradurre in algoritmo la ricetta dei biscotti”; è un esercizio che davo sempre ai corsi di programmazione. La programmazione è molto più semplice di quanto si pensa; dai un input e ottieni un output, tutto qui. Sono sistemista in un’azienda che assembla impianti hi-fi. O meglio ero sistemista; sono in malattia da due mesi. Sono in malattia senza essere malato. Mia figlia lo ha capito, che non sono malato, ed ha solo sei anni; la pediatra ha detto che la mia condizione avrà effetti devastanti sulla sua psiche. Sua di mia figlia, non della pediatra; la pediatra se la passa benissimo, e anche la sua amica psicoterapeuta infantile, visto che praticamente il suo mutuo ora lo pago io. Ma mia figlia non ha nessun problema. E’ vero, ha smesso di parlare, ma per me non cambia nulla. Anzi, da quando io ho smesso di ascoltare, e lei di parlare, insieme ci divertiamo un casino; ieri abbiamo finito un puzzle da mille pezzi, abbiamo lavorato sodo, siamo stati una macchina da guerra. Senza la distrazione delle parole si lavora meglio. Le opinioni, i sentimenti da esternare, le battute, i pettegolezzi, i saluti, i vaffanculo, i ti chiamavo per sapere come stai, sono stringhe inutili nell’algoritmo delle nostre sessioni di vita. Senza le parole si funziona meglio. Mia figlia è un meraviglioso software privo di errori. Io non sono meraviglioso come lei, ma ultimamente mi sento più fico del solito. Forse tra un po’ saremo ancora più simili; mia moglie ha avviato le pratiche per l’interdizione, sospendono la mia capacità di agire, giuridicamente sarò assimilabile a un minore, a una bambina di sei anni. Non sarebbe male. Ho messo a letto mia figlia poche ore fa; un tempo mi chiedeva di raccontarle una favola, ora non chiede nulla, dato che non parla, e anche se parlasse io non potrei ascoltarla, ma lo so che ha nostalgia di quei tempi, allora, senza che me lo chieda, io comincio: – Farina, burro, zucchero semolato, sale, uova, lievito chimico, aromi…

Ho un sogno; una politica “contro” la Famiglia

Qualche giorno fa vado in banca per fare un favore a un amico; fatto quello che dovevo fare chiedo all’impiegato se presso il loro istituto era possibile fare versamenti attraverso sportello Atm, l’impiegato, che aveva grosso modo la mia età, fa finta di niente, allora io insisto, lui tergiversa, pongo nuovamente la domanda e lui mi guarda terrorizzato come se avessi chiesto di mettere tutto il contante in una busta e dopo di sdraiarsi a terra con le mani dietro la nuca, a questo punto sono stato io a far finta di niente. Oggi vado a farmi un paio di occhiali nuovi, scelgo un grosso centro aperto da poco ma che gode già di una certa fama, scelgo la montatura, poi do alla ragazza col camice bianco i miei vecchi occhiali per prenderne la gradazione. La ragazza smanetta un po’ con un macchinario e poi urla a un signore di mezza età dall’altra parte del negozio: “Ah pà, qua me dice 0,93″, e l’interpellato risponde: “Ao ma che non l’hai capito ancora che i gradi sò a murtipli de cinque?”. Vi ricordate il libro “La Casta” e tutta la polemica che generò? Era focalizzata sui privilegi della classe politica, ma il libro descriveva anche altre anomalie come le provincie, e la settarietà di alcune categorie professionali (ad esempio notai, avvocati e giornalisti), che si passano di padre in figlio il mestiere come un qualsiasi bene immobile. E se è ormai ritenuto naturale piazzare i propri figli e nipoti nel settore pubblico, figuriamoci se non lo è nel settore privato. Che bella cosa la Famiglia, mette daccordo tutti, Stato e anti-Stato, infatti è anche la parola più nota legata al gergo mafioso. E poi è un brano del jukebox politico che non passa mai di moda, nessun avversario è così folle da criticare uno slogan sulla Famiglia*. Anche se io non ho mai capito perché il dramma di una famiglia di quattro persone che muore di fame, debba avere la priorità sul dramma di quattro single, senza famiglia, che muoiono di fame. In questi giorni ho sentito dire che il sistema Italia sta resistendo alla crisi grazie al suo più importante ammortizzatore sociale, appunto, la famiglia. Bene. Ma quanto è giusta e conveniente questa situazione? Quanto il sistema Italia è stato frenato nella sua crescita, precedentemente, da questa istituzione? Perché, si badi bene, la famiglia in Italia, non è soltanto il luogo di formazione affettiva e sostentamento, ma è la fornace di un fenomeno che in sociologia è detto familismo amorale, un fenomeno per il quale le categorie di bene e male sono percepite ed elaborate relativamente agli interessi del proprio nucleo familiare, e non della collettività, anzi spesso in contapposizione con le regole sociali pubbliche. Tale concetto è stato elaborato da Edward Banfield dopo uno studio di una comunità, guarda un po’, in Italia.

* L’ipocrisia e la demagogia sul tema della famiglia in politica è ben descritta nel film, pur non eccellente, di Umberto Carteni “Diverso da chi?”

Il passatempo di Mimmo

Valerio citofonò Micheli. Attese i soliti due minuti prima che la madre di Mimmo gracchiasse la domanda di rito. Ma quella volta i due minuti sembravano venti; non era la solita visita di cortesia, doveva far vedere una cosa a Mimmo, una cosa importante. La vecchia, che si manteneva in piedi fottendosene della legge di gravità, dopo aver borbottato qualcosa accompagnò Valerio col suo culo basculante nella camera di Mimmo, come se Valerio, dopo più di venti anni, non avesse ancora imparato la strada. Mimmo era curvo sulla sua scrivania, non fosse stato per il computer sembrava il Mimmo liceale, quello sempre sui libri, quello bravo. Il più bravo. Dopo la maturità si iscrisse a ingnegneria, Valerio era sicuro che si sarebbe laureato entro i cinque anni, invece non si laureò mai. Si era stancato subito Mimmo, si era stancato di studiare, di cercare lavoro, di cercarsi un appartamento, di cercarsi una donna, anche se non aveva mai realmente cominciato a fare nessuna di queste cose. Valerio fece un cenno di saluto a Mimmo, poi appoggiò il giornale sul letto, sul quale vegliava Roberto Baggio in un poster dei primi anni novanta. -Come va?- Chiese Valerio.
-Ho lavorato tutto il giorno- Rispose Mimmo. Quando Mimmo diceva che aveva lavorato significava che si era dedicato ai suoi passatempi. E i suoi passatempi non erano passatempi comuni. Il primo hobby di Mimmo, che Valerio ricordava, era l’allagamento. C’è stato un periodo in cui Mimmo era attratto dall’allagare casa sua, il liceo, gli spogliatoi della scuola calcio, e qualsiasi altro luogo in cui ci fosse un tubo da ingorgare con una poltiglia di cartone e vinavil. Una volta, in un’estate ormai lontana anni luce, Valerio chiese ai genitori di portare Mimmo con loro in montagna; il secondo giorno Mimmò sparì, era stato sequestrato da un contadino al quale Mimmo aveva allagato il pollaio, deviando un ruscello con una piccola diga di pietre e rami. Il nuovo hobby di Mimmo, invece, era il terrorismo. Per l’esattezza terrorismo postale. Che nell’era di internet è come andare a caccia con l’arco e le frecce; un passatempo assolutamente alla Mimmo. Tutto cominciò con un sogno che Mimmo fece; si trovava a scuola, preparava gli esami di maturità, nonostante nel sogno avesse i suoi veri trentanove anni, come avevano la loro reale età Valerio e tutti i compagni di classe, perfino i professori erano ricostruiti, dal suo inconscio, con dieci anni in più, come negli identikit della polizia. Mimmo aveva raccontato quel sogno a Valerio, e Valerio rimase turbato dall’ansia con il quale Mimmo lo aveva raccontato. Qualche giorno dopo, però, era raggiante, mostrò a Valerio una stampante enorme che aveva appena comprato e che occupava metà della scivania, l’altra metà era ricoperta da buste da lettera, buste prestampate. Mimmo chiese a Valerio di prenderne una, Valerio la prese e vi lesse l’intestazione “Liceo scientifico statale Galileo Galilei”. -Aprila e leggi- Disse Mimmo. E Valerio aprì e lesse. “Egregio …, le comunichiamo che l’esame di maturità da Lei sostenuto al termine dell’anno scolastico 1987-88, presso il nostro istituto, è stato annullato con specifico atto amministrativo, a seguito di sentenza giudiziaria che ne ha appurato l’irregolarità sostanziale e formale. Con la medesima le viene notificata anche la sospensione da qualsiasi attività legata al titolo di licenza media superiore, ivi comprese quelle relative a titoli di studio successivi e di cui il titolo di maturità scientifica costituisca titolo propedeutico (Laurea, Diploma di Laurea, specializzazioni post lauream ect.)”. -Forte eh?- Disse Mimmo non appena Valerio sollevò lo sguardo dal foglio. -Ne ho già spedite dodici.
Quello fu il suo atto terroristico d’esordio, ingenuo, approssimativo, ma terribilmente ispirato. Tanto che Carlo Tancredi, che nel frattempo era diventato dermatologo, chiese un consulto al suo vecchio compagno di banco, cioè Valerio, che invece aveva fatto giurisprudenza. Quando Valerio lo raccontò a Mimmo, ebbe per un attimo l’impressione di vederlo piangere. Successivamente a quella lettera, Mimmo sperimentò i classici del genere; notifiche di corna e lettere minatorie. Chiunque avesse un recapito postale era una sua potenziale preda. Ma i preferiti erano i personaggi del passato, come Gaetano Russo, l’allenatore della scuola calcio in cui sgambettavano gli imberbi Valerio e Mimmo.
-Te lo ricordi il mister?- Chiese Valerio mentre si toglieva il cappotto. Mimmo rispose con un specie di risata senza sonoro, e senza distogliere lo sguardo dal monitor e dal progetto di un fotomontaggio in cui cercava di ibridare una modella in topless con un octopus vulgaris. Valerio riprese il giornale, lo sfogliò e trovata la pagina la indicò a Mimmo.
“All’alba, i carabinieri della locale caserma, hanno fatto irruzione nell’abitazione di Gaetano Russo, sessantacinque anni, e hanno ritrovato il corpo del pensionato in evidente stato di decomposizione. Il referto parla di suicidio. Sembrerebbe che Russo fosse stato lasciato dalla moglie tre mesi prima, dopo che questa aveva scoperto una relazione extraconiugale di Russo. A innescare il sospetto nella donna sarebbero state alcune lettere anonime ricevute fra il…”, Valerio rilesse parte dell’articolo mentre reggeva il giornale a Mimmo.
-Hai letto?- Chiese Valerio.
-Impressionante- disse Mimmo -una reflex 10 megapixel a 299 euro…
Valerio guardò Mimmo. Poi sorrise e gli accarezzò la testa.
-Te la compro?- Chiese l’avvocato.
-Però poi ti ridò i soldi- Rispose il mancato ingegnere.
-Certo- Disse automaticamente Valerio riprendendo il suo cappotto. E mentre usciva dalla stanza pensò a quante soddisfazioni gli avrebbe regalato con quell’aggeggio il suo vecchio amico Mimmo.

Guarda la fotografia

Stefano Cucchi era un ragazzo della mia età, e viveva nella stessa città in cui vivo io. Stefano Cucchi è morto il 22 ottobre 2009 a causa delle percosse che il suo corpo di 43 chili non ha saputo tollerare. Era stato arrestato per detenzione di sostanze supefacenti; in un articolo si parla di hascisc, negli altri semplicemente di droga. Il caso è ritornato all’onore della cronoca dopo che la famiglia Cucchi ha dato il nulla osta alla pubblicazione delle foto di Stefano, quelle del suo corpo martoriato. Immagini tremende, immagini che non consiglio a nessuno di vedere, anzi no, le consiglio a tutti, anche se fanno male; “perché magari la gente fa anche finta, ma le cose è meglio fargliele sapere…”, queste parole mi sono venute in mente stamane, mentre vedevo quello che non avrei voluto vedere, vengono dal testo di una bellissima canzone di Jannacci, “La Fotografia”, la storia di un ragazzo di tredici anni che muore, e al padre non rimane che una fotografia da mostrare. Oggi la Procura di Roma apre un’indagine contro ignoti, sulle percosse a Cucchi e sulla sua morte, che qualcuno in un primo momento voleva far passare come naturale. I responsabili di Regina Coeli sostengono che il ragazzo fosse arrivato in carcere già in quelle condizioni (ematomi diffusi e fratture della colonna vertebrale), precedentemente Cucchi era stato in tribunale, dove era stato processato per direttissima, e prima ancora era stato detenuto in una stazione dei carabinieri. E proprio sui carabinieri cala l’alone colpevolizzante dell’opinione pubblica, tanto che il Ministro La Russa si sente in obbligo di rilasciare una dichiarazione che non so se offende più la sua intelligenza o quella degli italiani, in sostanza dice; “Non conosco i fatti, non so cosa sia successo, ma so che i carabinieri si sono comportati bene”. Complimenti, una logica ferrea. In questo post di qualche giorno fa, ricordavo il caso di Emmanuel Bonsu, ma oggi vengono in mente altri casi, come quello che ha visto la morte di Aldovrandi. Quando la classe dirigente di questo paese si metterà in testa che le forze dell’ordine non sono un concistoro di santi laici, ma tra loro ci sono delle teste di cazzo come in qualsiasi altra categoria professionale, sarà un gran giorno per la democrazia e per le stesse forze dell’ordine, per tutti coloro che credono nella propria divisa e non sanno cosa sia l’abuso. Conculdo con una provocazione; oggi la Fondazione Farefuturo di Fini ha manifestato al fianco della Figc per chiedere verità e giustizia per Stefano Cucchi, ma forse, se non ci fosse stata la legge Fini sugli stupefacenti, Cucchi non sarebbe stato mai arrestato. Non voglio dire che Fini ha qualche responsabilità indiretta nella faccenda, ma la responsabilità morale e politica di una legge disastrosa sì, quella sì.

Diego Bianchi alias Zoro

Questa volta mi permetto una recensione insolita. Il volto non sarà nuovo agli affezionati della produzione dandiniana o ai blogger puri e duri; si tratta di Zoro, all’anagrafe Diego Bianchi. Ok ma chi è? Cosa fa? Il suo ruolo qual è? E’ un giornalista? Non solo. E’ un regista? Non esattamente. E’ un comico? Non proprio. A leggere i commenti ai suoi video su youtube, non passa inosservato che il termine più usato è “genio”. Zoro scrive per il sito di La7 (qui), per il quotidiano Il Riformista, ma soprattutto per il suo sito (“saltuario d’informazione e opinionistica estremamente personale” dal 2003), in cui sono archiviati tutti i suoi post, le interviste, e da dove è possibile scaricare due libri curati da lui. Ma il mio recensume si occupa prevalentemente di cinema, quindi segnalerò la cosa più cinematografica di Zoro: la rubrica “Tolleranza Zoro” trasmessa dal “Parla con me” di Rai3, ma godibile in tutte le puntate sul canale Youtube dell’autore (qui). Tolleranza Zoro è una raccolta di video-riflessioni sull’attualità, troppo girate e recitate per essere degli editoriali, troppo sul pezzo per essere dei cortometraggi. Diego Bianchi racconta magnificamente questo momento della storia d’Italia, lo racconta in maniera spudoratamente soggettiva, da una parte sola, quella di un quarantino di sinistra, romano e romanista, ma soprattutto lo racconta in maniera malinconica, cinica, grottesca, ma al tempo stesso appassionata, giocosa, divertita (e maledettamente diertente).

A chi desiderasse un assaggino della pietanza, prima di ordinarla, consiglio la puntata sulle ronde.

Io sono scaleno

La mia vita è un trapezio. Chi nasce tondo non può diventare quadrato, si dice dalle mie parte. A me, che non sono tondo, e non sono quadrato, mi disprezzano sia i tondi che i quadrati. Io sono scaleno. Con tutti i lati diversi. E nemmeno un angolo retto.

Lavoro per una società di recupero crediti. Mi dispiace, dico io. Ma quelli non ci credeno, quelli a cui chiedo i soldi. Ma a me dispiace davvero, e il boss lo sa. Per questo mi disprezza. Il mio lavoro è una linea spezzata.

Ho una relazione da due anni. La mia ragazza ne ha due, di relazioni. Io so dell’altro e lei mi disprezza. Perché non la lascio. E intanto resta con me. E per questo mi disprezza pure l’altro. La mia relazione è un triangolo. Scaleno ovviamente.

Il mio cane è Rombo. Non di forma, di nome. Era di mio zio, che era meccanico. A volte lo sento guaire di gioia, dietro alla porta, poi apro e mi guarda deluso. Forse aspetta ancora mio zio. O forse mi disprezza pure lui.

La mattina mi guardo allo specchio e non mi disprezzo. Ma non perché ci creda davvero, ma così, per fare un dispetto al mondo. Chi disprezza compra si dice dalle mie parti. Ma non credo neanche a quello. Io non credo in niente. Non credo alla gente, alle relazioni, al lavoro, ai soldi, all’ideologia, alla religione. Io credo solo all’iperbole. Io credo solo alla curva che si avvicina sempre di più al suo asse senza incontrarlo mai. Un concetto che la mente fatica a concepire. Io credo in quello. Il mio Dio è un’iperbole.