L’elogio funebre del capocomico Formichella

Ultimamente, col feretro ancora caldo del ventennio breve (sperando che non sia morte apparente), sento sempre più spesso la seguente frase: senza Berlusconi sarà più difficile fare satira, a volte la proposizione è posta come affermazione perentoria, altre volte come dilemma. Vauro sostiene che sarà più difficile far ridere, e per questo più stimolante per gli autori. Io penso che si tratti di un falso problema; la satira politica propriamente detta rimarrà quella che è, Berlusconi è ed era un capitolo a parte. Cerco di spiegarmi meglio. Ricordo una battuta di Ale e Franz; due uomini sulla panchina, uno fa all’altro: – Lo sa? Ho preso un pappagallo.

– E come lo ha chiamato? – Gli fa l’altro.

– Silvio.

– Beh, avrà faticato per metterlo in gabbia…

Questo breve e geniale dialogo, per quanto tagliente e corrosivo nei riguardi dell’allora Presidente del Consiglio, non è satira politica, in quanto ha come oggetto le traversie giudiziarie per reati extrapolitici di Berlusconi (anche se l’impegno politico del personaggio non è extragiudiziario), è al massimo un cugino di terzo grado della satira politica. Insomma, Berlusconi è stata un’icona pop, è stato come Totò, nel senso che faceva ridere di sé un pubblico dai cinque a novantacinque anni, una maschera nazionalpopolare con dei caratteri universalmente riconoscibili; la vanità, l’egocentrismo, la fregola smodata e la costante tentazione di trarre profitto personale da ogni circostanza. Un esempio di vera satira politica? Corrado Guzzanti nell’imitazione di Fausto Bertinotti, con la sua retorica estetizzante e radical-chic in contrapposizione (si presume) con la base di Rifondazione, o sempre dello stesso autore Tremonti, un viziato figlio della classe dirigente che nasconde dietro i nuovi slogan della finanza creativa i vecchi modelli dell’economia cinica e padronale. Invece nove battute su dieci su Silvio Berlusconi non sono di satira politica, semplicemente perché lui, nove volte su dieci, non ha nulla a che fare con la politica. Quella su Berlusconi è stata satira di costume ad personam, anzi per interposta persona; prendendo in giro Berlusconi si metteva alla berlina l’italiuncolo che in cuor suo non desiderava altro che essere come lui, il post-yuppie senza arte né parte. Questa sommessa preoccupazione di alcuni personaggi dello spettacolo, campati a scrocco troppo a lungo grazie alla battuta facile, mi ricorda l’episodio L’Elogio Funebre diretto da Ettore Scola nel film collettivo I nuovi mostri. Un compagnia teatrale accompagna alla fossa la bara di un capocomico, il grande Formichella, tutti piangono, ma dopo qualche parola dell’elogio funebre recitato dalla sua spalla (Alberto Sordi), si intuisce che non è per le doti umane che Formichella sarà rimpianto, ma per il vuoto artistico in cui lascia i suoi colleghi meno noti. Poi, le lacrime diventano sghignazzi, e gli sghignazzi una slavina di risate sguaiate, sfilando in un carosello decadente e nostalgico di battute scontate e doppi sensi. E verrà anche per noi il carosello, oh se verrà…

Qualcosa che mi piacerebbe non sentire più

Oggi comincia l’anno del dragone, e non so assolutamente cosa questo significhi; non credo agli oroscopi e men che meno a uno che mi indicizza sotto il poco onorevole segno della Capra, ad ogni modo quelli di seguito sono alcuni luoghi comuni che mi auguro di non sentire più in questo nuovo anno cinese (visto che quello gregoriano è già bruciato):

1-      Se è naturale non può far male; prendete l’amanita phalloides, è naturale, mica esistono i funghi artificiali, eppure ne basta un centimetro quadrato per ammazzare un uomo, ma non subito, dopo tre giorni, come una mossa segreta della sacra scuola di Hokuto, il tempo necessario di fare testamento e dire al mondo che si è stati tanto idioti da aver creduto che se qualcosa è naturale non può far male.

2-     Se è cinese è di scarsa qualità/ se è cinese fa male alla salute; non esiste merce, negli scaffali dei nostri negozi, che non abbia un qualche tipo di legame con la Cina. A Pechino esistono aziende legali che seguono norme non dissimili come rigidità a quelle occidentali , e infinite attività illegali che offrono merci a costi irrisori. La garanzia di qualità non la dà la provenienza della merce ma la responsabilità dell’azienda occidentale che compra/importa dall’oriente.

3-     Oggi ci si ammala di più rispetto a cinquant’anni fa; l’aspettativa di vita in Italia nel 1900 era quasi di 43 anni, 55 nel 1930, 65,50 nel 1959 e nel 2010 di 81 anni. E questo è quanto.

4-      Scusate ma questa è puramente personale; quando qualcuno mi offre un caffè e io lo bevo senza aggiungere zucchero, non ce la faccio più a sentire la seguente frase: Perché? È già tanto amara la vita?!, ok, la prima volta fa sorridere, la prima volta però…

Breve racconto poco Zen

Una  volta ho avuto un dialogo, tanto breve quanto surreale, con uno sconosciuto. Ero nel quartiere San Lorenzo a Roma, a via di Porta Labicana se la memoria non mi inganna, e una lunga scritta a spray rosso campeggiava su un muro condominiale. Un uomo la guardava incuriosito, avrà avuto circa cinquant’anni, e gli abiti che portava sembravano aver visto più cambi di stagione di lui, più per il taglio che per lo stato di conservazione. «Scusi» mi fa, proprio a me, che a poco più di vent’anni non ero abituato a sentirmi dare del lei, «Scusi se la disturbo, sa dirmi a chi si riferisce?», indicò la fine della scritta, una roba poco originale del tipo vi ammazzeremo tutti, io controllai il resto della proposizione, mi strinsi nelle spalle e la buttai lì: «Alla polizia», anche se vi era una leggera incertezza nella mia risposta, tipo un punto interrogativo tra parentesi, lo sconosciuto però non se ne accorse, mi guardò con interesse, ripeté la mia risposta e poi rilesse a mezza voce tutta la frase sul muro, come se stesse ripassando la parafrasi di un verso di Dante. «Sì, penso proprio che lei abbia ragione» disse all’improvviso raggiante. «La ringrazio tanto», aggiunse, e simulò di togliersi il cappello, che non aveva, in segno di saluto. A pensarci ora mi viene in mente quella scena di Brian di Nazareth in cui il protagonista viene beccato da un centurione mentre scrive una frase contro l’oppressore romano, e invece di essere arrestato per quello che ha espresso subisce una reprimenda per aver declinato male le desinenze latine, oppure, con un capitombolo pindarico, penso a un crononauta, uno scienziato del futuro che catapultato nel 2000 ha cannato l’abbigliamento. Ma la verità è che all’epoca pensai subito a uno squinternato, e la mancanza di indignazione o al contrario di compiacimento, per il contenuto della frase, ma solo la sincera soddisfazione per averne imbroccato l’analisi logica, mi affascinarono, e mi parve di intravederne un’invidiabile forma di saggezza.

Terraferma

Dopo nove anni Crialese torna a girare alle Pelagie, e se Respiro era ambientato negli anni sessanta, Terraferma è fresco di giornata, come il pesce che Ernesto (Mimmo Cuticchio) e suo nipote Filippo (Filippo Pucillo, presenza costante nei film del regista) tirano su sempre meno, fino a cedere alle insistenze di Giulietta (Donatella Finocchiaro) e di Nino (Beppe Fiorello), di convertirsi al turismo, un fiore delicatissimo che sboccia per solo due mesi all’anno e che appassisce alla sola ombra della parola clandestino.

Divoro cinema da una vita, ed ho la presunzione di riconoscere il talento quando lo vedo, ma ammetto che con Crialese non ci avevo proprio capito un cazzo. Quando vidi Respiro attribuii il fascino della pellicola, riconosciuto da pubblico e critica, esclusivamente alle incantevoli scenografie naturali di Lampedusa, ma poi venne Nuovomondo, e mi accorsi della mia incredibile cantonata. La parola chiave, a mio giudizio, per interpretare l’opera di Emanuele Crialese, è “contrasto”. E se in Nuovomondo il contrasto era tra la visione di Salvatore, un uomo che per trent’anni non aveva parlato altro che il suo dialetto e che non aveva visto altro che la sua terra, e quella di Lucy, raffinata e colta donna inglese, tra il mondo magico-arcaico dei protagonisti con quello pragmatico e disincantato della terra americana, tra la vita sperata e la vita disperata, in questo ultimo lavoro, del purtroppo poco prolifico Crialese, Il contrasto è tra l’antico e nobile codice del mare che non permette a nessuno di lasciare nessun’altro alla mercé delle onde, con la meno nobile legislazione recente, che definisce quell’aiuto favoreggiamento d’immigrazione clandestina, il contrasto tra vecchie e nuove generazioni, il contrasto tra le braccia sollevate per chiedere aiuto di alcuni disperati a bordo di un gommone, con le braccia sollevate e mosse a tempo di Maracaibo su un barcone pieno di turisti. Ma il contrasto (rispettato anche nella fotografia) non genera attrito, ma una nuova forma di energia, sconosciuta ai protagonisti dell’universo narrativo di Crialese, e che si avvicina assai al concetto di libertà, una libertà che poco ha che vedere con quella agognata dal detenuto, perché la catene e le grate che rompe non sono fuori dal corpo del liberato.

Il gigantesco criceto della plastica – reprise

fonte Repubblica.it: E’ lungo quasi un metro e vive nei bassifondi del Bronx. L’immagine del ratto gigante ha fatto il giro del web, rimbalzando da Facebook a Twitter. A mostrarlo è un commesso di una nota catena internazionale di abbigliamento sportivo. Secondo Robert S. Voss, del museo di Storia naturale di New York, si tratta di una specie originaria del Gambia. E’ infatti escluso – sostiene l’esperto – che un ratto autoctono possa raggiungere dimensioni simili

Beh, praticamente la notizia mi serve su un piatto d’argento la replica di un racconto scritto tre mesi fa: Il Gigantesco criceto della plastica

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De Angelis, il prof di matematica, meglio noto come Kratos, il protagonista di God of War, per via della pelata e della faccia incazzata, era in realtà un brav’uomo, nonostante avesse minacciato di bocciarlo. Ripetere l’anno sarebbe stata una rottura di coglioni epica, per tre anni l’aveva sfangata, un’interrogazione o un compito in classe allo scadere, una palla deviata dal destino sul triplice fischio e aveva passato l’ennesimo girone, l’upgrade dell’istruzione, ma questa volta era troppo dura; di trigonometria non ci capiva davvero un cazzo, aveva intuito solo che c’erano delle cose che si chiamavano seni e altre coseni, stop, troppo poco per affrontare un compito, come scrivere un tema usando solo due lettere. Kratos gli aveva parlato in disparte, da uomo a uomo, e questo Paolo lo aveva apprezzato, gli aveva detto che non convocava i suoi genitori perché aveva fiducia in lui, contava sul fatto che avrebbe recuperato l’insufficienza. Paolo gli era grato, non per le lusinghiere aspettative, non per l’incoraggiante 3 all’ultimo compito in classe, ma per non aver chiamato i genitori, per avergli dato tre mesi di ossigeno, tanto sarebbe stato bocciato comunque, ma almeno aveva novanta giorni per agire, per diventare ricco con un video su youtube. Al costo di 0,10€ per click serviva un video da tre milioni e tre di visualizzazioni per fare circa dieci mila euro, considerando 3 click sugli annunci pubblicitari ogni 100 visualizzazioni. Questo lo sapeva calcolare anche senza saperne un cazzo di seni e coseni. Dieci mila euro. Non tantissimi, ma una buona base per mandare affanculo il padre carabiniere e il diploma di liceo scientifico.

Ipotesi per un video da tre milioni e tre di visualizzazioni: scoop giornalistico, parodia musicale, sciroppo di glucosio tipo cuccioli e simili, porno homemade e infine misteri, alieni, profezie e roba del genere.

Per uno scoop giornalistico non sapeva da dove cominciare, di politica ci capiva zero, appena sentiva la sigla di un telegiornale gli si attivava un firewall dentro al cranio, aveva una tolleranza verso quegli argomenti paragonabile solo a quello che aveva per le trasmissioni della De Filippi, un flusso di parole che gli mandava in crash il sistema nervoso. Non sapeva cantare, aveva provato a imparare a suonare la chitarra, quella vera, non quella di Guitar Hero, ma l’unico risultato che aveva ottenuto era un crampo alla mano sinistra che gli aveva impedito per due giorni di afferrare il joypad. Al target quindicenni innamorate e zitelle tardone non ci pensava nemmeno, va bene che doveva diventare ricco il prima possibile, ma voleva conservare un minimo di dignità. Scartata a priori l’ipotesi del video porno; a parte che su youtube non poteva essere postato, ma questo era il male minore, infatti poteva ricorrere al più redditizio circuito di siti per porno amatoriali, ma il problema vero era: con chi? Era l’unico della sua classe che ancora non aveva scopato. Però ci stava lavorando, l’estate prima era riuscito a portarsi in spiaggia, di notte, la sorella di un tipo che andava con lui a tennis, o più precisamente di uno che sarebbe andato con lui a tennis, se Paolo fosse sopravvissuto alla prima lezione. La tipa era un palo della luce; mentre pomiciavano lui la toccava, lei non aveva reazioni evidenti, stava lì in stand-by con gli occhi chiusi e la bocca semiaperta che sapeva di mentine. Le tette erano piccole ma dure, oppure era il reggiseno a dare rigidità al tocco, questo Paolo non sapeva valutarlo. La toccò in mezzo alle gambe, da sopra i jeans attillati, lei non si mosse, non mugolava come le tipe su youporn o redtube, stava lì che sembrava attendere un intervento chirurgico. Provò a infilarle una mano nei pantaloni, ma erano troppo stretti, con nonchalanche tentò di sbottonarli, ma non ci riuscì, e lei non offriva nessun aiuto se non il passivo abbandono. Dopo un po’ si ruppe e lasciò perdere, accontentandosi di salvare il file in una cartella nominata “la prossima volta”.

Lui non era stupido, lo sapeva. Non riusciva a fare fino in fondo le cose, a seguire un pensiero o un compito per troppo tempo, ma era per via dei troppi processi in corso; ogni notte, nel suo letto, prima di addormentarsi, provava ad aprire il task manager del suo cervello, e vedeva la Cpu sempre fissa al 100%. Forse aveva passato troppe ore a giocare ad Halo, oppure troppe notti a immaginare il futuro, troppi fumetti, troppe seghe mentali, troppe sit-com, tutta roba che gli aveva lasciato dei processi in background. Altro che stupido, aveva una scheda madre da paura, e se non capiva la trigonometria era perché si trattava di un linguaggio di programmazione obsoleto, incompatibile col suo sistema operativo. È vero, a volte fissava la gente che gli parlava senza ascoltarla, senza capire cosa gli stessero dicendo, ma era come se l’hardware del suo cervello avesse solo uno slot disponibile per gli altri, come se la comunicazione interpersonale gli arrivasse da una porta usb 1.1. Lui non era stupido, anche se qualche volta glielo dicevano, lui non era stupido, e lo avrebbe dimostrato con un video bufala che avrebbe preso per culo tutti.

Rilesse tre volte l’ “elenco delle creature leggendarie non umane” di Wikipedia, che aveva trovato cercando informazioni sui ghoul di Fallout 3. In quella lista c’erano divinità azteche, greche, egizie, demoni buoni, demoni figli di puttana, lupi giganteschi, felini giganteschi, pesci giganteschi e giganti in genere, ma anche nani, folletti e troll, ma nulla gli suggeriva un’idea per il video. Poi un amico era passato da casa sua in motorino per un giro; erano andati a fumare una canna, nella zona industriale, lontano dal centro abitato, per evitare che il padre o qualche suo collega di ronda li beccasse. Paolo non sapeva se gli piaceva fumare; da una parte gli si intasava la Ram, la memoria a breve termine, e questo non gli piaceva, dall’altra gli si overclockava la scheda video, l’immaginazione, e questo invece gli piaceva assai. E fu forse per via del fumo che ebbe la visione, il concept del suo video; lo avrebbe girato lì, nello stabilimento del riciclaggio della plastica, fra le muraglie di bottiglie compattate e le dune di materiali non compressi, se il mondo fosse stato ricoperto di plastica qualche animale sarebbe mutato, ad esempio i topi, che avrebbero cominciato a mangiare plastica e a cacare catrame e polistirolo, sì, lui avrebbe ripreso il sorcio mutante della plastica. Lo stabilimento era chiuso in attesa di accertamenti giudiziari, e per giunta un camion, la settimana prima, aveva sbattuto contro un muro aprendone un varco, sigillato miseramente con i nastri della polizia municipale; entrare era uno scherzo. Protagonista del colossal sarebbe stato Raziel, il suo criceto, chiamato così in onore alla saga Soul Reaver, lo avrebbe dipinto di verde fosforescente con l’Uniposca, lo avrebbe ripreso col telefonino in cima a una duna di plastica, poi con un programma di video editing avrebbe fatto il resto.

Fu preso dalla smania, urgente come il desiderio di vendetta dopo che in Gta IV avevano ammazzato Roman Bellic. Tornò a casa e prese la gabbia con Raziel e comprò il pennarello, salì su un autobus e fece un pezzo a piedi, e quando arrivò allo stabilimento era già il tramonto. Ispezionò la location, quando trovò la duna giusta aprì la gabbia per cominciare le operazioni di trucco dell’attore protagonista, doveva arrangiarsi con una sola mano, l’altra teneva lo smartphone che già registrava, così aveva anche il backstage, ma improvvisamente si accorse di alcuni rumori, non rumori di auto, ma di voci umane, che ridevano, o che gridavano. Lui si piegò sulle ginocchia, come in alcuni giochi quando si preme il tasto L3. Le voci erano sempre più vicine, era una donna, a tratti era come un urlo a labbra chiuse, si diresse lentamente in direzione delle grida; non pensava fosse così vicino, girò intorno alla montagnola di plastica e vide un uomo sopra a una donna, a terra, le teneva una mano sulla bocca, la donna si accorse di Paolo, e con gli occhi lo implorava di fare qualcosa, l’uomo seguì lo sguardo della donna e vide Paolo, e vide che in mano aveva un cellulare puntato verso di lui, si alzò di scatto, aveva il cazzo eretto, piccolo e storto, e fece per correre verso Paolo, ma inciampò nei pantaloni calati, bestemmiò, si tirò su i calzoni e scappò via. Paolo rimase immobile a guardare la donna, che ripeteva una parola che lui non capiva, forse era straniera, aveva il sangue sui denti e da lontano era difficile capire dove finissero le gengive. Paolo ebbe come l’impressione che il ronzio della ventola di raffreddamento del suo processore, alla quale ormai non faceva più caso, cessò.

Il video non lo fece più, del resto gli avevano sequestrato lo smartphone, lui aveva tentato di spiegare che il filmato con la faccia del tipo si trovava nella micro Sd, ma quelli gli dicevano grazie e non lo ascoltavano. Kratos lo bocciò, ma il padre non si incazzò, non stava nella pelle per i complimenti dei colleghi e per gli articoli nelle pagine di cronaca locale, che raccontavano di come il figlio di un carabiniere avesse sventato uno stupro. Cominciò l’estate e Paolo cominciò ad avere problemi a dormire, ma forse non era solo per il caldo; si chiedeva che fine avesse fatto il povero Raziel, che aveva dimenticato lì, allo stabilimento del riciclaggio della plastica, diventava un pensiero ossessivo, atroce, allora per tranquillizzarsi immaginava che Raziel, dopo aver mangiato la plastica diventava davvero una creatura mutante, e gigantesca, come quelle dell’elenco di Wiki, un topo colossale che a morsi mangiava prima lo stabilimento, poi la caserma dei carabinieri, i seni e i coseni, i mezzi pubblici, le strade, la scuola, la città. E allora sì, riusciva ad addormentarsi.

Considerazioni a margine di una sbronza

L’idea è vecchia di dieci anni, ma si sta imponendo solo ora; dei micro dispositivi da areosol che vaporizzando una miscela (che può contenere nicotina) regalano un’esperienza paragonabile al fumo senza i relativi danni per la salute, ovvero le cosiddette sigarette elettroniche. Oggi mi è balenata in mente una domanda, che potrà suonare blasfema per qualche professore di italiano, ma che sinceramente giudico interessante al di là dell’effetto comico: ma oggi, con le sigarette elettroniche, Italo Svevo avrebbe scritto “La coscienza di Zeno”? La letteratura, come tutte le grandi imprese, nasce dall’inquietudine, che è innata nella natura umana e che non può essere lenita dalla tecnologia, ma inevitabilmente quest’ultima modifica le forme in cui essa si esprime. Foscolo avrebbe firmato “Gli ultimi tweet di Jacopo Ortis”? Il pescatore Santiago de “Il vecchio e il mare” di Hemingway, e soprattutto Ulisse, avrebbero usato un navigatore satellitare? L’Agostino di Moravia avrebbe liquidato i suoi turbamenti con una nottata su youporn (e tanti fazzoletti)? Madame Bovary si sarebbe accontentata dei fittizi tradimenti racchiusi in una finestra di chatroulette? Chissà se, oggi, il giovane Holden avrebbe chiesto dove vanno d’inverno le anatre di Central Park su Yahoo! Answers, o se Dorian Gray avrebbe ritoccato il suo ritratto con Photoshop. Chissà se Mattia Pascal avrebbe aperto un profilo facebook a nome Adriano Meis e se Amleto avrebbe cercato la risposta al suo dilemma su Google. Chissà se Voltaire sarebbe stato un amministratore di Wikipedia o si sarebbe limitato a creare una voce ogni tanto, e se Lutero avrebbe ottimizzato le novantacinque tesi per la visualizzazione su IPad. Chissà se avrei avuto speranze di entrare nel bloroll di Ennio Flaiano…

Ed ora una conclusione seriosa per far apparire tutto il resto meno cazzaro. La rivoluzione digitale – dalla seconda metà del novecento l’unica rivoluzione capace di stravolgere permanentemente la condizione di ogni classe sociale, più di quella sessuale con le sue sacche di recrudescenza reazionaria, più delle conquiste sindacali e dei lavoratori oggi rimesse in discussione – con le opportunità di accesso globale alla conoscenza, di comunicazione interpersonale, di maggiore dominio sul mondo fisico, spinge l’uomo a trovare il suo antagonista, o alleato, non più nel divino, nella natura o nel fato, ma solo e soltanto in sé stesso.

Phascolarctos cinereus

Era la fine degli anni ottanta, o i primissimi scampoli del decennio successivo, ero a casa di mia nonna a guardare la tv, e stranamente non davano un film con Jerry Lewis. Nell’ineffabile meccanismo che regola l’universo, c’era questo curioso effetto che mi materializzava a casa di mia nonna ogni qualvolta, nella fascia dieci-mezzogiorno, era prevista una pellicola del tipo Ragazzo tuttofare o Il Cenerentolo, e dubito che ci fosse un rapporto di causa-effetto, o che mia madre fosse segretamente in contatto con un responsabile dei palinsesti e stessero compiendo su di me un qualche tipo di esperimento pavloviano. Ad ogni modo, come già detto, quella volta non guardavo un film con Jerry Lewis, ma un documentario; in questo documentario, ad un certo punto, un koala scende dal suo eucalipto e arranca alla ricerca di un altro condominio vegetale. Mia nonna passò dalle parti del teleschermo ed esclamò: «Che carino quel cane!». «No nonna» le dissi io, «non è un cane. È un koala». La madre di mia madre guardò bene lo schermo e poi sentenziò perentoria: «No, è un cane». Rimanemmo per un tempo imprecisato a fissarci negli occhi sorridendoci, ma dietro quel sorriso io pensavo «Povera nonna, così ignorante che non sa nemmeno cos’è un koala», e mia nonna probabilmente pensava «Povero bambino, così stupido che non sa nemmeno riconoscere un cane»
Ieri un amico mi raccontava come suo nipote fosse stato beccato dalle maestre d’asilo mentre baciava in bocca una compagna. Non riuscivo a comprendere cosa ci fosse di così scandaloso, mi è stato risposto che non è un comportamento opportuno, soprattutto nei riguardi dei genitori della bambina; ok, mi sono fatto rispiegare la faccenda e… no, avevo capito bene, suo nipote non aveva baciato in bocca la madre della bambina, e quello sì sarebbe stato inopportuno, ma proprio la bambina, e ovviamente la cosa era stata consensuale, ciò nonostante al maschietto veniva riservata la reprimenda più severa; una concatenazione di elementi scontati per chi mi parlava, ma non per me, come quella frase finale, che da bambino avrò ascoltato mille volte e con la quale anche quel playboy col pannolino ha dovuto fare i conti: “Sei troppo piccolo per queste cose”. Ascoltando il suono di quelle parole mi è tornato in mente l’episodio che ho raccontato prima, e ho pensato che se mia nonna mi avesse detto “sei troppo piccolo per queste cose”, qualsiasi fossero le cose per cui ero troppo piccolo, mi sarei chiesto per quale diavolo di motivo quella vecchia talmente esperta del mondo e della vita da conoscere quattro animali al massimo, avesse accesso a delle attività a me precluse. O molto più semplicemente avrei fissato mia nonna e le avrei sorriso, pensando “sì, come no…”, e lei rispondendo alle mie pupille e ai miei denti da latte avrebbe pensato “certo che i bambini si bevono proprio tutto…”.
Poi ci sono sicuramente mocciosi che dicono “sì nonna, hai ragione tu, quello è un cane”, e ci credono sinceramente, nonostante la scritta in sovraimpressione ripetuta 10 volte e il commentatore che si sgola: “non crederle, è un koala! Uno stracazzo di koala! K-o-a-l-a!”. Immagino che quei bambini, crescendo, diventino quel genere di adulti che ti guarda con sospetto quando dimostri di sapere qualcosa che loro non sanno. “Studi chimica?” ti senti chiedere con diffidenza da questi individui perché magari, chiacchierando del clima e del caldo, ti è scappato che i metalli col calore si dilatano. Non sono stupidi o ignoranti, generalmente sono persone determinate e ferrate nei loro campi, ma sfugge alla loro comprensione come qualcuno possa interessarsi a qualcosa  senza che da tale studio possa trarsi un guadagno tangibile. Loro non capiscono, e quindi hanno paura. Io invece odio loro, come la burocrazia o i balli di gruppo. E così quando a quello dei metalli dico che no, non studio chimica, e un po’ per sdrammatizzare e un po’ per vaffanculo sto per aggiungere che sarebbe stato più appropriato chiedermi se studiavo fisica, quello se ne esce con un “Allora come lo sai?”. Per anni ho combattuto con l’incubo di questa domanda, non sapevo mai darvi risposta, per me era l’equivalente concettuale dell’oblio; non ricordo in quale cazzo di occasione ho appreso che i metalli si dilatano col calore, o quando ho letto che la capitale della Somalia è Mogadiscio e così via. Dopo anni di meditazione penso di aver trovato la risposta corretta, che tra l’altro, come spesso accade, era anche la più semplice: “Perché mi piace sapere le cose”. Finora mi è capitato poche volte, ma quando ho avuto la fortuna di mostrare la mia pietra filosofale, ho percepito nel mio interlocutore uno spiazzamento totale, con mio sommo piacere, perché c’è solo una cosa che mi piace di più di sapere le cose: destabilizzare quelli che mi guardano con sospetto quando dimostro di sapere qualcosa che loro non sanno.

Requiem for a joint

La cosa è poco nota, ma avrà una portata epocale sul costume europeo; i turisti che dal 1 gennaio 2012 giungeranno ad Amsterdam, si vedranno sbarrare la porta dei coffee shop, che saranno accessibili solo ai cittadini olandesi. La decisione del governo, che era nell’aria da diverso tempo, sembra abbia motivazioni puramente di immagine, non sono state infatti addotte ragioni di ordine pubblico, né descritte pressioni internazionali, da escludersi ragioni salutiste, essendo il divieto solo per i forestieri, considerare motivazioni economiche poi, sarebbe paradossale, visto che si stima che oltre un quinto del turismo nella capitale olandese abbia in quei locali la meta principale. Qualsiasi sia la ragione appare quantomeno grottesco che i cittadini non residenti nei Paesi Bassi non abbiano la possibilità di acquistare un bene di consumo (e non un servizio pubblico) consumabile sul posto, al quale hanno invece accesso i residenti, come se i bar italiani si rifiutassero di servire la sambuca con la mosca ai turisti tedeschi, o le trofie col pesto agli americani nei ristoranti di Genova. Una cosa è certa, col nuovo anno a gioire, oltre ai conservatori proibizionisti, saranno i cartelli criminali, che potranno contare su un piccolo margine di guadagno in più; se infatti un canapista (il correttore automatico me lo sottolinea, ma se esiste “tabagista” non vedo perché non possa esistere anche “canapista”), magari italiano, che si regalava ogni anno uno o due soggiorni di relax ad Amsterdam, ora dovrà ricorrere necessariamente al mercato illegale per soddisfare la sua abitudine (giusta o sbagliata la si consideri).

Come commiato ripubblico un racconto in cui faccio un brevissimo riferimento a quello che, comunque la si pensi, è e rimarrà nell’immaginario di svariate generazioni, un mito: il viaggio ad Amsterdam.

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– Eravamo solo dei bambini –. Disse Michele guardando a terra.

La concisione della sua risposta mi spiazzò, ma la tempestività con la quale aveva tentato di troncare il discorso mi fece capire come quel ricordo fosse ancora vivo nella sua testa. Non ero solo. E allora continuai.

– Perché tiri fuori questa storia? – mi guardò con odio, era la prima volta che lo faceva da quando ci conoscevamo.

Avevo dodici o tredici anni, e a quell’età cominciano a svilupparsi una fame e una sete spirituali; la prima, eccezion fatta per pochi enfant prodige, si sazia con le seghe, per la seconda serve della letteratura in senso ampio, ma siccome ero una capra e dove abitavo non c’erano cinema né negozi di dischi, internet non esisteva e la gente ancora sbalordiva davanti al televideo, mi accontentavo dei Cavalieri dello Zodiaco. Poco fa mi è capitato di rivedere alcune puntate della serie classica, e le ho trovate deprimenti; sequenze scontate e personaggi perennemente a terra gonfi di botte, ma all’epoca mi offrivano tutto il mistero, l’epica e il sangue che un bambino, che si candida a diventare adulto, desidera. E poi c’era la storia del cosmo interiore, che non è poi così originale ma per noi preadolescenti di provincia era un’irresistibile eresia, bisognerebbe fare uno studio per quantificare quanti cultori del cartone animato siano finiti nelle grinfie della New Age e dell’esoterismo, se quella miscela di neo-paganesimo ed animismo li abbia vaccinati oppure plagiati. Per quanto mi riguarda a dodici-tredici anni avevo ancora un bambino dentro la pancia che frignando reclamava la sua parte, e così io e i miei amici, nerd ante-litteram, finivamo a giocare interpretando le puntate dei Cavalieri dello Zodiaco, ognuno aveva il suo personaggio; io ero Pegasus, perché ero il promotore ed ero l’esperto indiscusso del cartone, Michele era Phoenix, perché era il capo carismatico, infatti tutti erano dell’idea che se anche Pegasus era il protagonista Phoenix era il più forte, Federico faceva Cristal il Cigno, ruolo che gli spettava per diritto fenotipico essendo biondo. Poi c’era il problema di Andromeda, anche se non eravamo omofobici, e a quell’età non sapevamo nemmeno cosa significasse, la personalità di Andromeda ci metteva a disagio, nessuno voleva idealmente indossare la sua armatura fucsia, la sua insicurezza e i suoi modi gentili, ma c’era un elemento della trama che ci traeva d’impaccio, Andromeda era fratello di Phoenix, quindi Andromeda poteva essere Marchino, il fratello piccolo di Michele, che pur di giocare coi grandi era anche disposto a vestire i panni di quella che definivamo una femminuccia. Ci mancava Sirio il Dragone. Sirio era un personaggio fico, ma con la salute gli aveva detto sfiga; era malato di cuore e arrivò al Grande Tempio in stato di cecità. Pensammo a Paolo Della Gioia, un ragazzino gracilino con un binocolo al posto degli occhiali, Paolo era il meno popolare di tutta la scuola media, non aveva amici e anche i nostri genitori non volevano che lo frequentassimo, in quanto i suoi erano testimoni di Geova. Ma noi eravamo degli illuminati, noi eravamo i Cavalieri dello Zodiaco, così un giorno, durante la ricreazione, gli chiesi se quel pomeriggio si fosse unito a noi, lui mi abbracciò e gridò in modo che tutti sentissero: – Io e Bruno siamo amici!

Fu la cosa più imbarazzante che mi fosse mai capitata dopo l’incidente de “la vedova bianca”, ma quella era fuori concorso; era l’estate dei nostri diciotto anni e avevamo da poco preso la patente, ma solo Michele aveva il nulla osta parentale per prendere la macchina di sera, le nostre agognate patenti, invece, al calar delle tenebre diventavano dei miseri pezzi di carta di colore ambiguo. Quell’anno eravamo in fissa per un locale all’aperto vicino al mare, raggiungibile solo attraverso strade strette e non illuminate, incorniciate da alberi tristi e grossi massi, ogni tanto, al ritorno, davamo un passaggio a qualcuno, meglio se una ragazza, e allora scattava il gioco de “la vedova bianca”; uno di noi, generalmente io, raccontava come su quella strada ci fossero stati un sacco di incidenti, causati da una vecchia vestita di bianco che all’improvviso sbucava in mezzo alla carreggiata dal buio della campagna, facendo sbandare l’auto che aveva davanti, il racconto poi spiegava come la vecchia corrispondesse alla descrizione di una donna impazzita dopo la morte per incidente del marito, e che da qualche anno risultava scomparsa. Dopo qualche attimo, prima che la tensione creata dal racconto scemasse, Federico strillava “Eccola!” indicando il ciglio della strada, e Michele sbandava come per evitare la vecchia. Detto così potrà sembrare una stronzata, come sembrano delle stronzate le trame dei film horror quando vengono raccontate, ma la nostra vittima ci cascava sempre, per un solo attimo intendiamoci, un secondo dopo scoppiava a ridere, eccetto una volta. Era una ragazza che conoscevamo appena. Lei dopo non rise, e non ridemmo neppure noi; si era pisciata addosso, forse al locale aveva bevuto una birra di troppo e siccome c’erano solo bagni chimici forse aveva preferito trattenere la vescica, fatto sta che i suoi pantaloni di tela avana venivano divorati pian piano da una macchia più scura, lei emise solo un gridolino appena percettibile, portò le mani sulla bocca e si guardò il ventre, noi non potemmo che non seguire il suo sguardo, infondo avevamo organizzato quel teatro solo per gustarci la sua reazione. Nessuno ebbe il coraggio di dire nulla, lei era catatonica, furono i quindici minuti più lunghi della mia vita. Anni dopo la vidi in aeroporto, lei non mi riconobbe e io non la fermai. Andavo ad Amsterdam; pensando a quella ragazza entrai per la prima volta in vita mia in un coffee shop, e mi si gelarono le tempie quando lessi il nome di una qualità di erba: “White widow”.

Quel pomeriggio portammo Paolo alla grotta, in realtà non era una vera grotta, era un cunicolo scavato mezzo secolo prima dai partigiani per nasconderci le armi, un posto da cui i nostri genitori ci dicevano di stare alla larga, e di conseguenza uno dei nostri posti preferiti. Decidemmo che Paolo si sarebbe dovuto sottoporre a una prova di coraggio: entrare nella grotta e rimanerci per almeno cinque minuti. Paolo aveva una voglia matta di scappare via, ma il desiderio di essere accettato agiva in direzione opposta; come risultato rimaneva immobile e tremante. Per convincerlo gli dicemmo che dentro la grotta avrebbe riacquistato la vista come Sirio il Dragone nel tempio di Cancer. Alla fine trovò il coraggio, ma dopo pochi metri nell’oscurità inciampò, sentimmo un tonfo vellutato, e forse Paolo non si sarebbe fatto prendere dal panico se cadendo non avesse perso gli occhiali, come se gli fossero serviti a qualcosa in quel buio. Paolo piangeva, chiedeva aiuto, ma noi non ci muovevamo, non avevamo paura della grotta, ci eravamo entrati un sacco di volte, avevamo piuttosto paura di qualcos’altro, del fatto che sentire qualcuno piangere e soffrire per colpa nostra in qualche modo ci affascinasse. Poi Federico il cigno si decise a entrare e a tirare fuori il povero Paolo.

– Hai ragione –, dissi a Michele – eravamo solo dei bambini.

Avevo pensato che ci fosse qualcosa in me che non andava, nel non aver dimenticato mai quell’episodio, e nel ripensarci spesso. Ora scoprivo che lo stesso valeva per Michele. Forse Paolo lo aveva dimenticato, noi no. Eravamo solo dei bambini, ma dopo non lo fummo più, quel giorno diventammo adulti a calci in culo; cercavamo il nostro cosmo interiore e ci trovammo solo un buco nero.

Di Ebook, cani zoppi e anzianità incipiente

In questi giorni sto valutando la possibilità di acquistare un e-book reader. Per chi non lo sapesse un e-book reader, del tipo di Kindle di Amazon, non è la versione povera di un tablet, ma è un prodotto con delle peculiarità tecniche che potrebbe cambiare profondamente le nostre abitudini. Tutto gira intorno a una tecnologia nota come inchiostro elettronico; gli schermi che sfruttano questa tecnologia (al momento solo in bianco e nero), non sono retroilluminati, non stancano gli occhi, offrono un’esperienza di lettura paragonabile a quella su carta, inoltre il dispendio energetico è infinitesimale, la pagina statica non consuma corrente, è una fotografia magnetica, consuma solo quando la pagina viene “voltata”, in questo modo una singola ricarica può durare fino a svariate settimane. Ma non si tratta solo di un capriccio tecnologico; tagliando i costi di carta, stampaggio e distribuzione, un libro virtuale costa decisamente meno della versione materiale, per esempio su Amazon Acciaio di Silvia Avvallone costa 8,99€, in libreria per la prima edizione bisogna spenderne 18, 13 per quella tascabile. E probabilmente sono prezzi tenuti artificialmente alti, tanto che la Ue ha aperto un’indagine per comportamenti anti-concorrenziali a carico di alcune società, compresa Apple. BookRepubblic, in collaborazione con L’Unità, offre l’acquisto di un classico e un contemporaneo ad un prezzo davvero irrisorio (3€), qualche esempio; Operai di Carmen Santoro + La Metamorfosi di Kafka, Il mondo deve sapere di Michela Murgia + La coscienza di Zeno di Svevo, Indignatevi! di Stéphane Hessel + I demoni di Dostoevskij e tanti altri. Se finora, riguardo alla rivoluzione dell’ebook,  abbiamo preso in esame le ragioni della testa, ora analizziamo quelli della pancia; un libro è essenzialmente un oggetto, rimane lì, nella nostra libreria a ricordarci quello che ci ha spiegato, raccontato, o quello che potrebbe dirci (se ancora non lo abbiamo letto), ci osserva, ci protegge, ci consola, ci ammonisce. D’altra parte questo feticismo totemico non è sostenibile; se non si fosse capito parlo della carta e del suo impatto ambientale. C’è la carta riciclata (che al momento rimane la soluzione più eco-responsabile), ma è vero anche che per produrla è necessario un ciclo industriale, e utilizzandola in editoria se ne aumenta la domanda (e quindi il prezzo) a discapito di settori che ancora non possono farne a meno. Altro elemento emozionale è la paura che un ebook diventi obsoleto, a differenza di un libro che gira sullo stesso sistema operativo da secoli (segno-occhi-cervello); un file Pdf o ePub del 2011 sarà ancora leggibile dai dispositivi del 2030? Non è possibile rispondere con certezza a questa domanda, ma guardandoci indietro possiamo notare come i file dei primi editor di testo (Word e analoghi) siano ancora compatibili con i programmi odierni, ma attenzione, non i supporti su cui sono stati memorizzati! L’ultimo elemento che voglio prendere in esame è l’esperienza dell’acquisto, propongo un’analogia, forse un po’ melodrammatica ma proprio per questo funzionale al mio discorso; se decido di adottare un cucciolo non telefono al canile e dico “mettetemi da parte un labrador”, vado lì, guardo i cani, li accarezzo, mi faccio sbavare o ringhiare contro, scelgo quello che l’istinto mi indica, oppure mi faccio scegliere, e magari alla fine invece che con un cucciolo, torno a casa con un vecchio bastardo zoppo che la sa più lunga di me. È vero, sui siti di vendita on-line è possibile scaricare alcuni stralci di ebook per valutarne l’acquisto, ma l’esperienza di un giro in libreria è un’altra cosa, c’è chi va in una libreria piuttosto che in un’altra perché condivide gli stessi gusti del libraio, o perché il fatto stesso di recarsi in un posto votato alla letteratura, un tempio dell’immaginazione, è parte integrante dell’evasione e della catarsi che regala la lettura. La scomparsa delle librerie è una delle paure principali di chi non vive con entusiasmo l’avvento del libro elettronico. Sembra un destino segnato, come quello dei negozi di musica e di videonoleggio, e c’è da sottolineare il fatto che se la pirateria finora ha risparmiato l’editoria è per il vincolo costituito dall’oggetto libro, infatti se è un operazione semplice creare un mp3 dalla traccia audio di un cd, scannerizzare o addirittura trascrivere un testo è operazione assai più complessa e onerosa (in termini di tempo e impegno) per chi l’affronta, con gli ebook si apre la strada alla libera condivisione (è sufficiente che lo compri uno e lo metta a disposizione in file sharing). Ma torniamo alla chiusura delle librerie, in base all’esperienza possiamo prevedere quello che succederà, ma abbiamo ancora tempo per intervenire, ad esempio agendo sull’Iva, lasciando invariata quella per gli acquisti on-line e diminuendo quella sugli ebook scaricabili presso le librerie fisiche (meccanismo attualmente non disponibile perché commercialmente privo di senso; nessun utente andrebbe in un libreria per scaricare qualcosa che può scaricare a casa, ma se avesse un risparmio economico forse ci andrebbe), che così potrebbero sopravvivere e offrire anche i libri in versione cartacea come catalogo per la scelta dei clienti.

Tirando le somme, vi sono diversi pro alla rivoluzione digitale della stampa, ma anche qualche contro, non ha senso metterli sulla bilancia, perché il progresso comunque non si può fermare, al massimo lo si può studiare, per farsi trovare preparati quando arriva, per non farsi travolgere, e se ancora non ho comprato l’ebook reader, probabilmente è perché sto diventando vecchio…

Il caso Vittorio

Marta e Claudia si conoscono negli scout, sono delle bambine, e sono cattoliche. Passa qualche anno e si scoprono di sinistra; partecipano a una manifestazione contro il primo governo Berlusconi, e vi incontrano Vittorio, quel compagno di scuola indecifrabile. Parlano un po’, passano insieme il resto della mattinata, ridendo e fumando le prime sigarette. Un giorno come tanti, eppure quell’anonimo stralcio di quotidianità determinerà per sempre il corso delle loro vite.

La prospettiva narrativa de Il caso Vittorio è un pendolo che oscilla con precisione matematica dalla soggettiva di Marta a quella di Claudia e viceversa, senza trascurare i passaggi intermedi. È questo l’elemento più impressionante del notevole stile che ha dato forma a questo romanzo del 2003, che la minimum fax ha deciso di riproporre in una nuova edizione nel 2011. Impressionante ed efficace; il lettore attraversa oltre dieci anni di storia recente mano nella mano con le due protagoniste, impara a conoscerle, ad amarne i pregi, a odiarne i difetti, può addirittura immaginarne i cambiamenti fisici anche quando questi non vengono descritti sulla pagina. Attraverso i loro occhi impara a comprendere a fondo anche gli altri personaggi, eccetto uno, Vittorio, l’alieno (come suggerisce la forma della sua testa), un enigma, un vero e proprio caso.

Ciò che mi ha colpito maggiormente dell’umanità ritratta da Francesco Pacifico è la necessità di un codice, di una filosofia, di un’ideologia con cui interpretare e affrontare il mondo. Spesso gli stessi personaggi barcollano intellettualmente passando dal nichilismo all’edonismo, da un paradigma inventato ai tempi del liceo e chiamato “Verità Creativa” all’integralismo cattolico (quest’ultimo oggetto d’interesse anche del più recente romanzo di Francesco Pacifico, Storia della mia purezza, edito da Mondadori), ma non possono esimersi da quello che appare quasi un istinto cognitivo primordiale, la ricerca di un centro di gravità permanente detto con le parole di Franco Battiato. Ma quando i ragazzi e le ragazze, gli uomini e le donne di questo libro, pensano di aver trovato la distanza giusta per mettere a fuoco la propria vita, si accorgono che nel frattempo la stessa si è spostata un po’ più in là.

P.s. mi sono interessato a Il caso Vittorio a causa del suo titolo, curiosamente simile a uno dei primi racconti pubblicati su questo blog, Nel caso di Vittorio (che mi rifiuto di linkare per pudore e rispetto del romanzo recensito). Una coincidenza, e a giudicare dalle impressioni finali sul testo direi una fortunata coincidenza.

La logica che mi sfugge

La notizia è stata riportata da “Il Fatto Quotidiano”; i giornalisti di Radio Rai sarebbero stati intimati, per mezzo di una lettera firmata dall’assistente del direttore di Radio Rai 1 e dei radiogiornali, a non pronunciare le parole preservativo e profilattico, per giunta nella giornata mondiale contro l’Aids, ma di limitarsi a dei generici riferimenti alla prevenzione. Alcuni giornalisti si sono rifiutati di sottostare all’indegno e insensato diktat e hanno reso pubblica la cosa attraverso i loro sindacalisti. Non si conosce il motivo dell’imposizione, ma è difficile pensare che non vi sia una matrice ultra-cattolica dietro. Premesso che ritengo la maggior parte dei cattolici praticanti più aperti e intelligenti dei loro massimi esponenti (e verrebbe da pensare che è un segno dei nostri tempi, come la classe diretta sia spesso migliore della classe dirigente), decido di fare quattro passi virtuali tra i forum e i siti degli integralisti cattolici cercando considerazioni sul tema del preservativo. Che ritengano l’anticoncezionale immorale non mi ha stupito, ma mi si è lussata la mascella leggendo più volte una conclusione di cui mi sfugge la logica: il preservativo incentiva la fornicazione. Il preservativo incentiva la fornicazione. Il preservativo incentiva la fornicazione. Come dire che il consumismo è causato dalla disponibilità di buste per la spesa. C’è qualcuno poi che sostiene (qui) che tale dogma è da ritenersi valido solo in occidente, molto probabilmente perché sa che vietare il preservativo in Africa significa condannare milioni di persone a una malattia atroce, non proprio una cosa cristiana.

Sul tema Vaticano e sessualità rimando anche a questo vecchio post.

Caro (si fa per dire) elettore della Lega

Quando scrivete pensate allo spettatore medio, e lo spettatore medio è come un bambino di tredici anni di Caserta, grasso, brutto e che va pure male a scuola. Più o meno questa, comprese la considerazioni razziste, la regola aura che l’attore/sceneggiatore/regista Massimiliano Bruno confessò gli era stata impartita da alcuni autori televisivi affermati, e ribadisco Massimiliano Bruno, non un intellettuale di sinistra sempre pronto alla polemica, ma l’attore che interpreta Martellone in Boris, il prototipo del comico che ha successo con un tormentone, e nella fattispecie il tormentone è “Bucio de culo!”, lo sceneggiatore di “Notte prima degli esami”, non di “Arancia Meccanica”. Bene, ho pensato a quella confessione di Bruno, rivelata in un’intervista a Coming Soon, quando ho cominciato a intravedere la nuova tattica di marketing politico della Lega Nord; far pensare ai propri elettori che l’attuale Presidente del Consiglio e i suoi ministri, sono di sinistra, che Monti sarà il candidato per la controparte politica alle prossime elezioni, spauracchio ridicolo considerando che Monti è già capo del governo, e se ci fosse qualcosa di catastrofico in questo, se l’apocalisse fosse già oggi, non avrebbe senso preoccuparsi per il domani. La Lega ha una così bassa considerazione del proprio elettore medio (alla stregua di quegli autori televisivi con il proprio pubblico) da pensare di farla franca con una strategia a dir poco infantile: in più di un decennio di maggioranza la Lega ha dilapidato il suo capitale costituito di malessere sociale, di dissenso, di malumore, per un po’ gli è andata bene predicando rivoluzioni in piazza la domenica e il giovedì avvallando quelle stesse norme contro le quali protestava alla festa del Po il weekend, un paradosso che è già tanto sia durato quello che è durato, ma ora, per ricaricare le batterie del consenso, la Lega ha bisogno di stare all’opposizione, di avere un nemico, un capro espiatorio, meglio se quel nemico si appresta a chiedere dei sacrifici (necessari, ma questo non c’è bisogno che lo dicano, loro stanno all’opposizione, che per loro equivale al blackout della responsabilità politica e morale).

Ora, fratello elettore della Lega, tra me e te c’è tanta differenza, faccio prima a dire cosa ci unisce, ovvero l’appartenenza alla stessa specie animale e una certa prossimità territoriale in scala globale (siamo tutti meridionali rispetto al polo nord! e al circolo polare artico ci abitano solo i norvegesi che, tra le altre cose, permettono i matrimoni gay che a voi fanno tanto schifo), penso di avere più affinità con lo yorkshire della mia vicina, e ti giuro che quella pulce isterica mi sta parecchio sulle palle, ti chiedo una cosa, e non lo faccio per tornaconto personale, ma per pura empatia; apri gli occhi cristo! Non farti prendere per il culo così! Non ce la faccio, non sopporto vedere un essere umano sfruttato, finanche un leghista.

Il professore fiammingo

Qualche settimana fa ho scritto un post (questo) sulle tecniche per rendere credibili teorie complottiste e simili, con particolare riferimento alla massoneria. Oggi le stesse hanno preso come bersaglio il nuovo primo ministro italiano, Mario Monti, forse un borghese liberista un po’ bigotto, ma ben lontano da essere ai vertici di una congiura mondiale. La cosa più divertente è l’accusa di massoneria; a coloro che in giro per la rete dicono che affidando il governo a Mario Monti si è consegnato il paese alle squadre e compassi, vorrei ricordare che non è Monti che aveva la tessera 1816 della loggia Propaganda Due, ma il primo ministro uscente, quindi, al limite, siamo rimasti massoni. Sintetizza benissimo quest’ondata di idiozia metropolitana questo video satirico realizzato per l’Unità.it, e a voi che magari vi state chiedendo cosa diavolo significhi il titolo di questo brevissimo post, rimando al succitato contributo video.

P.S. e se i complottisti avessero ragione, non c’è da preoccuparsi troppo; non subiremo a lungo il dominio completo del New World Order, perché tanto nel 2012 il mondo finirà…

Ricordati del Maiale

Vedete la foto? Quelli al centro sono gli stivali di Stalin; non è un’installazione di arte contemporanea, è quello che resta dell’immensa statua di baffone in quel di Budapest (in realtà una riproduzione 1:1), abbattuta durante la rivolta ungherese alla dittatura sovietica nel ’56. Si trova al Memento Park, parecchio fuori dalla capitale magiara, un parco desolato e malinconico in cui sono state parcheggiate le sculture della dittatura comunista, un ripostiglio della memoria, abbastanza lontano, ma non troppo, perché rimuovere dalla memoria le tragedie è la prima cosa da fare per farle tornare. Poi ho pensato a un parco del genere in Italia, un posto che raccogliesse le spoglie della pagina di storia nazionale che sembra apprestarsi a finire (ma io con tali proclami ci andrei cauto), quella del sultanato Berlusconi. Il nome è fin troppo facile, in stile Drive In/Colorado Cafè che piace tanto al diretto interessato; Memento Pork, in ricordo del maiale. Purtroppo la mostra non potrebbe fare a meno di video-installazioni, perché quello è il media attraverso il quale è passato l’indottrinamento del regime (forse per questo sono così rare le rivoluzioni nei paesi occidentali? perché non ci sono simboli da poter abbattere fisicamente?), una rassegna analogica potrebbe riguardare la pur ampia scelta di manifesti elettorali. La creatività, invece, sarebbe l’unico limite per la memorabilia da vendersi in biglietteria, con raffinati esempi di meta-souvenir, come il modellino del Duomo di Milano, per capirci quello lanciato da Massimo Tartaglia, e sterminata l’iconografia da immortalare nelle cartoline. Io, per esempio, comprerei quella un po’ sfocata e sgranata che riprende un foglietto con la formula “308 – 8 traditori”, meno universale di E=mc2, ma nel nostro piccolo altrettanto storica.

Corrupt intentions

Chiunque prenderà le redini dello Stato dopo la caduta del sultanato dovrà fare i conti con quello che a prima vista appare un paradosso; da una parte l’Italia che si attesta ancora come uno dei primi paesi in termini di “ricchezza assoluta” (dato continuamente ripetuto da chi è attualmente al governo), e dall’altra un palese e tragico impoverimento. Un paradosso solo a prima vista, perché non c’è nulla di incomprensibile in tutto questo; nel nostro paese aumenta la sperequazione, l’iniqua distribuzione della ricchezza, in sintesi, con una formula che si usava un tempo, “i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”. Le soluzioni per recuperare denari ci sono, e le conosciamo tutti; prelievo “patrimoniale” vero, ovvero basato sui grandi patrimoni immobiliari e non, tassazione dei capitali scudati, taglio delle province* e di altri costi della politica, lotta alla corruzione (di cui nessuno ha parlato nonostante fosse inserita nella famosa lettera dell’Ue, la stessa che ci invitava a mettere mano al sistema previdenziale). Già, lotta alla corruzione; la generica formulazione può giustamente lasciare perplessi, ma pensare che non si possa fare niente è forse concausa del fenomeno; il magistrato Piercamillo Davigo una volta si trovava negli Stati Uniti, un suo collega del posto si rivelò interessato alla via italiana della lotta alla corruzione, spiegata poi da una voce autorevole, un ex membro del pool di mani pulite, ma alle spiegazioni di Davigo l’americano diventava via via più perplesso, fino a chiedergli perché ci complicassimo così la vita, infatti negli Usa la lotta alla corruzione passa per uno strumento estremamente semplice: il test di integrità. Un poliziotto in borghese prende appuntamento con un decisore pubblico, un dirigente, un funzionario, gli propone una mazzetta in cambio di un favore, di un appalto, se quello accetta scattano le manette. In Italia tutto ciò al momento non è possibile, immagino per via di alcune norme che impediscono alle forze dell’ordine di indurre qualcuno a commettere un reato, un principio di mondo della serie “l’occasione fa l’uomo ladro”, ma sul quale si può trattare se può aiutarci a scalzare il Ruanda nella classifica della corruzione nella pubblica amministrazione (l’Italia è al 67° posto nella graduatoria stilata dall’organismo Transparency International), inoltre il test non è detto che debba avere implicazioni penali come accade negli Usa, ai fini dell’emergenza corruzione è sufficiente un provvedimento amministrativo, la sospensione dall’attività svolta. Mi sono dilungato, in realtà volevo parlare d’altro; il divario tra ricchi e poveri mi serviva per introdurre un altro tipo di sperequazione, tutta italiana, quella culturale, il fenomeno per il quale il nostro Paese esporta cervelli sempre più preparati e di contro vede crescere il numero di giovani che non studiano, o l’incremento dell’analfabetismo di ritorno, secondo un’indagine Ocse l’Italia è il penultimo Paese come livello educativo su i trenta più industrializzati, tale ricerca è basata sulla comprensione di semplici testi, quali un articolo di quotidiano, e in base a uno studio del professor Saverio Avveduto (che attinge a dati già raccolti da Tullio De Mauro), i cervelli indigenti in Italia sarebbero il 68,2%. Ma ne parlerò un’altra volta, se mi ricorderò ancora come si scrive.

* Sembra scontato ma non tutti ci arrivano; quando si parla di tagliare le province non si intende eliminare gli uffici o i fondi ad essi destinati, ma la delega ad altri organi elettivi della funzione politica, in pratica quello che si taglia sono solo le poltrone, consiglieri e giunta. Un’obbiezione intelligente riguarderebbe invece il carico di lavoro su regione e comune, e un taglio delle province renderebbe ancora più necessarie norme sullo snellimento burocratico.

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